wild beasts

di Stefania Ianne

I Wild Beasts prendono il loro nome dalla parola fauve, “selvaggio” – dal celebre movimento artistico francese. Un riferimento culturale piuttosto inaspettato, se pensiamo al fatto che tutti i componenti del gruppo vengono da Kendal, una cittadina nel nord dell’Inghilterra in mezzo a uno scenario idillico ma piatto e conservatore. I loro album sono ormai cinque: il primo nel 2004 e l’ultimo nel 2014, passando per un Mercury Prize nel 2010 e una recente direzione in senso elettronico del loro suono,+ – in uno sforzo di crescita compositiva intrinseca ad un gruppo costantemente in cerca di nuove ispirazioni.

Ritrovo il cantante Hayden Thorpe e il bassista Tom Fleming in un pub di Hoxton, esausti ma carichi e, soprattutto, enormemente soddisfatti della propria creazione – facilitata dal lavoro di produzione di uno dei geni musicali dei nostri tempi, John Congleton, produttore responsabile del suono di artisti come St. Vincent, Swans e David Byrne. Gli argomenti non mancano, in una Londra ancora scioccata dal voto del referendum che ha segnato la futura uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Pur toccando tematiche sulla bocca di tutti, durante l’intervista la conversazione ritorna insistente sui temi privilegiati dai Wild Beasts in generale e da Boy King in particolare: la vulnerabilità intrinseca della mascolinità, la classe operaia e la letteratura, nella figura di Lord Byron.

Boy King mi sembra coraggioso, intimo, straziante. Com’è stato scriverlo?

Hayden: Letteralmente straziante e intenso, e pieno di gioia. È stato un processo creativo positivo, abbiamo cercato di lavorare sul disco con la noncuranza degli adolescenti. Siamo quasi diventati il tipo di gruppo musicale contro il quale ci eravamo ribellati quando abbiamo iniziato. È quasi liberatorio diventare quel tipo di persona. Quando abbiamo fondato il gruppo provavamo orrore al solo pensiero di ricreare la gestualità e le pose esagerate di quel tipo di americanismo, di machismo, e alla fine sono diventate caratteristiche che abbiamo impersonato a fini artistici.

Intendi dal punto di vista musicale o tramite le parole?

Tom: In entrambi i modi. Sono strumenti che abbiamo usato ai nostri fini, forse in modi per cui non erano stati pensati. Allo stesso tempo c’è un fine quasi satirico nel messaggio del disco. Il fatto che sia incentrato su atteggiamenti grandiloquenti, su un approccio nichilistico e sensuale alla vita che secondo me è direttamente riflesso nelle esagerazioni dei gesti musicali. Le parole interagiscono con la musica che le circonda e la musica non è solo un’espressione delle parole. Le canzoni sono animate da personaggi, e le parole sono uno di questi personaggi – la chitarra è un altro personaggio, la batteria è un personaggio. Forse sembro pretenzioso a dirlo, ma la musica prende il suo significato dalla “danza” che si crea tra i vari personaggi.

Anche le canzoni sembrano presentare diverse “figure”: l’uomo duro e la donna potente, ad esempio. Le persone di cui parlate nelle vostre canzoni sono delle entità separate o rappresentano le varie sfaccettature del carattere dello stesso personaggio?

Hayden: Ci sembra di aver creato un album molto personale e sono convinto che ogni persona possa impersonare diversi caratteri simultaneamente. C’è una parte della nostra psiche che ci consente di essere il mostro e l’angelo allo stesso tempo, ed è così che funzionano l’amore e la nostra vita. È un album in cui siamo crudeli per essere gentili, non ci sono altri modi per definirlo.
Tom: C’è del nichilismo, che è in qualche modo un prodotto dei nostri tempi ma anche un rifiuto del tutto. È un disco molto più crudele perché, nonostante la presenza dei vari caratteri che lo popolano, noi stessi siamo intimamente coinvolti. Ci piacerebbe rimanere sulla soglia e guardare cosa succede, ma è come se fossimo stati in periodi diversi tutti questi personaggi .
Hayden: Il filo conduttore che li lega è la ricerca di soddisfazione. Sono tutti alla ricerca di gratificazione a breve termine e credo il disco, in generale, sia collegato al movimento perpetuo che ci porta a cercare una soddisfazione istantanea. Il titolo Boy King nasce da questa considerazione: da bambini non si riesce a differenziare tra il volere e l’ottenere. Normalmente il desiderio viene prima e poi si cerca di ottenere, mentre il re ottiene tutto quello che vuole.

