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di Nicholas David Altea

Torino ha un legame assai stretto con l’elettronica, e non lo scopriamo di certo oggi. Se ne era già  parlato e scritto in precedenza: sul numero di marzo di quest’anno eravamo passati per nomi come Niagara, Not Waving, Gang Of Ducks, Mind Enterprises e Vaghe Stelle. Chi era rimasto nel capoluogo torinese e chi, per vari motivi, se ne era andato altrove portando con sé tutto quello che aveva acquisito, assorbito e sradicato dalla città. I Dropp, il cui nome deriva un brano degli Autechre, potrebbero far parte, anagraficamente, della tornata successiva di nuovi nomi dell’elettronica torinese, pur essendo attivi da circa 9 nove anni ed aver iniziato giovanissimi ancora dietro ai banchi delle superiori. Un percorso che si è evoluto partendo da una new wave imbastardita da sussulti dubstep convogliati poi in un’elettronica sempre più arrotondata ed ambientale. Dopo svariati EP e remix i Dropp sono arrivati al loro album d’esordio, Patterns, in uscita per White Forest. Un disco non facile per la band, una sorta di ponte tra passato e futuro della progressione musicale del gruppo. Per l’occasione, lo potete ascoltare in anteprima qua sotto mentre vi leggete l’intervista che gli abbiamo fatto.

Patterns ha un significato che spinge l’immaginazione. Tessuti e tappeti sonori. Moltiplicazioni seriali di uno stesso particolare. Partite da un qualcosa di piccolo e poi lo ampliate progressivamente?
L’idea di chiamare il disco Patterns è nata dall’esigenza di raccontare la creazione del disco. Dopo due anni di pezzi abbozzati, ci siamo ritrovati a dover fare una selezione dei brani da inserire nell’album, ogni traccia ad un primo ascolto aveva la sua personalità che non per forza si legava agli altri. Poi però ci siamo accorti che i pezzi, seppur diversi, condividevano degli elementi, uno spirito comune che sapeva legarli e che in qualche modo rendeva riconoscibile il nostro carattere e la nostra identità. Questo suo essere poliedrico poi ci piaceva molto perché rispecchiava e rispecchia il fatto che arriviamo tutti da esperienze e percorsi diversi ma che allo stesso tempo possono essere condensati e sintetizzati sotto un unico suono.

Torino è sì la vostra città, ma come mai la scelta di mettere in copertina la planimetria del Duomo di Torino e nello specifico la pianta della cupola di Guarino Guarini?
L’idea della copertina è nata dal nostro grafico Angelica Vanni. Quando ci ha proposto questa copertina, ci siamo subito innamorati perché oltre a rappresentare un elemento della nostra città (a cui siamo molto legati) aveva sintetizzato l’idea di base del disco, ossia un pattern di immagini, colori e suggestioni diverse riunite a formare un disegno più grande e completo. Abbiamo scelto la grafica relativamente presto, quando ancora stavamo scrivendo alcuni brani durante l’estate passata e questo ha aiutato molto sia a definire il titolo finale dell’album sia dare un orizzonte e un loro senso ai pezzi.

Sul sito ho visto che ci sono altre planimetrie.
Dopo quella originale di Torino, ci è sembrato interessante approfondire il tema della pattern-planimetrie, sul sito e su altre grafiche relative ai Dropp ci sono planimetrie del Pantheon di Roma, della Canton Tower in Cina e del Teatro di Ercolano di Napoli. Sono venute fuori una dopo l’altra ed erano troppo belle e troppo legate alle idee che stanno dietro al disco per non utilizzarle. Prendere un oggetto coerente e ben strutturato come una planimetria e riempirla di immagini plurali e molteplici di cristalli sintetizza perfettamente Patterns

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L’architettura ha una certa importanza in qualche modo nelle vostre costruzioni sonore?
Non direttamente, nel senso che non scriviamo o componiamo mai con pieno riferimento all’architettura. È un tema che ci affascina molto ma non abbiamo mai avuto in testa questo punto di vista se non come idea di struttura per contenere il materiale, la musica e le idee.

In 432 Atmosfere, il vostro primo disco del 2011, la voce era utilizzata in maniera più classica e era maggiormente presente. Col tempo sembra sia diventata più uno strumento che si posiziona alla stessa altezza dei suoni, né troppo sopra, né troppo sotto. Sovrasta raramente il resto, e quando lo fa, funge più da suono vero e proprio che da linea vocale classica. Cosa è cambiato negli utilizzi della voce?
Sono cambiati i nostri ascolti in fatto di elettronica, ascoltando musica perlopiù strumentale ci è venuto naturale integrare maggiormente la voce nel tappeto sonoro, facendole spesso interpretare la funzione di strumento vero e proprio.La cosa interessante è che, pur essendo meno protagonista, continuiamo a vedere la voce come elemento chiave della nostra musica e ci risulta molto difficile abbandonarla completamente. Fin dall’inizio batteria e voce sono state una componente fissa che non abbiamo mai abbandonato. Abbiamo provato delle volte ad eliminare questi due elementi ma i risultati non ci sono mai piaciuti. Quindi ci siamo arresi all’evidenza che forse sappiamo fare solo un certo tipo di musica.

