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testo di Elia Alovisi / foto di Starfooker

A partire dal 2013 si è parlato, a scadenze più o meno regolari, di emo revival: quel processo per cui i grandi gruppi degli anni Novanta e le nuove leve del genere si sono alimentati reciprocamente – i primi riunendosi nel momento di maggior attenzione sulla loro eredità e i secondi rifacendosi alle suddette leggende innovando e ampliando la portata del loro stile – portando, nel frattempo, la sottocultura emo a imprevedibili vette di riconoscimento (vedere le recensioni di Ian Cohen su Pitchfork, per esempio). Questa ondata di popolarità e fertilità creativa, c’è da dire, sembra non essersi tuttora esaurita: ogni anno nuove band americane e inglesi “ce la fanno” e iniziano a essere riconosciute fuori dagli scantinati del loro stato natio, principalmente grazie al potere di Bandcamp e all’affermazione delle etichette di cui fanno parte come hub creativi del genere. E niente, i due esempi più fulgenti di band emo che ce l’hanno fatta nel 2016 sono i Pinegrove e, come potete supporre dato che state leggendo questo articolo, i Modern Baseball.

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Holy Ghost, il loro ultimo LP, è una coproduzione Run for Cover e Big Scary Monsters – quelle che potremmo ragionevolmente definire attualmente le etichette più fighe della scena dai due lati dell’Atlantico. È, inoltre, il loro album meglio prodotto finora, e sicuramente il più rappresentativo: è stato infatti composto per metà da Brendan Lukens e per metà da Jake Ewald, le due identità creative alla base del gruppo. Se non li avete mai sentiti, non aspettatevi grandi viaggioni discorsivi, né minimalismo di scuola Kinsella (Mike) o impressionismo astratto sempre di scuola Kinsella (Tim) – il filone in cui possiamo inserirli parte, diciamo, dai Get Up Kids; dagli accordoni pop, dall’emotività da cameretta tutta tenerezza e pacche sulle spalle. E nessuno come loro è riuscito a far vibrare così bene, nella scena di oggi, quel tipo di corde.

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Non ho una spiegazione esatta del perché tutto questo successo sia successo (ha!) ai Modern Baseball e non a qualche altro ragazzo con un ottimo orecchio per le melodie che fa musica che parla di quanto gli manca la sua ragazza, di come non riesce a dormire e che in fondo tutto andrà bene. Ma già dal loro secondo LP You’re Gonna Miss It All era chiaro che la parte vincente della loro combinazione era, detto semplicemente, l’accessibilità (o la genericità, in base alla lettura che volete dare alla cosa). A crearla era ed è, oltre a un ottimo gusto per le melodie, una capacità notevole: quella di umanizzare e sdrammatizzare i cliché del giovane col cuore spezzato.

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Un esempio: Your Graduation, uno dei loro pezzi più celebri, esordisce con un “Sono tre anni che ti penso ogni giorno”. Bé, passare tre anni a pensare a una persona che non c’è più è davvero un’esagerazione, e non è affatto consigliabile attaccarsi così tanto al passato a discapito del proprio benessere; ma la sensazione alla base del pezzo (“Mi piaci, tu mi dici che forse ti piaccio e mi tieni lì un po’ sospeso”) l’abbiamo provata tutti. E allora tutti possiamo potenzialmente sentirla nostra.

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Mentre i loro compagni di scena raramente riescono ad arrivare in Italia, e quando ci arrivano suonano in spazi più o meno ristretti, i Modern Baseball si trovano a esibirsi sul palco principale del Circolo Magnolia — a testimonianza di quanto si trovino, a tutti gli effetti, ai vertici di popolarità dell’emo contemporaneo. E devo dire che il loro concerto è stato, permettetemi a mia volta il cliché, perfetto nella sua imperfezione. La band era priva di Lukens, che aveva deciso di non partire per il tour europeo del gruppo dopo essersi reso conto di doversi concentrare sulla sua salute fisica e mentale. E, dato che il 2016 è stato l’anno in cui i musicisti hanno cominciato a parlare seriamente di salute mentale, non possiamo che essere felici della sua scelta. Anche perché i Modern Baseball sono riusciti, saggiamente, a sfruttare la profondità della rosa dei loro amici per riuscire comunque a portare dal vivo la genuinità che li rende quelli che sono.

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A esibirsi al posto di Lukens sono stati infatti alcuni membri dei due gruppi che aprono i loro concerti durante questo tour, i Superweaks e i Thin Lips (e una ragazza dal pubblico!). La sensazione era quella di trovarsi in mezzo a una prova particolarmente riuscita bene del gruppo, tra caciaronaggine e strizzate d’occhio, improvvisazioni varie e una sezione acustica solista centrale tutta a cura di Ewald. Il che non significa disattenzione, o imprecisione: forse la semplicità compositiva dei loro pezzi ha aiutato, ma i Modern Baseball sono sembrati tutto tranne che monchi. Anzi, coinvolgendo chi gli vuole bene nel momento del bisogno si sono addirittura rinvigoriti. A tal punto che finire il concerto con una cover di When You Were Young dei Killers definendola “la prima canzone che abbiamo scritto” non ha causato, mi è sembrato, particolari perplessità nei presenti. “Resti lì, seduta, col cuore spezzato / Ad aspettare che qualche bel ragazzo / Ti salvi da te stessa, da quella che eri”, diceva Brandon Flowers, immaginando una ragazza stanca del vuoto luccichio delle promesse di Las Vegas — le stesse parole le hanno scelte i Modern Baseball, ed è bello rendersi conto di come basta cambiare il contesto in cui vengono pronunciate per fargli guadagnare una qualità guaritrice.

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