samphaDSC_3987

fotografie di Starfooker / testo di Elia Alovisi

C’era un’atmosfera confortevole, ieri sera, al Fabrique di Milano. Era il primo concerto italiano di sempre di Sampha, ed è stata un’esibizione molto rilassante e genuina. Sono arrivati tutti i pezzi di Process, qualche estratto dal suo primo EP, e pure la versione per solo piano di Too Much che Drake si è arraffato per l’omonimo pezzo di Nothing Was the Same. Sampha ha rilavorato il tessuto sonoro dei suoi brani (su tutti una Kora Sings tutta percussioni con la kora del titolo, chitarra tradizionale nordafricana, sostituita da note di synth), ha chiacchierato amabilmente col pubblico dimostrando voglia di creare una connessione con chi si trova di fronte, non è rimasto impalato al microfono e si è messo a fare saltelli e balletti, ha dimostrato buona alchimia con la sua band in un bis in cui si è messo a suonare una batteria assieme a tutti loro, se n’è andato ringraziando dopo che ha esaurito i suoi pochi pezzi — comprensibilissimo, dato che è all’esordio. L’unico problema è che potrebbe volerci un po’ prima che si ripresenti dalle nostre parti, se mai si ripresenterà.

Mi spiego: quando si parla di hip-hop e R&B capita spesso che artisti considerati enormi nel resto del mondo, da noi, passino più o meno inosservati dal grande pubblico e restino appannaggio di un’utenza relativamente piccola. Per cui il Fabrique è chiuso per metà, e si può girare più o meno comodamente di fronte al palco con relativa facilità, nonostante sul suddetto ci sia un artista che ha visto la sua voce e la sua capacità compositiva approvata e sfruttata da Drake (più volte), Frank Ocean, Kanye West e Solange Knowles. Poi: non è che l’approvazione dei grandi del pop contemporaneo sia necessariamente garanzia di qualità, e la soggettività regna sovrana quando parliamo di musica. Ma è curioso rendersi conto di come noi italiani, soprattutto noi italiani che ascoltiamo hip-hop e dintorni, non andiamo regolarmente a entrare nelle pieghe dei dischi americani che ascoltiamo — se li ascoltiamo, ché un co-sign di una star non è garanzia di visibilità, almeno dalle nostre parti. Questo, principalmente, perché le star americane non sono davvero così penetrate nell’utenza potenziale italiana, più volenterosa di pagare 80 euro per un concerto di un cadavere come 50 Cent piuttosto che pagarne, tipo, 40 per un ipotetico concerto di Chance the Rapper. E Sampha costava 18 euro.

Concerti come le esibizioni milanesi di Kendrick Lamar ai tempi di good kid, m.A.A.d. city o della Odd Future Wolf Gang Kill Them All sono eccezioni, riuscite esclusivamente perché svoltesi ai Magazzini Generali — locale dalla capienza di circa un migliaio di persone, per darvi un’idea. E la domanda è: a Kendrick, o a Tyler, o a Sampha, che gli viene a suonare per ottocento persone in un piccolo club quando possono suonare per ottomila a duecento chilometri di distanza? Poco, credo. E quindi concerti come quello di ieri sera rischiano di restare piacevoli eccezioni piuttosto che realtà. O forse il mio pessimismo è troppo acuto, non so — spero di essere smentito, ma il trend non sembra andare verso un miglioramento.

Qua sotto le fotografie del concerto, a cura di Starfooker.

SAMPHA

sampha_DSC6802

samphaDSC_3980

sampha_DSC6974

samphaDSC_3972

samphaDSC_3965

samphaDSC_3961

samphaDSC_3921

sampha_DSC7040

sampha_DSC7004

sampha_DSC6997

sampha_DSC6982

sampha_DSC6961

sampha_DSC6936

sampha_DSC6921

sampha_DSC6900

sampha_DSC6881

sampha_DSC6867

sampha_DSC6865

sampha_DSC7030

sampha_DSC6841