Come si differenzia il suono dei Wild Beasts rispetto ai vostri dischi precedenti? In che modo John Congleton ha contribuito a far evolvere la vostra musica?

Tom: Dal punto di vista del suono sicuramente c’è stata una rottura. Ci siamo sentiti completati dal lavoro in studio, John ci ha fatto ritornare alle origini. La maggior parte delle canzoni che abbiamo portato nello studio erano troppo elaborate, ci avevamo lavorato troppo e John ha semplificato il tutto e ci ha fatto suonare in maniera casuale, ci ha fatto lasciare gli errori nelle registrazioni e ci ha portati a suonare con un atteggiamento sfrontato piuttosto che con precisione.
Hayden: Penso che le canzoni che abbiamo creato per Boy King siano coraggiose e John ci ha resi ancora più coraggiosi. John è un genio del suono, e questo non si discute, ma penso che il suo contributo principale sia stato un trattamento psicologico nei nostri confronti per cui lui era allo stesso tempo il consigliere e il boia. Immagino che un disco che allo stesso tempo esprime la sfrontatezza della mascolinità e le falle della mascolinità necessiti di qualcuno che adotti entrambi i ruoli a seconda del momento. A volte era brutale e a volte gentilissimo e protettivo, ma sceglieva sempre il momento opportuno.

Get My Bang sembra quasi un inno contro il consumismo. Me ne potete parlare?

Hayden: È nata come una risposta emotiva allo spettacolo poco edificante offerto dalle persone che lottano nei supermercati per aggiudicarsi un televisore scontatissimo, è una cosa che mi fa piangere a cui ho voluto rispondere in maniera istintiva ed emotiva. Da quel momento il tema del singolo è diventato la perdita delle inibizioni sociali, quello che facciamo per raggiungere la soddisfazione a tutti i costi – che sia prenderci a pugni in un supermercato o volare intorno al globo per tenere in piedi un rapporto, nulla è ormai impossibile. La canzone esplora il nostro rapporto con l’eccitazione e il piacere.

È vero, vogliamo qualcosa e lo vogliamo subito, ma mi colpisce il fatto che la gente voglia cose estremamente superficiali. Hai appena fatto l’esempio del televisore, ma credete che la nostra esistenza sia tutta qui? 

Tom: La situazione peggiora ogni giorno per la presenza dei social media e il bisogno che sentiamo di pubblicizzarci. “Sono io il protagonista e voglio queste cose per me, voglio realizzarmi”. Penso che per molti l’esperienza sia simile ad una corsa sulle montagne russe: siamo dominati da questa sensazione di odio per noi stessi perché vogliamo sempre di più e possediamo sempre di più. È come un gioco a cui non si perde mai.

Ho letto nelle vostre note che vi siete ispirati a Byron nella scrittura di Boy King. Ma quale suo lato, incarnando lui tante figure? 

Hayden: Byron, per me, incarna il mito del poeta-divo del pop. Siamo musicisti, soffriamo del complesso del culto dell’eroe per natura, altrimenti non faremmo quello che facciamo. Facciamo musica perché vogliamo trascendere noi stessi, vogliamo essere di più di quello che appariamo essere. Byron è come un superuomo, è l’uomo difficile per antonomasia, è il mito dell’uomo totale. Celebrava gli impulsi carnali e, nella rima seguente, disperava sul significato della vita. E il nostro disco riflette lo stesso dilemma tra il volere intenso seguito dalla riflessione su cosa cazzo siamo diventati.

