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(foto di Mauro Fenoglio)

di Mauro Fenoglio

Una pioggia lieve e bizzarra, che rompe la routine di sudore e affanno di una tipica torrida estate texana, abbraccia gli spettatori ordinatamente in coda, fuori dal catino del Toyota Center. Sento che tutti si aspettano che preghi per loro, ma chi cazzo pregherà per me? È la domanda di FEEL, dall’ultimo album di Kendrick Lamar. Non c’è nessuno che preghi per me, l’amara risposta stampata sulle magliette ufficiali del DAMN tour. Accettazione dell’inevitabile, per i fan che fanno il tutto esaurito. Chi pregherà per il contabile bianco, che camuffa la seconda pelle della divisa d’ordinanza da ufficio con una maglietta del tour, per sentirsi più vicino al figlio adolescente che accompagna per l’occasione. Chi pregherà per quegli stormi di ragazzini euforici di ritorno dai campi estivi. Ignari di chi condanna già il loro futuro, con scelte inqualificabili. E poi, probabili membri di gang dei quartieri sud della città, nipoti irredenti di DJ Screw (indimenticato monumento cittadino del southern hip hop), canottiera macchiata, vita bassissima e fazzoletto legato orgogliosamente in testa, pronti a riconoscersi nel marchio a fuoco delle strofe più politiche del campione di Compton. Nessuno di sicuro pregherà per loro. Lo sanno e se ne fregano. E cosa dire dell’universo femminile. Dalle bionde texane che coprono un ampio arco d’età, con i loro acuti striduli d’attacco, pronti da esibire in un’ora di divertimento senza pensieri (per loro), fra i posti esclusivi delle prime file. Per poi tornare alle loro piscine, luccicanti al sole. Di sicuro, loro non avranno mai bisogno di preghiere. E che dire della seducente marea nera di profili chiusi, in sottovesti cortissime e retta su tacchi sempre più alti e sottili. Il reggiseno, un’opzione scartata a priori. Da sole o insieme ai loro orgogliosi compagni, figli della strada o della fortuna che regala temporanei agi e illusioni. Tutti sillaberanno le parole a ritmo, come fosse l’unica possibile preghiera, ondeggiando e alzando il braccio, sapendo che questa sera il ragazzo della porta accanto è lì, soprattutto per loro. A scaldare l’attesa dell’evento, il rapper della Virginia, D.R.A.M., noto per le sue collaborazioni con i Gorillaz. Si gioca le sue  guasconerie soul, con il supporto di un DJ, un batterista e un bassista, alzando il livello ormonale della platea. Fino all’apoteosi colorata di Broccoli, hit sulla bocca di tutti (con annessa corsa in mezzo al pubblico). E poi la volta del figliol prodigo. Travis Scott ha oramai lasciato i lidi confortevoli delle seconde linee dell’hip hop, per tentare il salto nell’empireo degli eroi dell’autotune applicato alla trap. Con l’ausilio dei sample prodotti da una consolle metallica dietro, il suo segmento è una teoria di bassi tellurici (il pavimento del Toyota trema di continuo), fuochi d’artificio, immagini di teschi e spinta hardcore. Sulle ali (letterali) di un’aquila meccanica che lo trasporta, offrendolo ai lati opposti delle prime file. L’ego del rapper di Houston, ambisce al podio pop di Kanye West e Drake. Di certo, Scott si gode spalti e parterre già pieni al novanta per cento, nell’inciso di Love Galore (pezzo di SZA a cui partecipa), ribadendo con furia incendiaria, che siamo tutti qui per divertirci e fare casino. Non è questo il posto migliore dove vivere? Chiede l’ex raccattapalle degli Houston Rockets, lasciando il microfono a uno spettatore, per una porzione di Butterfly Effect. Velleità da art performance, un po’ costretta nella scelta scenografica, che rilascia tutta l’energia sulla conclusiva Goosebumps interpretata sul palco, con un Toyota Center ormai caldissimo. Potenziale e fisicità, da mettere ancora pienamente a fuoco, oltre le attuali grandiose intenzioni. Un tendone nero con la scritta DAMN enorme, copre il palco e i minuti di attesa fervente per il campione del mondo dell’hip hop contemporaneo.


