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Di Domenico Mungo / Foto di Luigi De Palma, Ocanera.it

Presentare una band (gli Stearica) e un disco (Fertile), una creatura dell’inconscio e del talento altrui, è sempre un esercizio complesso, che nasconde insidie e banalizzazioni. Come si può sistematizzare l’essenza dell’arte, renderla egemone dei sentimenti che rappresenta, delle molteplici implicazioni che l’atto poietico plasma? Non lo so, anche se per mestiere uso la parola, la declamo, la diffondo, la difendo, l’allevo, la custodisco. L’atto di raccontare qualcun altro è sempre presuntuoso. Provo a farlo questa sera, in questa che è una festa collettiva più che uno sterile showcase. Una comunità che si incontra, che si compenetra per osmosi vivificante e che scaturisce dagli amplificatori con la sua linfa che rigenera.

Ho conosciuto gli Stearica molti anni fa, prima come uomini, poi come musicisti. Rispettandoci reciprocamente come fanno solo i simili fra di loro. Animali che si annusano e si piacciono. Senza filtri. Questa sera siamo qui, a misurarne in decibel l’anima che si espande nell’universo. Una forza tellurica che sembra essere indomabile. Che carsica sembra sopirsi, per poi esplodere definitivamente. Volti, nomi, membra, lacrime, sangue, fotogrammi, cinetici, dissonanti, fertili.

Nessun luogo migliore per gli Stearica che lo sPAZIO211 per presentare questo capolavoro di genere: un luogo che è il cuore della musica altra torinese e mondiale, adagiato lungo i confini della banlieue, in un apparentemente inconciliabile ossimoro fra la periferia epicentro valorizzato e valorizzante dell’esperienza del passato per il futuro che verrà ed il centro del mondo. Gli Stearica piombano qui all’indomani dell’abrasiva esibizione degli Zu, quasi a completare idealmente una due giorni all’insegna dei suoni più estremi ed urticanti che le avanguardie tricolori possano sfornare oggi giorno. Stiamo parlando ovviamente di due eccellenze di settore, ma personalmente ritengo che gli Stearica siano stati in grado di compiere un ulteriore passo avanti rispetto ai pluridecorati romani, superandoli a sinistra – come si suol dire – contestualizzando in maniera coerente la dispersione sonica, racchiudendola all’interno di precise ed ortogonali strutture, seppur noise, della forma canzone. L’improvvisazione dei precedenti lavori lascia ora il campo ad un paradigma organico che, paradossalmente, anziché imbrigliare l’impeto della narrazione sonora, la plasma in una prospettiva ancora più detonante.

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Esiste una logica nel rumore degli Stearica, esiste un filo narrativo, nonostante il silenzio quasi totale della parola che, apparentemente, manca a completare le composizioni. Non ce n’è bisogno. Fertile, naturale evoluzione di Oltre e delle collaborazioni straordinarie collezionate da questo combo in quindici anni di attività – dallo split di cinque anni or sono con gli Acid Mothers Temple, alla collaborazione -celebrata proprio su questi schermi 4 anni fa- con Damo Suzuki, alle incursioni nell’ultimo lavoro di Scott McLoud dei Girls Against Boys, Colin Stetson (uno dei migliori sax anarchici contemporanei) e Ryan Patterson dei Coliseum (Relapse/Temporary Residence) alla sonorizzazione del capolavoro del muto anni ’20 Der Golem, racconta un periodo storico e le sue implicazioni politiche, ideologiche, morali ma anche interiori. Narrano gli Stearica che il disco è stato concepito, metabolizzato e partorito durante le ribellioni che incendiarono il Nord Africa mediterraneo nella Primavera Araba del 2011 e le insorgenze degli Indignados iberici e poi, con meticolosa e certosina pazienza, rielaborato in studio, con la metodica applicazione e cura del particolare degli amanuensi medioevali. Ed in effetti il furore di quei giorni convulsi, metafora della perenne lotta dell’uomo contro il potere tracotante, si tramuta in una allegoria di suoni che irrorano la sala. Caleidoscopici e furiosi, immanenti e ieratici, di una sacralità blasfema, ribellistica, insorgente, primitiva, sincretistica. In Fertile si incontrano le esperienze laiche del subconscio, le volontà di ribellione dell’uomo contemporaneo, l’aspirazione ad un mondo migliore essenza ed afflato di ogni spirito libero con la spiritualità dell’Islam, la fraternità di un Cristianesimo primitivo e la razionalità umanistica propria di una visione eterogenea dell’universo.

È Ramon Moro, talentuoso eversore del jazz borghese, agitatore artistico di una tromba iniettata di distorsioni apocalittiche e visionarie, capace di innestare il furore del post hardcore sulle coordinate dello strumento caro a Coltrane, ad inaugurare la serata. Membro del combo jazzcore 3quietmen, sodale di Giorgio Li Calzi, Ramon dipinge suoni stridenti, armeggia con distorsori postatomici, overdrive e loop che giungono fin sull’orlo dissonante del baratro psichedelico, per precipitarvi dentro tutti gli astanti assuefatti. Un prologo degno di ciò che verrà, un’esibizione che conferma la genialità di questo splendido musicista contemporaneo. È poi la volta di un osceno critichino italico, che si esibirà in una introduzione letteraria alla materia musicale trattata, viatico all’esplosione tellurica dei tre.

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Inizia così il live. Il set ripercorre pedissequamente la scaletta di Fertile, quasi a riscriverne l’essenza, dimostrando che essa può essere contemporaneamente dissimile ed uguale a se stessa, in un non luogo e in un altroquando che non vincola o riduce a mera esibizione di se, ma si vivifica ogni volta come fosse la prima. Il motivo per cui i Nostri incidano per l’etichetta albionica Monotreme Records non è un arcano inspiegabile, bensì è la dimostrazione tautologica del fatto che gli Stearica siano in realtà uno dei pochi esempi di internazionalità organica della nostra musica d’avanguardia. Attitudine, preparazione, resa: tutto in una dimensione esotica, professionale, coerente e, sopratutto, consapevole. Le canzoni, si perché di ciò si tratta, si susseguono senza respiro, sospese fra la catarsi e lo stupore, fra l’estasi e l’indignazione. Racconta tutto Fertile, attraverso i gorghi di Delta, la ferinità sommessa di Nur, la gutturalità clandestina di Tigris e l’esplosività di Shah Mat. Intervengono sul palco i Niagara guidati da Davide Tomat che presta suoni, grida ancestrali e divagazioni al tappeto sonico imbastito da Davide Compagnoni (una vera drum machine con pochi epigoni in Italia) e Luca Paiardi al pirotecnico basso per la rutilante parte ritmica e le distorsioni polistrumentali dell’ottimo Francesco Carlucci, vero deus ex machina del progetto, che si trincera dietro chitarre e synth in un tripudio di contrasti cromatici, nebbie artificiali e suoni che si fa epifania didascalica al caos.

Altro ospite inatteso è Franz Goria, eccellente artista multimediale underground torinese, già leader dei Fluxus e dei Petrol che presta la propria ugola in una lancinante versione di Nur. Poi Ramon Moro torna a duettare dal pubblico, in una sorta di Living Theatre Jazzcore, con la band in un parossistico e rossiniano epilogo. Se ci fosse la possibilità di definire la Rivoluzione attraverso la musica, Fertile ne sarebbe il Manifesto programmatico e gli Stearica gli unici credibili estensori.

Piccolo appunto conclusivo rivolto agli attenti direttori artistici autoctoni: l’assenza degli Stearica dai palinsesti dei prossimi festival estivi cittadini suona come un impunito crimine contro l’umanità. Ipse dixit.