dangelo head

di Emanuele Sacchi / foto di Luca Pagetti

James B, Stevie W, Prince, Jimi H, Marvin G, Cab Calloway, Platters. Un elencone di influenze, qualcosa destinato a suonare inevitabilmente stucchevole. Con proporzionalità diretta alla sua lunghezza. Ma quello di D’Angelo è un caso a parte, in cui il sincretismo assume le sembianze del sublime, della autentica rivendicazione di depositario unico di una lunga tradizione, ed esimersi dal ricorrere all’elencone diventa impossibile. Per capire l’importanza e la ricchezza di sfumature di D’Angelo occorre ripercorrere l’intero percorso della black music, fino al periodo prebellico, ai vocalizzi dei Platters e a Minnie the Moocher. Un Messia Nero non per caso, atteso a lungo come in una profezia, che quando si presenta sul palco accende le luci di una afosa serata di inizio luglio ai Mercati Generali di Milano.

Mantello da Godfather of Soul, chitarra istoriata da Genio di Minneapolis e una scarica di brani senza pause (almeno quattro) per esibire tutta la potenza dei Vanguard. Alcuni dei migliori sessionmen in circolazione (Chris Dave alla batteria, Pino Palladino al basso, una sezione fiati per una volta tutt’altro che pretestuosa) al servizio di un performer straordinario. Non fosse per i chili in più e i segni lasciati da qualche anno difficile, D’Angelo sembrerebbe aver fatto trascorrere un giorno o due anziché quindici lunghi anni di crisi profonde tra Voodoo e Black Messiah. Energia inesauribile, coinvolgimento coatto del pubblico, capacità da grande comunicatore. Si tratti di un brano dedicato alle brutalità della polizia razzista o a qualche sexy lady tutti, pubblico e band, seguono il leader e unico timoniere. Persino i più improbabili in platea, portati dal flow a prodursi in balli goffi e disarticolati. Chusura da J.B.’s con stacchi da brivido e altra lunga attesa per un solo struggente encore, dove l’accento viene posto su soul anziché su funk. Cappello blu e suoni smooth per intonare l’inno definitivo Untitled (How Does It Feel?). E la risposta, dopo una serata simile, non può che essere “Great, thanks”.

Qua sotto, la scaletta e le fotografie del concerto.

Drone
Ain’t That Easy
Vanguard Theme
Betray
Spanish Joint
Claire Fisher Interlude
Really love
Charade
Brown Sugar
Sugah Daddy
Till It’s Done
(Drum solo)

Untitled (How Does It Feel?)

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