(foto di Mauro Fenoglio)

Kendrick Lamar ha presentato il suo DAMN alle platee la scorsa primavera chiudendo il Coachella Festival in California, quando ancora il nuovo album non era noto, ricevendo il plauso unanime di pubblico e critica. Qui, alla terza data del tour estivo, ripropone il suo racconto hip hop lungo le stesse coordinate di finissima essenzialità. Il rapper di Compton non era neanche adolescente al tempo dei primi due storici album del Wu Tang Clan ma, in qualche modo, ne ha assorbito alcune delle lezioni stilistiche essenziali. Su tutte, la passione per le arti marziali e la loro applicazione alle tribolazioni urbane della sua comunità. In semplice tuta nera e circondato da torri di luci, che lo seguono, quasi anticipandone gli umori ad ogni pezzo, offre la sua finestra sul mondo. Emerge dall’oscurità, con lo sguardo triste e onesto, del Forrest Whitaker di Ghost Dog (il film di Jim Jarmush che, per primo, diede immagine alla declinazione hip hop delle filosofie giapponesi), le gambe lievemente flesse, quasi fosse pronto a sferrare un colpo definitivo. Il filo conduttore proiettato sul video dietro di lui è il romanzo di formazione Kung Fu Kenny, il suo alter ego preso a prestito dal personaggio interpretato da Don Cheadle in Rush Hour 2. Quasi una versione blacksploitation di Kill Bill, che preferisce la commedia, al fascino della violenza.  Rime in flusso, ritmi morbidi, filosofia orientale e rigore. RZA e soci avrebbero apprezzato il rispetto con cui il ragazzo della porta declini quei concetti come materia di sopravvivenza. Il mondo là fuori vomita le immagini e gli strali di Fox News (l’emittente televisiva voce della destra bianca americana), catturate attraverso lo schermo. Il piccolo ninja stringe forte il microfono, divarica ancora le gambe, come pronto a fare sua la preda, e fa partire DNA. Mentre passa la trita retorica conservatrice sullo schermo, ve lo dice lui come stiano veramente le cose.

(foto di Mauro Fenoglio)

Com’è oramai prassi nelle rappresentazioni dal vivo delle stelle della musica nera contemporanea, nessuno spazio di visibilità al gruppo musicale d’accompagnamento, che rimane nascosto da qualche parte. Va in scena un’opera hip hop, in cui il peso specifico delle parole è la ragione ultima della trama, per chi guarda quel piccolo uomo in tuta, sul palco scuro. Come un monaco shaolin armato solo del verbo, che offre un codice da samurai alla sua gente, da portarsi in tasca in tempi incerti. Preciso, essenziale, umile e vero. Con un altro schermo enorme sopra di se, che proietta ancora immagini (su tutte, il mare infinito di Swimming Pools), e chiude il palco in una geometria precisa di linee, luci e idee. Uniche concessioni ad un’asciutta scenografia, la presenza di ballerini, che accompagnano la scena in una manciata di numeri (addirittura con Lamar disteso in orizzontale, sulla sensuale PRIDE). Proprio qui, qualche mese fa, Kanye West su un palco in sospensione ardita sopra la folla, aveva messo in scena il Saint Pablo Tour.  L’artista al limite del crollo psichico, che lanciava un grido d’aiuto ad un pubblico adorante, ma tenuto ben distante dalla torre d’avorio del suo ego. Kendrick Lamar non ha nevrosi private, che debbano essere risolte pubblicamente.


(foto di Mauro Fenoglio)

Su quel palco nero, con le torri di luci che lo inseguono e lo avvolgono, le piattaforme video che lo racchiudono, recita una lunga poesia urbana nera che è patrimonio comune di un pubblico che non partecipa come oggetto della messinscena, ma come soggetto di quella narrativa. Solo per la sublime tentazione di Money Trees (da Good Kid, M.A.A.D. City), l’uomo in tuta sceglie di spostarsi al centro della scena, dentro una gabbia illuminata da lampadine. Fra una selva di braccia alzate, ristabilisce l’equilibrio fra tribolazione privata e condivisa. Ricorda poi, come la prima volta che suonò a Houston, erano in poco più di cento, ma comunque rumorosi e partecipativi. Dedica loro LOYALTY, quasi cercando fisicamente il calore del pubblico che risponde, sempre, comunque. La scaletta pesca dagli ultimi quattro album, incluse due tracce da Untitled Unmastered) e la cover di ScHoolboy Q, Collard Greens. Su HUMBLE, Kendrick si ferma, quasi stupefatto dal coro perfetto di risposta dal Toyota Center, tutto.

Per qualche minuto sembra quasi non riuscire a continuare, vinto dalla commozione. Forest Whitaker/Ghost Dog è idealmente al suo fianco, con quello sguardo di chi vorrebbe redimere il mondo, ma a volte rimane indifeso. Credo che ora ci siamo scaldati, dice, col capo chino, e ricomincia. Forse un gesto studiato, un colpo di teatro atteso, ma non di meno intenso e funzionale ad una narrazione potente. La preghiera terapeutica di FEEL è l’ultimo confessionale. Così poetico, dice entusiasta un ragazzo latino nelle prime file. Fazzoletto sudato con teschi fiammeggianti sulla fronte, canottiera e attitudine dichiarata sugli orgogliosi tatuaggi. Gli addetti lo scoprono senza biglietto e lo scortano fuori. Non c’è nessuno che preghi per me. Ma finché Kung Fu Kenny continua a combattere con le sue rime e il suo flusso, c’è ancora speranza. Per tutti.


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