Non avete paura che riferimenti culturali come questi, in un certo modo, creino un distacco con i più giovani?

Tom: È vero che per i ragazzi che stanno crescendo in questi anni anche parlare di letteratura, o degli anni Ottanta, è come parlare del medioevo, ma d’altronde c’è sempre un certo grado di rielaborazione del passato. Non stiamo cercando di proiettare l’immagine di grandi artisti nel presente, stiamo rielaborando dei temi. E queste sono le cose che ci stanno influenzando e stiamo cercando di creare qualcosa rielaborandole. E nella musica britannica ci sono sempre stati tanti facsimile del facsimile del facsimile, è allucinante, e tante persone non hanno mai ascoltato la prima copia e tantomeno l’originale.
Hayden: Non c’è niente di peggio, secondo noi, di persone che si avvicinano ai nostri dischi per imparare. Noi cerchiamo di esprimere delle emozioni che vengono rese reali anche se le parole e le forme sono intangibili è il nostro modo di dire che siamo come voi, che reagiamo nello stesso modo.

Tom, per ritornare alle parole di Get My Bang, tu dici nel coro: “I want to feel outrageous”. C’è ancora spazio per il comportamento eccessivo che ha caratterizzato il mondo musicale negli anni passati? A paragone con gli artisti e i musicisti del passato, il comportamento attuale mi sembra molto pacato.

Tom: Si, certo. Ma stiamo scrivendo musica in un periodo in cui non solo devi scrivere le canzoni ma devi anche essere l’artista, il produttore, devi anche prenderti cura delle copertine. Ad un certo punto pensavo che dopo 5 anni non saremmo più stati costretti a fare tutto noi, e invece dobbiamo fare sempre di più. Ma ci sono ancora variazioni sul tema: se pensi alla formazione delle rock star del momento, vengono tutti da scuole di lusso.
Hayden: Secondo me la differenza sta nel fatto che la vita della rockstar, nel tempo, è diventata sinonimo di uno stile di vita smodato e dominato dall’abuso delle droghe. Ma è tutto iniziato dal fatto che gli artisti cercavano di mettersi in mostra, non avevano paura di rivelarsi e di mettersi davanti al pubblico e di dire eccomi, colpiscimi, questo sono io. Quando pensi a gente come Bowie e Iggy Pop la cosa più importante era che vivevano in una realtà alternativa che loro stessi avevano inventato. E questo è quello che cerchiamo di fare noi, ci mettiamo sul palcoscenico e se alla gente non piace la nostra musica va bene lo stesso. Ma ci mettiamo in mostra ed è questo che rende il tutto eccitante, sono questi i momenti in cui mi sento nauseabondo e nervoso quando pubblichiamo un nuovo disco perché sto rivelando una parte di me stesso che non sono sicuro sia eccezionale ma va bene cosi perché in questo sta il fascino della musica, è il rischio che ci sprona ad andare avanti.

Ma allora quando dire basta, come decidere fino a che punto rivelare le parti più intime di te stesso?

Hayden: È questa la minaccia più reale, cercare di mantenere i nervi saldi. Ma fa tutto parte del lavoro che facciamo. Gran parte è proprio cercare di mantenersi calmi davanti alle rivelazioni più profonde del proprio ego.
Tom:  Corteggiamo un po’ il diavolo, non è vero? Sicuramente scrivere canzoni è la parte più difficile del nostro lavoro, è in quel momento che ti guardi dentro e pensi: questa parte di me stesso non mi piace più di tanto ma alla fine fa parte del gioco.

La vostra collaborazione artistica vi crea anche tensioni interne o solo una tensione creativa positiva?

