robyn hitchcock

di Alessandro Besselva Averame

Robyn Hitchcock sale sul palco del Folk Club con camicia a pois d’ordinanza, aria svagata e l’espressione di chi si trova lì per caso ma allo stesso tempo ha la situazione perfettamente sotto controllo e gli piace giocare un po’ con il pubblico e con il suo personaggio di eccentrico gentiluomo. Il tema della serata sembra essere il suo rapporto con la lingua italiana, che diventa ovviamente un mero pretesto per menare per il naso gli intervenuti, ben felici di lasciarglielo fare, portandoli nel suo surreale universo abitato da madri insetto, donne formica e uomini con lampade a bulbo al posto della testa. Imbracciata la chitarra attacca a snocciolare una scaletta che con l’ultimo album, l’acustico The Man Upstairs, condivide l’attitudine da “album della Elektra degli anni Sessanta” ma nessun brano.

Andando a pescare in una produzione sterminata, risalendo fino agli anni dei Soft Boys, tira fuori canzoni come Only the Stones Remain e I Got The Hots, riadattate ad una formula folk classica, all’interno della quale i legami con la tradizione risultano accentuati ma senza mai perdere quella sorta di spigolosità cubista che ha sempre infiltrato ovunque, anche nelle sue ballate più melodiche. Scorrono i classici (anche se lo sono tutti i suoi brani ciascuno a suo modo, nella loro scombinata anticlassicità: Hitchcock è uno di quelli che vanno presi in blocco): Queen Elvis, con l’attuale fidanzata Emma Swift che lo accompagna con voce e chitarra  – lo farà in un buon numero di pezzi -, I’m in Love With a Beautiful Girl, Madonna of the Wasps, When I Was Dead. Ad un certo punto inforca gli occhiali, va nell’angolo della sala in cui si trova un pianoforte, poi chiede di spegnere la luce e finisce per eseguire, senza neppure sedersi, una bella versione di Harry’s Song, dal penultimo lavoro, il sottovalutato Love from London. Fa sua anche Motion Pictures di Neil Young, e quello che rimane più impresso è la sua voce inconfondibile che col tempo sembra aver affinato la capacità di cambiare registro e mood.

A 63 anni Hitchcock è ancora un allievo di Syd Barrett, di John Lennon e dei Byrds, o meglio, un fan con il dono di poter tramandare facendo suo quello che ha imparato. E il bis finale, una Strawberry Fields Forever estemporanea e un po’ traballante, ma capace di evocare perfettamente radici, appartenenza e attitudine, è la migliore conclusione possibile di una serata memorabile.