Cosa avete sacrificato e cosa avete mantenuto (o ampliato maggiormente) in questo disco di passaggio? E quali sono state le maggiori difficoltà che avete riscontrato?
Di sicuro il tempo non è stato d’aiuto, ognuno di noi ha dovuto far convivere con la musica le aspirazioni e le carriere personali, e quindi molto banalmente, crescendo, il tempo da dedicare alla musica è diminuito negli ultimi anni. Questo però è stato anche un aspetto positivo, ogni componente dei Dropp riesce ad arricchire con il proprio personale background il fare musica insieme. Tutto quello che abbiamo sacrificato è stato necessario per portare il lavoro a compimento. Avendo due batteristi in formazione all’inizio volevamo fare in modo di avere una presenza ritmica fortissima nel disco salvo poi renderci conto di non riuscire a far quadrare i pezzi. La preparazione è stata piena di queste strade morte e di idee da sacrificare.

Riascoltando il disco, non avreste avuto voglia di staccarvi dal resto ancora in maniera più forte e decisa? Oppure questo disco potrebbe essere un punto di passaggio verso qualcos’altro?
Direi di no, non avremmo avuto voglia di staccarci dal nostro percorso in modo più netto ma semplicemente perché non avremmo saputo come fare. Questo disco voleva suonare, ed essere, il più sincero possibile e rispecchiare il nostro modo di fare musica. In questo sento non ci siamo trattenuti e non c’è stato nessun calcolo dietro. Probabilmente questo era l’unico strada che avevamo per fare musica e ne siamo contenti.

Di New Paris EP (2014), ad esempio, avete perso la componente più ruvida. Come avete lavorato per arrotondare le vostre pulsazioni?
Ci fa piacere che questa componente meno ruvida si senta. Effettivamente è un elemento su cui ci siamo soffermati. Nella realizzazione di questi ultimi pezzi volevamo cercare di uscire dall’abitudine di martellare sempre come fabbri, dote che ci arriva da anni di sale prove e concerti. Volevamo qualcosa che fosse deciso e con carattere, ma senza dover per forza fare il più rumore possibile. Abbiamo eliminato molti elementi che ci sembravano superflui per lavorare con poco. Forse abbiamo cercato di arrotondare la composizione, cercando di essere più raffinati e più precisi. Un pezzo come Sierra era fatto per essere suonato live, in questo disco invece ci siamo concentrati di più sulla musica tenendo per un secondo momento il discorso live. Di sicuro però allo stesso tempo abbiamo anche reso i suoni molto più acidi e taglienti rispetto al passato, acidi e taglienti ma precisi. 

C’è stato un periodo, dal 2009 al 2014 circa, in cui dubstep e post-dubstep imperversavano un po’ ovunque influenzando tutto quello che sfioravano. Voi come lo avete vissuto, musicalmente parlando? Qualcosa aveva intaccato i vostri lavori, ad esempio IIII?
Essendo cresciuti in quel periodo ovviamente ne abbiamo assorbito un bel po’, in maniera più o meno cosciente. In IIII probabilmente le influenze erano più chiare, anche nell’uso di suoni maggiormente “rotondi”. A partire da New Paris credo che questa influenza, almeno nei suoni, sia andata un po’ scemando e non credo che la nostra musica di questo disco possa essere definita post-dubstep, mentre probabilmente IIII aveva più diritto di essere definito tale.

All Past Paths che è molto ritmata e All Future Paths che ha un animo più soul, sono parte della vostra evoluzione,  passato e futuro?
All Past Paths è stata scritta unendo un brano più vecchio ad uno più nuovo, dalla parte iniziale ai sequencers finali. Abbiamo scelto di inserirla come primo brano dell’album proprio come ponte tra due modi di fare musica. All Future Paths è invece il  punto di approdo maggiormente compiuto di queste nuove direzioni. Quindi sì, indubbiamente il senso che volevamo dare a questi due brani era di ricordarci e ricordare il percorso passato per portarlo in una nuova direzione.

