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Henry Rollins, storico frontman dei Black Flag, ha scritto un bellissimo pezzo per LA Weekly che parla della sua vita in relazione all’elezione di Donald Trump. Ve lo abbiamo tradotto (quasi) per intero, lo potete leggere qua sotto.

Sono sei settimane che vivo su un tour bus. Mi va bene e sarei felice di restarci sopra fino all’anno prossimo. Sfortuatamente, a metà gennaio dovrò sbarcare.

C’è sempre qualcosa da vedere fuori dal finestrino. Siamo praticamente all’aperto, ma al chiuso. Ieri sera ho guardato due persone iniziare a litigare sempre più intensamente. Sono arrivate tre macchine della polizia e pochi minuti dopo, una delle due persone, una donna, è stata ammanettata, fatta salire in macchina e portata via. Poco dopo, le altre macchine se ne sono andate e la strada è tornata calma.

Per me è impossibile non fare analogie tra questo modo di esistere e le barche e i fiumi. Navighiamo lungo fiumi, ci muoviamo all’interno dei loro affluenti, attracchiamo per diverse ore e poi ce ne andiamo. Ogni singolo luogo tranne il bus stesso è temporaneo. Il livello di input visuali è incredibile. A volte mi sento come un cane con il muso fuori dal finestrino.

Ricordo il primo momento in cui ho pensato che, in un certo senso, eravamo marinai. Era l’estate del 1984. Ero seduto sul retro del furgoncino dove avevamo gli strumenti assieme a un nostro tecnico. Era notte ed eravamo in strada, da qualche parte in Florida, verso il concerto del giorno dopo. Il portellone sul retro era aperto, ci stavamo godendo l’aria della notte e l’assurdità del fatto che avremmo potuto tranquillamente cadere e, molto probabilmente, morire. Siamo passati accanto a una sorta di cantiere illuminato a giorno. Gli dissi, “È proprio strano vedere qualcosa di simile in mezzo a quest merda.” Lui colse la mia citazione di Clean, il personaggio di Laurence Fishburne in Apocalypse Now.

[…]

Questo modo di vivere, in un certo senso, va contro la norma, e il tradizionale valore del “svegliarsi nel proprio letto.” Ad ogni modo, qualsiasi cosa ripetuta per abbastanza tempo diventa routine. Dopo qualche settimana il buss, gli abbonamenti giornalieri alle palestre, i palchi, i past post-spettacolo in buste di carta marrone — diventa tutto normale.

Detto questo, non mi sono mai sentito di essere al posto giusto e a fare la cosa giusta come adesso, in tour e in costante movimento. Nessun altro modo di vivere ha mai avuto più senso di questo, per me. È questa sensazione che non mi ha mai fatto percepire la vita come uno sbattimento.

È una situazione dura, America, ma almeno sappiamo dove ci troviamo.

Essere stato in continuo movimento durante queste elezioni è stato come guardare un animale agonizzare prima della morte. Quando ieri ha finalmente esalato il suo ultimo respiro, mi sono reso conto che ora sappiamo tutto. Tutte le persone che in passato si erano nascoste tra le ombre, nelle stanze sul retro, sono ora all’aria aperta. Tutto è stato mostrato, tutto è risaputo. L’America non è mai stata così trasparente. Il velo della civiltà è stato fatto a brandelli e forse era ora che accadesse. È una situazione dura, America, ma almeno sappiamo dove ci troviamo.

Si potrebbe dire che la presidenza Trump sarà una delle più grandi lezioni del nostro tempo. Ovviamente ci sono milioni di persone che non l’hanno vista così. Questo turbine sarà solo il trailer dell’epica battaglia che sarà il 2020.

Sono ancora in tour, e lo sarò per settimane. L’America in cui sto viaggiando adesso è probabilmente più divisa che mai. Poter vedere così tanti paesaggi, città, così tante persone mi fa sentire quasi invisibile, come se stessi scivolando silenziosamente tra gli stati passando per le loro strade secondarie. E per me questa è la libertà più grande a cui posso aspirare. Scegliamo una strada e andiamo da un porto a un altro. Ruggiamo per le autostrade nella notte americana, vivendo vite che non avremmo mai immaginato possibili da giovani.

Non c’è nessuna parte di questo stile di vita che non mi piace. Restare sveglio fino a tardi, da solo, nella saletta di fronte del bus ad ascoltare il suono ronzante delle ruote e del rumore, mentre continuiamo a navigare su quello che David Lee Roth un tempo ha chiamato “il Mare delle Conseguenze.”

Penso al mio nuovo presidente e al suo primo tour globale, lo penso mentre incontra leader da tutto il mondo e penso al futuro che ci aspetta. Ricordo tutte le stronzate sdolcinate che sono uscite dalla sua bocca quando ha accettato la sua vittoria, e tutto quello che posso fare è ridere della pazzia che ci aspetta.

In un certo senso, molte cose sono finite. Per me, qua fuori, la strada è eterna. A questo punto, è tutto quello che mi resta.


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