di Maurizio Narciso

Dietro al nome d’arte Godblesscomputers c’è un giovane produttore bolognese che si chiama Lorenzo Nada, con cui è un vero piacere parlare. Perché ha una sensibilità peculiare che determina la sua musica, che è elettronica pur sprizzando di umanità, ma soprattutto perché racconta il suo qui e ora senza filtri, mettendosi a nudo ed esponendo con dovizia di particolari il vissuto che lo ha portato, poco più di un mese fa, a dare alle stampe il suo terzo disco sulla lunga distanza: Solchi. In questo disco c’è una naturale evoluzione del suono che lui stesso definisce “arioso”, sempre più organico, con l’elettronica a scandirne l’andamento ma anche con molto groove, per un impatto generale che definiremmo “fisico”. Se il suo debutto del 2014, Veleno, ha rappresentato l’urgenza di un produttore innamorato dell’hip-hop, alle prese con un’elettronica da cameretta – ma con un Nada già perfettamente consapevole dei propri mezzi artistici – e il seguito Plush and Safe un lavoro di cesello sulle armonie elettroniche, con ammiccamenti alla musica soul, Solchi è la sublimazione della sua attitudine musicale ad allargare il ventaglio sonoro pur rimanendo assolutamente riconoscibile. Parliamo di questi temi, e molti altri, col diretto interessato.


(Godblesscomputers Facebook)

A parte Godblesscomputers, come sta Lorenzo Nada?
Lorenzo Nada: “Direi che è un buon periodo. Subito a ridosso dell’uscita di un disco c’è sempre un po’ di tensione e non ti nego che in questi frangenti mi ritrovo ad essere abbastanza ansioso. Ma adesso che Solchi è uscito sono molto più sereno e posso finalmente raccogliere i frutti di questi ultimi due anni di lavoro”.

Ti aspettavi dei consensi così ampi per Solchi?
L.N.: “Sono contento perché i feedback sono molto buoni e in generale ho ricevuto parecchi commenti entusiasti. È strano, perché mentre solitamente sono abbastanza convinto di ciò che produco, nel caso di Solchi mi sono ritrovato più dubbioso, non avevo quella sicurezza che sentivo in passato. È un disco diverso rispetto ai precedenti, e avevo timore che potesse non piacere o che non fosse capito”.

Trovo che Solchi sia un disco coraggioso perché esplora territori più vari che in passato.
“Oggi abbiamo una fruizione musicale che va molto per singole tracce, attraverso YouTube oppure dai canali di streaming, e così si perde di vista il disco in sé. Solchi l’ho immaginato da subito come un lavoro strutturato, volevo che i pezzi fossero parte di un cammino, che fossero collegati in un determinato modo. Per comprenderlo veramente bisogna ascoltarlo tutto, dall’inizio alla fine. Sulla varietà stilistica ti do ragione, ma credo anche di essere riuscito a dare omogeneità al tutto, c’è un filo conduttore che riguarda i suoni e gli arrangiamenti”.

C’è il tuo marchio di fabbrica, che indubbiamente tiene unite tutte le canzoni.
“Grazie, è un bel complimento! Oltre a curare la produzione a livello artistico, ho mixato io tutto il disco, perché lavoro molto sui suoni anche in post produzione, non trasformandoli ma cercando di valorizzare certe cose che già in partenza suonano in un certo modo. Mi piace dare una certa spazialità al mix, sulla quale ho lavorato tanto negli anni, proprio per ottenere un mio suono, che è quello a cui probabilmente fai riferimento. Voglio che ci sia un certo andamento generale diciamo “arioso”, utilizzando certi riverberi, delay o compressioni, oppure ancora trattando le voci in un determinato modo. Sono tutte cose attualmente indispensabili per me”.

Ti sei posto un obiettivo particolare in fase di produzione? Porsi alcuni limiti spesso stimola la creatività.
“Sono assolutamente d’accordo. Avere un ventaglio limitato di possibilità stimola moltissimo la produzione. Il mio disco precedente, Plush And Safe, è uscito a un solo anno da Veleno, che addirittura ho chiuso in pochi mesi, invece ho impiegato due anni per realizzare Solchi. Dentro ci ho messo tante cose, parla di me e del mio percorso, ma c’è stato anche un confronto maggiore con altri musicisti, che hanno portato in studio idee e suggestioni che ho assecondato con piacere. Diciamo che piuttosto che un limite, mi sono imposto di essere più aperto a idee altrui”.

È anche un disco più “suonato” con gli strumenti non elettronici, ci sento una sorta di “umanizzazione” dell’elettronica.
“Esattamente. La direzione verso cui volevo andare è proprio questa: ottenere un suono caldo e umano nonostante l’impiego anche del pc e dei sintetizzatori. Che poi questa cosa era già insita nei miei ascolti, nella musica che amo. Ascolto molto jazz e soul, e ho cercato di portare nella mia musica l’attitudine e i suoni delle cose che mi piacciono. Non dico che questi elementi soppianteranno l’elettronica, ma credo che avranno un peso sempre maggiore nel mio modo di produrre musica. Anche dal vivo le cose stanno cambiando e ora vado in giro con una vera e propria band: eseguiamo i pezzi di Solchi ma anche brani del passato che abbiamo riarrangiato per l’occasione”.