No Induction e Not One Ideas rifuggono in un clima ansiogeno e concitato. Cosa vi ha spinto in queste direzioni?
Li abbiamo scritti nello stesso periodo e infatti si sente. Soprattutto No Induction è uno dei brani a cui teniamo di più, forse in assoluto quello a cui teniamo di più. Ha segnato un cambio di passo. Sono anche i primi brani in cui abbiamo iniziato a giocare di più con samples campionati, sarebbe divertente se qualcuno scoprisse da cosa arrivano i suoni di base di questi due brani!

Il tema della frammentazione/coerenza come lo avete affrontato in questo album? È verso questa strada che volete proseguire?
L’idea è saper valorizzare le diverse qualità che essere in quattro porta in dote rispetto al producer singolo. Per noi è stato importante capire che potevamo sfruttare i nostri diversi percorsi di vita, e quindi quello che facciamo al di fuori della musica così come altre nostre passioni, all’interno di un progetto che fosse però comune e coerente tra di noi. In qualche modo racchiudere molteplici sfaccettature e sfruttarle invece di viverle come un problema. Da qui le grafiche ed il titolo stesso del disco. Sicuramente questa lezione ci accompagnerà anche in futuro anche se non sarà più la propulsione principale, così com’è stato per Patterns.

Almagesto ha un significato fortemente legato all’astronomia (Opera di Claudio Tolomeo). Quanto c’è di infatuazioni spaziali e astronomiche nel vostro disco?
Come ti dicevo prima ognuno di noi viene da un percorso diverso, in particolare uno di noi si occupa di fisica e quindi queste suggestioni sono sempre dietro l’angolo. In questo pezzo però la razionalità estrema viene vissuta come un problema, qualcosa di cui liberarsi almeno momentaneamente per riaffermare una visione più irrazionale delle cose. L’Almagesto è stata una delle opere scientifiche più importanti della storia, per più di un millennio ha dettato un certo ordine delle cose, una certa cosmologia ed un certo ruolo dell’uomo, credendo che con tale tipo di razionalità tutto fosse stato dettato. Forse più che di infatuazione spaziale si tratta di infatuazione per la storia delle idee e per il modo in cui certe opere influenzano le persone per moltissimo tempo dettando un orizzonte in cui tutto ricade. Il testo di questo brano vuole ricordarci che anche abbandonando questo schema si possono imparare cose interessanti.

Last Sun è il brano che fra tutti ha una forma-canzone più classica: linee vocali definite, uno sviluppo progressivo e una conclusione. Che approccio avete avuto con questo pezzo? Io ho pensato anche a qualcosa di S (2012), il disco dei Drink To Me, per certi versi.
È un disco che abbiamo ascoltato e che ci è piaciuto molto, non era una delle referenze alle quali abbiamo guardato scrivendo il disco ma sicuramente può aver lasciato le sue tracce. Questo brano tra l’altro è stato particolarmente faticoso, ne abbiamo ancora cinque o sei versioni totalmente diverse le une dalle altre. Era nato come pezzo piano e voce, da qui la struttura molto classica, per poi evolversi moltissimo. Ogni versione aveva qualche cosa che non ci convinceva, alla fine però è venuto fuori un brano che ci piace moltissimo, particolare ma con delle melodie molto orecchiabili e dei sequencer finali in pieno stile Dropp.

Radiohead e James Blake quanto influiscono sulle vostre produzioni?
Sono due referenze gigantesche, che si trovano alla base del modo in cui siamo cresciuti e che quindi hanno influenzato le cose in maniera non rintracciabile. Di nuovo, come per i Drink to Me, non erano due nomi che avevamo in mente nel momento della scrittura ma sicuramente non è possibile scansarsi dalla loro influenza né abbiamo intenzione di farlo.

Altri ascolti fondamentali che hanno avuto importanza e che magari sono distanti anni luce?
Prima di metterci a scrivere la parte finale del disco durante l’estate del 2015 abbiamo fatto una lista dei nomi che ci sembravano quelli a cui guardare con più attenzione durante la scrittura. Tra questi, quelli che mi ricordo sono These New Puritans, Caribou, Nicolas Jaar, Howl e Koreless ma anche National e Josè Gonzales. Ognuno poi porta le proprie influenze e li si trova davvero di tutto come naturale.

Escludendo i festival grossi che funzionano come Club To Club, TOdays, Movement e Kappa Future Festival, a Torino come sta andando l’attività live in piccoli club? È un buon momento per la città o dopo la chiusura dei Murazzi c’è stato un momento di stallo?
Un po’ di stallo c’è, è inutile negarlo. Soprattutto per un gruppo della nostra grandezza praticamente ci sono uno o due posti che hanno la capienza e le strutture adatte per suonare. Non saprei sinceramente se dare la responsabilità alla chiusura dei Murazzi o ad altro ma indubbiamente i posti e gli spazi in cui potersi muovere si sono ridotti.