Tom: Lavoriamo insieme per raggiungere lo stesso scopo, per migliorare in maniera costante. Certo, mettiamo accenti diversi, ma non parlerei di tensione per definire la nostra collaborazione. L’idea della presenza di un artista che cerchi di esercitare il controllo sugli altri, nel gruppo, non esiste.
Hayden: Per quanto mi riguarda si tratta di un lavoro straziante. Il tuo materiale fa parte di te. Quindi, quando lavori per definire le tue idee, inevitabilmente diventi sparring partner con l’altro, come nel pugilato – devi scambiare colpi con il tuo compagno per cercare di diventare più preciso, per raggiungere la forma ideale. E sono convinto ci siano tantissimi musicisti che hanno più talento di noi ma non hanno la forza di sopportare i colpi. E non li biasimo. Questo è il nostro quinto disco, non perché siamo pieni di talento ma perché siamo pronti a lavorare per un numero infinito di ore al giorno. Certo, le tensioni si sentono, ma fanno parte del lavoro che facciamo, e in ogni caso come ha detto Tom stiamo “tirando” nella stessa direzione.
Siamo cresciuti in una cittadina di campagna, dove i valori del machismo e dello stoicismo sono pervasivi, e quindi la comunicazione non è il nostro forte. Mi sento forte solo a riuscire a proporre le mie idee compositive, per quanto fragili e delicate, a un gruppo di uomini della stessa pasta. Ma il fascino di questo lavoro e il rapporto che si è creato tra di noi viene proprio da questo. La nostra qualità più forte è allo stesso tempo la nostra parte più vulnerabile.

Immagino che questa vostra formazione vi abbia aiutato a sopravvivere in un mondo quello musicale, che dopotutto è estremamente competitivo.

Tom: In realtà è un mondo pieno di ragazzini viziati, di egotisti usciti dai licei. È un mondo molto stupido alla fine. Da quel punto di vista abbiamo un vantaggio immediato.

Negli anni Ottanta tante cose erano in qualche modo “sbagliate”: le pettinature cotonate, il trucco eccessivo. 

Hayden: Abbiamo raggiunto l’età che i nostri genitori avevano quando noi siamo nati negli anni Ottanta, e praticamente stiamo cercando di immaginare il paesaggio nel quale siamo nati. È strano, no? È molto interessante ascoltare la musica creata nel momento in cui sei nato. Soo cose che non puoi apprezzare fino a quando non diventi adulto e che ti permettono di dare un significato al mondo di cui facevi parte prima di prenderne coscienza. Pensa a Kate Bush, ai Talk Talk e Prince… tutta musica di grandissima importanza per noi. Il britpop che dominava la musica degli anni novanta ha portato a questa proiezione macho dell’eroe musicale impersonato da Liam Gallagher e Damon Albarn, semplicemente due ragazzi come gli altri al pub…

Due componenti della classe operaia.

Tom: O perlomeno che cercavano di imitare la classe operaia.

Pensate che esprimere un punto di vista che sia interamente e onestamente maschile possa alienare il pubblico femminile?

Tom: Mi piace pensare che siamo al passo con i tempi per quanto riguarda gli argomenti che affrontiamo e le cose che ci interessano. Non penso che parliamo di mascolinità in termini retrogradi, partiamo da una prospettiva di vulnerabilità e analizziamo il problema della posizione privilegiata in cui si trovano gli uomini e del machismo, la parte più distruttiva della mascolinità. Non lo so, spero di no.

Probabilmente un pezzo come Alpha Female sul disco serve a bilanciare qualsiasi squilibrio?

Hayden: Quel pezzo celebra il ritorno del femminismo, è una celebrazione del fascino della donna forte e potente. Piuttosto che perpetrare il mito della donna sottomessa, celebriamo le donne sessualmente potenti. E lo scherzo è a nostro scapito, sicuramente. Siamo noi, questi assurdi uomini in un gruppo che allo stesso tempo celebrano e si prendono gioco di tutto questo. E sicuramente capisco che, da un certo punto di vista, possiamo alienare il pubblico femminile. Ma, sinceramente, anch’io sono annoiato a morte da tutte queste band di maschi con le loro chitarre falliche.