So che il tuo primo amore musicale è stato l’hip-hop, genere meticcio per antonomasia. Quindi l’idea di contaminazione musicale che c’è in Solchi parte da lontano.
“Sì, ricordo che ero un ragazzino che già ascoltavo hip-hop, frequentavo le scuole medie e consumavo i dischi della scena italiana: dai Sangue Misto a Neffa e tutti quei gruppi seminali del tempo. Poi sono passato all’hip-hop americano, nel periodo in cui, tra l’altro, iniziavo a produrre le mie prime cose in cameretta e lì mi si è aperto un mondo di black music incredibile. Quando ascolti questi dischi capisci che la musica non ha confini e direi che questo atteggiamento è diventato parte di me. Ho amato e amo la musica di J Dilla, Dj Premier, Dr. Dre, solo per farti i nomi dei primi tre beatmaker che ascoltavo a quei tempi che mi vengono in mente. Loro hanno sempre campionato dal funk e dal jazz, facendomi scoprire moltissimi dischi, in un gioco di scatole cinesi continuo”.

Parlami della tecnica del campionamento, cosa rappresenta per te.
“Mi piace andare in giro con un microfono digitale per registrare rumori ambientali o cose che poi posso processare in qualche modo. Dentro Solchi invece ci sono soprattutto suoni e voci del mio passato, che ho rinvenuto in giro per casa: in particolare registrazioni su cassetta di quando ero piccolo, fatte da mio padre; potete sentirle per esempio in Freddo, il pezzo che chiude l’album”.

Qual è il significato del titolo Solchi?
“La parola “solco” mi attirava: può essere considerata quella del disco in vinile ma anche come una traccia profonda lasciata da esperienze passate. Mi piaceva questa ambivalenza, rispecchia la mia idea del disco, che sicuramente è quello che mi rappresenta meglio. Solchi è un disco ragionato, che ho prodotto meno d’impulso. Forse è per questo che racconta meglio me stesso, sia il mio passato che il mio presente, mentre i precedenti riguardano delle parentesi più brevi della mia vita, con pezzi che sono nati per l’urgenza di comunicare un sentimento del momento. In Solchi ho cercato di essere ambiguo anche attraverso l’immagine di copertina, che puoi ricondurre al vinile visto al microscopio ma anche alla sezione di un albero, dove ogni cerchio corrisponde a un anno di vita”.

L’illustratore che si è occupato delle immagini che sono nel disco è Andrea De Franco, vero?
“Sì, è un vero fiume in piena! L’ho conosciuto a Urbino a un festival, anche se è di origini pugliesi. Negli ultimi tempi ci siamo incontrati in molte occasioni e recentemente si è trasferito a Bologna, quindi abbiamo avuto l’occasione di stare insieme per più tempo per ascoltare musica e fare schizzi e disegni. La copertina è venuta fuori in questo modo, semplicemente traducendo su carta ciò che stavamo condividendo”.

Mi racconti qual è il tuo processo produttivo? Magari c’è qualcosa che ti aiuta ad essere creativo.
“Sicuramente mi aiuta non partire dal computer. È chiaro che poi lo utilizzo in fase di produzione, come ormai facciamo tutti, anche solo come sequencer. Posso aggiungere che avere attorno a me tante tastiere, dischi e strumenti di vario tipo, mi aiuta ad entrare nel mood giusto. Non mi concentro sul midi, insomma, cerco di improvvisare con qualcosa di fisico per assecondare ciò che ho in testa, creando una suggestione di un qualche tipo”.

Lasci decantare la roba che produci oppure vale il buona la prima?
“Fino a qualche tempo fa valeva il buona la prima. Da un po’ invece mi piace suonare, registrare e lasciare decantare il risultato, che magari riprendo a distanza di settimane o di mesi per aggiungere elementi o modificare un po’ le cose. In questo modo vengono fuori pezzi più stratificati, che raccontano di più all’ascoltatore”.

Cosa ti piacerebbe fosse più presente nella musica contemporanea?
“Ultimamente vedo in molta musica contemporanea un’attenzione troppo forte a cose che un tempo erano marginali, come l’apparire in un certo modo, il comunicare in un certo modo, e così via. Spero, da amante della musica, che si possa tornare a parlare di contenuti e non di tutto ciò che fa da biglietto da visita. Anche perché di fianco alle cose più hype ci sono mondi tutti da scoprire, produttori seminascosti che fanno cose bellissime, basta navigare qualche ora su bandcamp per accorgersene”.

Chi stai ascoltando recentemente?
“Mi piace tantissimo l’ultimo disco di Jordan Rakei, Wallflower, edito dalla Ninja Tune, e poi gli album di debutto di due produttori eccezionali: Alfa Mist che ha dato alle stampe un lavoro che si chiama Antiphon e FKJ (French Kiwi Juice) che ha prodotto l’omonimo French Kiwi Juice. In tutti questi dischi c’è un’anima elettronica che entra in collisione con la black music, come piace a me”.

Dacci il nome, invece, di un tuo disco del cuore.
“È una domanda difficile, come puoi immaginare ne ho tantissimi… se devo dartene uno solo rispondo con un caposaldo dell’hip-hop: Illmatic di Nas“.

Hai già progetti per il futuro?
“Mi piacerebbe sviluppare ancora di più l’attitudine “jam” in studio e forse far diventare il mio progetto una vera e propria band, con diversi elementi che concorrono al risultato finale. Magari io potrei essere una sorta di direttore d’orchestra, sarebbe divertente!”.

Ascolta il nuovo album Solchi: