zun zun egui

Di Luca Minutolo

Il paragone più azzeccato potrebbe essere quello di una palla matta. Una volta lanciata, non sai mai quale direzione possa prendere, rimbalzando da una parte all’altra e difficile da bloccare. Band nata e cresciuta in quel di Bristol, ma cosmopolita di nome e di fatto, gli Zun Zun Egui sono esponenti di un melting pot sonoro di origine controllata e protetta. Katang, loro disco d’esordio targato 2011, è un caleidoscopio sonoro che ha come origine l’indie rock di matrice inglese. Afrobeat, riff heavy e sincopate ritmiche tribali del tutto incontrollabili. Ad oggi il combo torna sulle scene con un secondo disco, Shackles’ Gift, prodotto dai bottoni di Andrew Hung – perdonate il bieco gioco di parole – dei Fuck Buttons. Un disco oscuro, umbratile nelle pulsioni ataviche che si fanno sempre più viscerali, ma mitigate da quella iperbolica verve pop che anima la band, da sempre impegnata in una ricerca d’identità che, fortunatamente, non sarà mai definita del tutto. Dell’ultimo disco, del viaggio nelle Mauritius e di ricerca delle proprie origini ne abbiamo parlato con Kushal Gaya, voce e chitarra della band più multietnica in circolazione.

Shackles’ Gift è un nuovo passo nella vostra carriera. Come ci avete lavorato? Gira voce che siete stati nelle Mauritius per trarre ispirazione.

Siamo stati invitati nelle Mauritius per alcuni concerti all’interno delle celebrazioni per il giorno dell’Indipendenza, in più è il mio paese d’origine in cui sono nato e cresciuto. Lì abbiamo avuto l’occasione di conoscere e suonare assieme a molti musicisti locali. Siamo entrati in contatto diretto con la musica folk e tradizionale del posto, abbiamo chiacchierato con molti abitanti sulle origini e le differenti teorie di derivazione della musica folk dell’isola. Personalmente ho conosciuto un giovane pescatore del posto con cui ho avuto il piacere di chiacchierare per ore. Mi ha raccontato che buona parte della musica originaria delle Mauritius deriva da alcuni operai indiani che lavorarono lo zucchero sull’isola in età coloniale. Iniziarono a suonare utilizzando i pezzi rotti delle macchine che raffinavano lo zucchero di canna. La musica folk del posto nacque da questo, ovvero dall’arrangiarsi con gli strumenti che si avevano a disposizione. Secondo me si tratta della musica industrial tra le più antiche in circolazione. È bellissimo, perché la gente utilizzava gli strumenti che aveva a disposizione per creare musica dal nulla. È qualcosa di magnifico.

Riguardo la vostra musica, Mauritius è un isola multi culturale che riflette la vostra miscela musicale. A parte l’influenza della tradizione folk del posto, cosa altro è confluito della cultura mauriziana nel vostro ultimo disco?

L’isola di Mauritius è una nazione piuttosto giovane. Ha raggiunto l’indipendenza diventando una repubblica solamente nel 1968. Hanno una lingua Creola, e in Shackles’ Gift ci sono alcune canzoni scritte in creolo. Ma anche tutto il mood del disco è intriso da questa moltitudine di influenze. Rappresenta davvero ciò che siamo perché non abbiamo una sola identità, ma nel nostro sound confluiscono talmente tanti elementi e culture differenti da trovare in quel luogo il giusto melting pot in cui riconoscerci. Quando nasci in luoghi del genere, hai fin da subito un’identità multipla. Che tu sia bianco o nero, non c’è alcuna differenza. Lì fin da piccoli si ascolta musica africana ed europea senza distinzioni. Nasci già con una identità piuttosto aperta. Credo che tutto questo, in qualche modo, sia finito nel nostro disco.

Certo, questa multiculturalità è sempre stata un tratto distintivo del vostro sound, fin dall’esordio Katang. Però in Shackles’ Gift tutto prende una piega più heavy rispetto al passato.

Sì, al livello sonoro il nostro disco è più pesante rispetto al passato. Ho sempre desiderato realizzare musica più heavy con la band e in questo disco non mi sono fatto scappare l’occasione. Ho approfittato per mettere più cose personali possibili in Shackles’ Gift. Questo è solo un piccolo aspetto dei miei gusti musicali, e non nego di subire da sempre una forte attrazione per la musica più dura. Il nostro sound è un continuo lavoro in corso d’opera.

C’è qualche band o sound che ti ha influenzato particolarmente?

Da piccolo, quando vivevo ancora nelle Mauritius, ascoltavo solo due tipi di musica: il folk tradizionale del posto, che in gergo si chiama seggae, e l’heavy metal. Dagli Slayer ai Metallica, passando per Led Zeppelin e Black Sabbath. Questa era la musica heavy che percepivamo dall’Europa. Una volta trasferito in Inghilterra, sono entrato in contatto con il mondo indie inglese. Questo mio immaginario heavy è stato mitigato dalle amicizie inglesi e dai loro gusti. La mia immagine brutale da metalhead accostata agli indie kids era piuttosto grottesca e surreale. Mi piacciono anche molte band italiane come ad esempio gli Zu. Conosco Massimo e vedere i loro live mi ha totalmente cambiato la vita. Sono davvero una band brutale e sconvolgente.

Rimanendo sempre attorno a Shackles’ Gift, sembra quasi un disco più nervoso e nevrotico. Per quanto riguarda i testi inoltre si muove su coordinate più intime e riflessive.

Assolutamente sì. A questo giro mi sono davvero divertito nello scrivere i testi. Artisticamente è stato davvero interessante. La musica per me è principalmente una forma di comunicazione e la voce un suo canale fondamentale. Dentro c’è qualsiasi cosa mi sia accaduta in questi ultimi anni. La musica racconta la vita, quindi quella degli Zun Zun Egui racconta le nostre vite.

Volendo definire una chiave di lettura dei testi contenuti in Shackles’ Gift, si potrebbe trattare di una via di fuga dalla vita moderna?

Non credo sia una vera e propria via di fuga dalla vita moderna. Si tratta piuttosto di una presa d’atto del mondo circostante. Adoro la vita moderna, ma credo che non bisogna mai perdere il contatto con le proprie radici. In fondo, ciò che ci rende umani è proprio questo. Le macchine ci aiutano ormai nella nostra quotidianità e fanno quasi tutto. Ma il costante utilizzo della tecnologia probabilmente ci allontana dal nostro lato più umano e selvaggio. Quando non hai nulla se non te stesso, la tecnologia agevola le nostre azioni e i nostri bisogni, ma al tempo stesso ci allontana dalla nostra dimensione primordiale. Il concetto che ruota attorno ai testi è proprio questo. Di definire se stessi attraverso ciò che abbiamo al di fuori e che ci circonda ogni giorno della nostra vita.

Probabilmente questo ritorno alle Mauritius ha aiutato questo processo di ritorno alle origini.

Quando posso cerco di tornare sempre nel mio paese. Questo soggiorno con tutta la band mi ha permesso di ristabilire un contatto con le mie origini. È stata una sorta di meditazione, ma lontana dalla visione hippy o mistica della faccenda. Piuttosto si è trattato di ritrovare una consapevolezza delle mie origini che probabilmente avevo un po’ perso di vista in questi ultimi anni. Un viaggio autentico e profondo, ma cosciente. Quando definisci te stesso dagli stimoli esterni, dall’auto che guidi, dai vestiti che indossi o dalla tua nazionalità diventi un essere umano limitato. Se invece definisci te stesso in luce di una tua crescita interiore, diventi un essere umano dalle possibilità infinite.