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Fotografie di Luigi De Palma / testo di Paolo Plinio Albera

 

Il festival Collisioni, a Barolo, è in fondo come il vino stesso. Non facilmente accessibile, certo, ma una volta che lo assaggi… Insomma una volta che hai prenotato il parcheggio e solcato le curve della Langa e atteso la navetta piena di gente e superato le code e controlli ed entri in paese, finalmente tiri il fiato, finisci la frase e vivi tutta una giornata sereno e ventilato saltellando tra gli incontri delle varie piazze. Musicisti, scrittori, attori e affini hanno qualcosa da raccontarti e dal menu puoi scegliere chi vuoi. Magari Paola Turci che vola con leggerezza sul problema di superare l’incidente e la cicatrice in un momento critico della carriera. O Stefano Bartezzaghi che seduce coi suoi “magheggi” linguistici. Oppure esercitarsi nella deriva, curiosare all’interno del Museo del Vino e trovarsi in cima al Castello con davanti la distesa delle Langhe in una splendida giornata di sole. E il sole cala dietro la Langa e davanti agli occhi di Giorgieness, che con la sua band apre il concerto in Piazza Rossa, e suonerà poi in paese a fine serata. Mentre scende la sera, i fan dei Placebo, accampati in paese già dalla mattina, iniziano a intravedere la luce alla fine di una lunga attesa. Ma anche per quanto mi riguarda, l’attesa è stata piuttosto lunga. I Placebo si erano visti in Piemonte più di dieci anni fa, a Collegno: un appuntamento che mi ero brillantemente perso. Un po’ di delusione per non esserci stato, ma anche un po’ di malcelata soddisfazione nel sapere dagli amici di un concerto breve e fiacco, a causa dell’infortunio del batterista. Non mi ero perso molto, sembra.

Cari Placebo, stavolta è quella buona, vero? E dopo la proiezione di un clippino sui vent’anni di carriera, è l’ora di questa band che in fondo non è cambiata mai, come quel logo in font simil-Helvetica che perdura invariato da sempre, e quel nome allusivo alle “sostanze” (ognuno immagini la sua preferita) che nasce innocente dal latino “piacerò”, cui manca solo un punto interrogativo per sintetizzare il dubbio di ogni maledetto giorno della vita.
Pensa alle 10 migliori canzoni che iniziano un album: Pure morning non la metteresti? È perfetta anche per iniziare un concerto. Torniamo indietro agli anni 90 e alla loro dolceamara decadenza, ai video MTV, alle chitarre che ancora ci piacevano tanto (anche se già schifavamo gli assoli). Insomma si parte andando subito al dunque. Poi c’è Loud like love, un “buonasera-grazie- we-are-Placebo-from- London” di Molko e Jesus’ son. E avanti così con una scaletta che pesca qua e là con par condicio da 20 anni di canzoni.

Brian Molko in quanto a loquacità non dà alcuna speranza. L’unico momento in cui aizza il pubblico è per fare il “parappappapparara” durante Special K. Proprio quella di Sanremo, conclusa con sfascio di strumenti, gesto del vaffanculo e indignazione dell’intero Ariston. L’indimenticabile performance si può oggi apprezzare sul canale Youtube ufficiale del gruppo: immagino dunque ne vadano piuttosto orgogliosi (come tutti noi d’altronde).
Da allora è passato molto tempo, ma l’eyeliner è sempre autenticamente nero. E anche se la canzone Twenty years parla più di futuro che di passato, ora la cifra tonda è un ottimo pretesto per una festa che ripercorra tutta la carriera, e ricordi un illustre fan della prima ora. Abbiamo un sorridente David Bowie nelle proiezioni video, ovviamente su Without you I’m nothing, canzone che nuda di qualsiasi ritornello ci ha fatto perdere la testa ascoltando per la prima volta quel disco magico. Oggi cambia senso e il destinatario è il Duca Bianco; la sua partecipazione in quel pezzo aveva contribuito all’ascesa dei ragazzi, ed ora è come se Molko gli dicesse “Senza di te…”
Le consecutive Song to say goodbye e The bitter end suggeriscono che la prima parte si sta concludendo. Poi di nuovo sul palco. I Placebo from London possono fare un po’ quello che vogliono, hanno le spalle coperte da una band di quattro elementi e Brian Molko può fumarsi le sigarette e Stefan Olsdal può sventolare il suo basso arcobaleno. Si sentono bene, ci fanno stare bene. La serata si chiude con la cover Running up that hill di Kate Bush.

Tirando le somme, quel vecchio brontolone del sottoscritto alza il sopracciglio per due dei suoi
pezzi preferiti. Il primo è I know, cantata diversamente dalla versione sacra. Il secondo è Every you every me perché proprio non l’hanno suonata. È naturale: è così facile rimbrottare le mancanze alle band cui si vuole bene. Ma ritornando a Torino (cammino, navette, parcheggio, auto eccetera) ti accorgi della realtà: ti stai abbandonando con piacere al risveglio diffuso di quel periodo che talvolta chiamiamo “anni 90”, talvolta chiamiamo “20 anni fa”.

Giorgieness (opening)

 

 

 

 

Placebo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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