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sufjan stevens

di Elia Alovisi / Il concerto raccontato è quello del 2 settembre

Ah, Sufjan Stevens. La prima volta che lo vidi fu a Ferrara, nel 2011, per il tour di quel Pollock post-futuristico di disco che era The Age of Adz – le ali di farfalla a cui ero stato abituato dai suoi video live su YouTube sostituiti da tute nere, appiccicate di adesivi fluorescenti multicolore. Le dolci acustiche e i fiati che facevano capolino dalle retrovie che raccontavano di punture di vespa e fede in Dio sostituite da drum machine e un generale malessere onnicomprensivo. (C’è da dire che le ali, a concerto iniziato, Sufjan le aveva: ali piumate, d’angelo, giusto per cantare Seven Swans. Poi basta.) La setlist rifletteva un uomo maturo e confuso dall’età che avanzava: che senso aveva fare dei semplici pezzi acustici quando hai scritto un colosso di pezzo da 25 minuti che manco Karn Evil 9Adz era un album soverchiante, e trasposto dal vivo aveva lo stesso effetto: affascinante, psichedelico, coloratissimo, brilluccicante, mai fermo – ma, a tratti, confusionario. E allora Concerning the UFO Sighting Near Highland, Illinois, John Wayne Gacy Jr. e Chicago, poste alla fine dello show come bis, si rivelavano in un certo senso il momento che tutti stavamo aspettando (corsivo per sottolineare la frasefattitudine della cosa, perdonatemi). La scenografia si era spenta, le luci erano semplici, il velo di grandeur era venuto giù e sotto c’erano quelle tre canzoni così belle e significative per noi e i fan di Sufjan tutti (ché mica c’è bisogno di fare una filippica su quanto Illinois sia un disco importante e perfetto – se non l’avete mai ascoltato, fatelo e lasciatevi convincere da soli). Erano pure scesi i palloncini, su Chicago – ci eravamo tutti alzati, e ci passavano il microfono, e io avevo pure cantato malissimo la parte che fa I made a lot of mistakes. C’è pure un video. Si rideva con gli errori, non degli errori. Come Gob in Arrested Development, ecco.

Quattro anni dopo, Sufjan quel groppo in gola che gli è venuto dopo Illinois non è riuscito ancora a mandarlo via. Ma un cambiamento c’è stato: ha capito dov’è che sta il nodo che non riesce a sciogliere. Sta in Carrie & Lowell, come ha raccontato in questa intervista a Pitchfork. Carrie è sua madre, Lowell il suo padrino. Carrie è morta alla fine del 2012, e abbandonò la famiglia quando Sufjan era solo un bambino. “Ti perdono, madre, ti sento / E vorrei essere vicino a te / Ma ogni strada porta a una fine”, dice il primo brano dell’album, Death With Dignity. Ci sono tanti piccoli particolari da cui traspare tutta la pesantezza dell’infanzia di Sufjan: “Quando avevo tre anni / tre anni, forse quattro / lei ci abbandonò in quel negozio di videocassette”, dice Should Have Known Better. Avete presente come vi sentivate quando perdevate i vostri genitori al supermercato e dovevate andare dalla cassiera con gli occhi lucidi a chiederle aiuto? Ecco, a Sufjan è andata peggio. E lo ha raccontato, su disco, con le canzoni più minimali e spoglie della sua carriera: arpeggi, qualche leggerissima tastiera, neanche una percussione. Se volete leggervi tutto il disco in italiano, lo trovate qua.

