editoriale289

di Rossano Lo Mele

Una sera di tanti anni fa ero a casa a studiare per un esame universitario. Poteva essere storia della lingua italiana o filosofia del linguaggio. Ascoltavo la radio, un canale della Rai. A un certo punto la voce di un giovane uomo attacca a narrare la storia di un poor boy inglese. Un tizio autore di pochi dischi durante gli anni 70. Non eccessivamente considerato per non dire ignorato in vita. Che a un certo punto fa una fine misteriosa, forse suicidio, forse no, un pesantissimo libro di Albert Camus sul comodino e stop. Fine della storia. Poi la radio eroga Poor Boy e la stanza viene invasa dal mondo di Nick Drake. Non sapevo nulla all’epoca, mea culpa, di Nick Drake. Ma qualche settimana dopo mi ritrovai per fortuna a leggerne sulle pagine di un mensile. Questo. Si chiamava già “Rumore”, nella prima metà dei ’90. L’articolo era firmato dalla stessa voce che ne aveva raccontato la storia in radio: Marco De Dominicis. Marco l’avevo scoperto qualche anno prima sulle pagine di “Velvet”, un altro mensile musicale (e non) dal fascino inversamente proporzionale alla sua longevità editoriale. Marco era un tipo misterioso di cui si sapeva poco e si immaginava molto. Pareva vivesse nel cuore di Roma asserragliato in una casa addobbata solo con dischi e libri. E anche quando cominciò la nostra frequentazione (telefonica) mi bastava la sua voce per sentire quel misterioso arredamento dall’altro capo.

Perché dico di Marco? Perché l’inaccessibilità della sua figura era un tutt’uno con l’idea di inaccessibilità che noi lettori avevamo rispetto alla figura del critico. Quello vecchio stile, che passava la vita a studiare nuove uscite e ad emettere giudizi e sentenze. Un giorno l’amico Eddy Cilia (uno dei massimi rappresentanti della categoria suddetta, nonché amico pure di Marco) mi disse che la grande fortuna di “Rumore” (lui usò il termine tecnico “colpo di culo”) stava nel fatto di essere nato al confluire fra diverse scene e sottoculture musicali che tutte assieme erano esplose commercialmente: il crossover, il grunge, l’elettronica, i residui di Madchester, l’hip hop la sua “europeizzazione”, il britpop. Vero. Ma all’epoca c’era solo una possibilità per sfamarsi di musica e informazioni musicali. Ascoltare la radio (comprare o farsi duplicare dischi) e leggere le riviste. Da qui il culto che rivestiva l’idea di critico vecchio stile. Una figura mitologica e inarrivabile, proprio nel senso che non avevi strumenti per arrivarci.

E oggi? Oggi è cambiato tutto. Di Marco non ho più notizie da un po’, purtroppo, ma spero che stia bene e continui ad ascoltare musica impossibile. Eddy ha avuto un brutto incidente, come molti di voi sapranno, ma si sta ormai riprendendo alla grande e ha appena curato un bel volume di interviste a Neil Young (per i tipi di Minimum Fax) di cui diciamo pure in questo numero. Ma il mondo attorno? Qualsiasi critico o cronista o giornalista musicale è raggiungibile attraverso i suoi account social. Non è detto che sia un male, spesso proprio su questi account si generano interessanti dibattiti, che noi proviamo a riportare qui attraverso le rubriche di Bordone e Farabegoli. E Nick Drake? Il povero (in vita) Nick è diventato da mesi la colonna sonora di un diffusissimo spot televisivo di Poste Italiane (il brano è Northern Sky, mi pare), come saprete; e nel frattempo pure la buonanima di Jeff Buckley accompagna un altro commercial in circolazione. Pensando al mondo di 25 anni fa, quando questa rivista cominciò a uscire, si è compiuta una mutazione inimmaginabile. Due pessimisti cosmici come Jeff e Nick a creare fette di immaginario? Proprio così: è la “nuova verità”, bellezza. E proprio per questo, come mi segnalava durante una delle nostre interminabili telefonate Andrea “il previ” Prevignano, anche il nostro compito in questo quarto di secolo si è sottilmente modificato: dal raccontare semplicemente (si fa per dire) i “prodotti” musicali siamo passati alla necessità del racconto dei meccanismi industriali, sociali ed editoriali che informano la produzione musicale stessa. Magari si è perso un po’ di mistero. Ma almeno quando Eddy è stato vittima di quell’incidentaccio un po’ tutti sapevamo: dov’era, come contattarlo, come stava e relativi aggiornamenti.