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Di Domenico Mungo / Foto di Edoardo Sussetto

Cercando il modo di presentare adeguatamente i due bizzarri ed affascinanti signori di mezza età che questa sera celebreranno sul navigato palchetto dell’immenso – per abnegazione alla causa e programmazione d’essai – sPAZIO211 di Torino un concerto in odore di essere un piccolo-grande evento al quale non è ammesso mancare, mi imbatto in questa pregevole narrazione introduttiva a firma dell’ottimo Maurizio Pratelli, tratta da Qtime:

Il signore dei Grant Lee Buffalo e il signore dei Giant Sand, mica due pezzi qualsiasi del rock d’autore americano. Grant Lee Phillips, dopo avere sepolto la band con la quale aveva pubblicato negli anni ’90 qualche dischetto come Fuzzy, Buffalondon, Mighty Joe Moon, Copperopolis, Jubilee, ha deciso che nel terzo millennio avrebbe iniziato a suonare da solo. Tanto lui, polistrumentista, non aveva bisogno di nessuno. E in effetti, quando nel 2001 pubblica Mobilize, un disco ricco di geniali impennate sonore, i Buffalo non li rimpiange (quasi) nessuno. E si va avanti così, con l’artista di Stockton che si rimette ad esplorare quei territori acustici, intimi e decisamente folk, che avevano caratterizzato i suoi esordi fin dal lontano 1993, con il successivo Virginia Creeper.
Dopo avere riportato tutto a casa, facendo i conti in solitaria anche con il suo passato, Grant  si concede Nineteeneighties, un disco di cover: Pixies, New Order, Joy Division, Robyn Hitchcock, Echo & The Bunnymen, Church, Nick Cave, R.E.M, Cure e Smiths, cose così. Poi l’artista californiano di album, magari concedendo all’inizio persino qualcosa al pop, se inteso nella sua accezione più nobile, di dischi ne fa altri tre: Strangelet, Little Moon e l’ottimo Walking in the Green Corn, il lavoro più recente, pubblicato nel 2012.

Trent’anni insieme ai Giant Sand, compiuti proprio quest’anno, il debutto Valley of Rain risale al 1985, Howe Gelb è un visionario musicista di talento. Un artista coraggioso da sempre spinto dalle sue intuizioni, soprattutto nei suoi percorsi alternativi: Op8, The Band Of Blacky Ranchette, Arizona Amp and Alternator. Non che la produzione insieme ai Giant, o quella personale iniziata nel 1991 con Dreaded Brown Recluse, sia invece caratterizzata dalla linearità o dalla regolarità, tutt’altro. Ama la folgorazione, ama stupire, e spesso gli riesce davvero bene. Ma dopo lo splendido Confluence del 2001, Howe Gelb ha saputo darsi anche una regolata senza che questo sotteso processo influisse minimamente sullo spessore della sua musica, rimasta piena di polvere del deserto dell’Arizona. Prolificissimo, i suoi ultimi episodi discografici, entrambi del 2013, sono Dust Bowl e The Coincidentalist, altre piccole gemme graffiate dalla sua voce che resta sempre inconfondibile.

California e Arizona si prendono quindi a braccetto per offrire un caloroso abbraccio live: tre decenni di rock americano, di radici, di canzoni che a ogni concerto sbocciano in mille colori ricchi di sfumature. Anche quando due voci e due chitarre ci offrono insieme racconti americani in bianco e nero.

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Pertanto, fedele all’assioma sostenuto da Edward Norton in American History X, secondo il quale ogni buona relazione deve essere conclusa da una citazione “perché c’è sempre qualcuno che ha detto qualcosa meglio di te”, saccheggio a piene mani questa eloquente descrizione dei due artisti in scena come perfetta introduzione al mio live report.

Howie Gelb e Grant Lee Phillips. Il primo è stato in grado di forgiare uno dei suoni più perfettamente codificati e autentici dell’alternative country americano, per certi versi delineando nuove frontiere della tradizione stessa. L’altro, ex leader dei leggendari Grant Lee Buffalo, ha sempre avuto un suono incerto tra retaggi californiani e sorprendenti influssi british (Bowie su tutti, ma anche la new wave di cui ha inciso un disco di cover di classici), ma ha mantenuto un dono magico nel cesellare canzoni di miracolosa efficacia come Fuzzy o Monkeybirds .

Dicevamo dei crismi da evento imprescindibile ed, in effetti, l’aria che si respira è proprio questa: presenza numericamente consistente, età mediamente elevata – con numerose incoraggianti giovani eccezioni –  molti addetti ai lavori, tantissimi adepti dei due guru del nuovo rock d’autore americano degli ultimi trent’anni, qualche curioso fuori fuoco e un poco spaesato dall’offerta musicale del duo. La prima volta che ho ascoltato la voce di Grant Lee Phillips fu nel 1993, quando un mio amico mi fece ascoltare Fuzzy, una vera rivelazione. Da allora sono trascorsi ventidue anni, cinque album con i Grant Lee Buffalo e sette da solista (il più recente è Walking in the Green Corn del 2012) e quell’impressione istantanea di meraviglia si è concretizzata in un percorso artistico eccellente. Di Howe Gelb invece non avevo seguito con attenzione la carriera, sebbene i Giant Sand siano stati una pietra miliare del rock contemporaneo. Quindi l’occasione di vederli all’opera in un esclusivo tour semiacustico era molto ghiotta.

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In effetti dovremmo, onestamente, ripartire questo live in una rappresentazione divisa in due atti:

la prima, quella che vede impegnato un costipato Howe Gelb aprire le danze e a chiedere numi agli astanti sulla situazione acustica laffuori, molto claudicante, ferraginosa, a tratti – absit iniuria verbis – rasentante la noia. Alterna incerti arpeggi chitarristici a interminabili suite di pianoforte. E alla lunga risulta imbolsito, imbarazzante, estenuante. Chi lo ha seguito negli ultimi anni mi ha confessato che questa dell’improvvisazione tout court è divenuta una consuetudine alla quale, ad esempio i suoi soliti compagni di viaggio, un quartetto di musicisti olandesi, pare essersi ragionevolmente adeguato nell’ambito dei tour del deus ex machina dei Giant Sand, ma che, ripeto, diviene indigeribile ai più.

La seconda, quella che invece vede il buio squarciato da un greatest hits di Grant Lee e poi dal duetto di entrambi, semplicemente commovente per intensità e bravura.

I toni si scaldano, l’intercambiabilità fra i due funziona alla meraviglia come un motore ben oliato, una magia si impossessa della sala vagando dai toni ispirati di Grant Lee Phillips, che riesce a riportarci indietro di vent’anni esaltando le sue non comuni qualità vocali, unite ad una interpretazione all’epicentro del barocchismo meno stucchevole possibile e la concretezza della solida caratura redneck che intinge il suo songwriting nel calamaio delle route americane impolverate d’inchiostro beat generation. E con lui il fido Howe Gelb spalla impeccabile nel rimestare il deserto dell’Arizona su coordinate profondamente più consone.

In definitiva un evento, questo sì, schizofrenico nella sua evoluzione, ferraginoso, a tratti imbarazzante nella sua prima parte, assolutamente grandioso ed imprescindibile nella sua evoluzione conclusiva. Due mostri sacri del rock internazionale contemporaneo, laddove la tradizione, l’avanguardia, la letteratura e il pensiero si fanno suono ora flebile e acustico, ora roboante di accordi che planano sui nostri corpi, pronti ad accoglierli per serbarli nello scrigno dei nostri ricordi migliori.