foto di Starfooker
La prima volta che gli xx suonarono a Milano, si esibirono alla Casa 139 – un circolo ARCI ormai scomparso e piuttosto piccolo, così intimo che più di un centinaio di persone rimasero fuori dal locale senza un biglietto. Ai tempi erano in quattro:la chitarrista Baria Qureshi che non era ancora stata cacciata dalla band da Jamie, Romy e Oliver, e il loro album di debutto era uscito solo da due mesi. Già in molti, però, si erano accorti del potenziale della loro formula: Best New Music su Pitchfork, la vittoria del Mercury Prize, le lodi di NME.
Gli xx, però, non seguivano il canovaccio tipico della next big thing britannica che aveva dominato la narrazione rock nei primi anni zero, fatto di gruppi di maschi tendenzialmente bianchi e fighi che differenziavano la loro proposta con risultati che il tempo avrebbe poi definito più o meno duraturi: per ogni Alex Turner e Sergio Pizzorno, oggi superstar, esiste un Leonard Newell dei Viva Brother, oggi nessuno. Gli xx erano strani, alti e bassi, ricci e lisci, meticci, orgogliosamente queer e totalmente anti-machisti. Facevano musica minimale, senza schitarrate o corettoni da intonare tutti assieme. La loro era un’atmosfera cullante, più adatta a un movimento lento e suadente che alla liberazione di una danza o di un pogo.
Forse pochi si aspettavano che le note di Intro, il pezzo che apriva xx, sarebbero diventate manifesto di un certo modo di concepire la musica: ugualmente adatta ad accompagnare i rivolgimenti emotivi di una generazione come la pubblicità di una macchina. La forma musicale degli xx, oggi, ha permeato così tanto il mainstream che non mancano sue copie spudorate, e persino plagi atti a non pagargli i diritti. La loro accessibilità a metà tra elettronica, R&B e minimalismo, il loro non essere rock, gli ha permesso di essere ascoltati e fruiti da un pubblico fortemente trasversale — un pubblico che le migliaia di persone assiepate nel Mediolanum Forum rappresentano piuttosto bene.
Il pubblico degli xx è tutto tranne che omogeneo, come apparentemente disgiunti e incoerenti erano gli xx stessi ai loro esordi, se considerati solo per il loro aspetto fisico. Dietro a quei ragazzi si nascondeva, invece, una forte empatia e un rapporto strettissimo — Jamie, Romy e Oliver erano amici fin dai tempi delle elementari — esploso, negli anni, in una tripletta di album che si rifrange in tre modi differenti: il dettato delle regole del nuovo pop di xx, la tensione confessionale di Coexist, l’enormità e la poliedricità di I See You. Ed è proprio da quest’ultimo che la band comincia, con una versione decisamente fedele all’originale di Say Something Loving ben accolta dal pubblico.
Quello che colpisce degli xx dal vivo è che hanno davvero pensato a come riadattare le loro canzoni per gli spazi sempre più ampi, grandi e ariosi — basic space, open air — in cui si sono trovati a dover suonare con il passare degli anni. Un brano convincente già di per sé come I Dare You, ad esempio, dal vivo trova il suo punctum negli “oooh / oooh / oooh” che aprono il ritornello: su disco, apparivano come un normale vocalizzo. Dal vivo, sembrano qualcosa che richiama alla mente la formula da stadio perfezionata dai Coldplay.
Al contempo, i tre ragazzi inglesi non hanno deciso di affidarsi solamente ai trucchi da grande concerto per affermare la loro nuova identità live, lasciando grande spazio anche al loro lato più intimo. Per una buona sezione dello show, agli xx non frega assolutamente niente di suonare pezzi lenti su pezzi lenti: in fondo è quello che hanno sempre fatto, e sono abbastanza grossi da far sì che il loro pubblico non li colga come pausa per andare a prendere le birre ma momento di raccoglimento e tensione. Così dopo Brave for You — in cui Romy parla ai suoi genitori scomparsi, promettendogli che “sarà forte e coraggiosa per loro”, “ogni volta che salirà su un palco” — arriva una versione interamente a cappella di Basic Space, una versione per voce e chitarra di Performance e una quieta cover di Too Good di Drake e Rihanna (decisamente a suo agio nel riadattamento à la xx, a dimostrare quanto l’R&B, l’hip-hop e il pop da classifica ormai giochino su territori incrociati).
Altra chiave di lettura di I See You era il maggior spazio dato all’elettronica di Jamie xx, dopo la sua auto-affermazione come producer internazionale grazie a un ottimo debutto come In Colour: i tre concludono la prima parte del loro concerto con una resa enorme di Loud Places, tutta cassa potente, vocalizzi e riflessi disco dagli enormi specchi che ruotano dietro al palco. Prima c’era stato spazio per una Dangerous a volumi decisamente alti, e la pausa prima del bis si è configurata come un mini-set di Jamie — la cassa alla fine di Loud Places a continuare mentre il palco era vuoto, per poi risalire di ritmo fino a esplodere in On Hold.
Intro, il penultimo pezzo, è seguito da Angels — ed entrambe hanno dentro quello che gli xx sono diventati, in otto anni di attività. Un’introduzione di due minuti scarsi che è diventata così riconoscibile da essere considerata uno dei punti più alti dei loro concerti, e un singolo quasi privo di percussioni concentrato sulla ripetizione di un termine unificante e universale come “love” — e quei “love” vengono cantati davvero da tutti, fino alla fine, annegando la voce di Romy in un mare di applausi.






