sufjan stevens

Dal vivo, sul palco, ci sono anche una batteria, diverse tastiere e una chitarra elettrica. Ha senso, mi dico – farà anche pezzi vecchi. Vero: ma la cosa più importante è che i brani di Carrie & Lowell, dal vivo, acquisiscono una sorta di aura perfettamente a metà tra le tendenze massimaliste e minimaliste di Sufjan: qualcosa che, su disco, ancora non è riuscito del tutto a ricreare. Il concerto si apre con quello che sarà l’unico estratto da Michigan: Redford (for Ya-Ya & Pappou), una quieta strumentale dedicata ai nonni che introduce Death With Dignity. Il set principale sarà composto quasi esclusivamente da brani di Carrie & Lowell, suonato per intero. Ma Should Have Known Better, quando su disco viene animata da una leggera linea melodica di tastiera, dal vivo diventa una macchina strappalacrime di cori accorati e strumenti che suonano tutti, ma tutti pianissimo, come a chiedere il permesso di esser presenti sul palco. Così anche per la scenografia: degli schermi-striscia su sfondo nero su cui vengono proiettati filmini in Super 8 di Sufjan bambino e paesaggi tranquillamente inquietanti. Soprattutto Eugene, che racconta dei viaggi in Oregon che faceva da piccolo quando sua madre non se n’era ancora andata e dei tentativi di Lowell di insegnargli a nuotare, Lowell che manco riusciva a pronunciare il nome del suo figliastro e lo chiamava Subaru. And now I want to be near you, dice Sufjan con le voce che inciampa e si sbuccia le ginocchia. Eugene è eseguita in solitaria e probabilmente uno dei momenti più toccanti del concerto, un lago al tramonto mosso dal vento sullo sfondo.

Fourth of July è un altro momento pesantissimo (in senso buono). Giorno della morte di sua madre e festa nazionale. Sua madre gli parla, Mio piccolo falco, lo chiama, Perché piangi? / Che cos’hai imparato dal fuoco di Tillamook o dal 4 di luglio? Moriremo tutti. E quel moriremo tutti diventa un lento crescendo che avvolge l’intera sala, e sul palco suonano tutti, e cantano tutti, e hanno tutti gli occhi chiusi, e probabilmente hanno tutti un tremolio che gli scende giù per la spina dorsale. Appare sul palco anche Nico Muhly, amico di Sufjan, che suonerà la maggior parte dei brani sul palco con lui, spesso a quattro mani alle tastiere. E poi si ritorna alle corde d’acustica e nient’altro per No Shade in the Shadow of the Cross, che racconta come anche il Dio che Sufjan ha pregato e cantato in tutti questi anni non può molto di fronte all’alcool e alle pillole. Non c’è frescura sotto l’ombra della croce – Fanculo, sto cadendo a pezzi. E dirlo così piano funziona molto meglio che gridarlo.  Le uniche concessioni al passato, prima dell’intervallo, sono una devastante The Owl and the Tanager, ballata al pianoforte per una relazione violenta – e Vesuvius, una preghiera al fuoco del fuoco per avere un po’ di forza, almeno per arrivare a domani. Quando arriva Blue Bucket of Gold, che chiude Carrie & Lowell, si chiude anche la prima parte del concerto – ma si chiude col telo che copre il retro del palco che si apre a fine canzone, due palle da discoteca illuminano il palco in mille fasci di luce bianca e Nico Muhly appare sullo sfondo seduto ad un enorme organo, e assieme alla band e a Sufjan suona un lunghissimo, avvolgente drone che non si capisce bene se è un rumore o una melodia. Ma esattamente questo è il bello, penso.

sufjan

Il bis è quasi un secondo set, senza frizzi e lazzi e tricche e ballacche e luci e sfondi. Apre il tutto Concerning the UFO Sighting Near Highland, Illinois. Segue un brano che da tanto non faceva dal vivo, In the Devil’s Territory, spritual di speranza come a riprendersi da tutto il dolore, a credere di nuovo nella comunanza. C’è tempo per un ultimo cenno a The Age of Adz con Futile Devices, che quel disco lo apriva con l’unico barlume di semplicità di cui Sufjan era stato capace – a chiudersi comunque con una mazzata sulla faccia per uno che scrive le canzoni: e le parole sono futili dispositivi. The Dress Looks Nice On You è un gioiello acustico, che Sufjan annuncia con “una canzone che parla di buon senso e di gentilezza”. John Wayne Gacy Jr. gela il sangue come ha sempre fatto, cantando i delitti e il sangue versato e i baci dati sul letto e i segreti che tutti ci teniamo dentro lì a marcire. To Be Alone With You è una sorpresa, ancora un momento di calma e raccoglimento prima di chiudere tutto con Chicago. Ma se quattro anni fa a Ferrara erano stati palloncini e fiati e coriandoli e danze e voci stonate, stavolta ritorna quella perfetta medietà tra il tutto e il nulla, con le acustiche a farla da padrone e le mille voci che la cantavano su Illinois ormai un ricordo – ma un bel ricordo, di quelli che scaldano il cuore e ti fanno dire che dopotutto, anche se c’è stato tanto male di mezzo, hai capito tutto e stai bene.


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