lean barbican

di Elia Alovisi

Il Barbican Centre di Londra è un centro per le arti gigantesco, costruito su un’area bombardata pesantemente nella seconda guerra mondiale diventata perfetto esempio di brutalismo – quella corrente architettonica venuta fuori dal béton brut di Le Corbusier. Esterni di cemento armato, post-bruttume, funzionalità e zero estetica. È un luogo labirintico, pieno di sale da concerto, esposizioni, giardini, ristoranti, cinema e qualsiasi altra cosa possa servire a fare arte. È gestito dalla City of London e ha una programmazione impeccabile, tra classica, contemporanea e sperimentalismi – ci ho visto recentemente gli A Winged Victory for the Sullen e Oneohtrix Point Never/Nico Muhly/James McVinnie, ad esempio. Bryce Dessner dei National ci curerà una rassegna sulla nuova musica americana coinvolgendo Sufjan Stevens. Sun Kil Moon ci suonerà a giugno. Juliette Binoche reciterà in una versione dell’Antigone di Sofocle a marzo. Al momento, c’è una mostra sull’artista come collezionista di oggetti che vede contributi di Damien Hirst, Andy Warhol e Sol LeWitt, ad esempio. Roba seria, diciamo. Roba alta. Ieri sera, però, nella hall principale ci suonava Jonatan Leandoer Håstad, in arte Yung Lean, un ragazzino svedese nato nel 1996 che da qualche anno sta facendo qualcosa di estremamente originale nella scena hip-hop mondiale. La sua crew, i Sadboys, hanno un’estetica post-internet che abbraccia gli anni 90, la plastica, il tè freddo Arizona, gli Oreo, Adidas, Nike, Casio e la tristezza. L’autotune è ovunque. Le basi sono ariose, lente, un po’ trap e un po’ melodiche. I testi un po’ consciamente esagerati (“Got my balls licked by a Zooey Deschanel lookalike”) e un po’ splendidamente ingenui (“Smoking loud I’m a lonely cloud / I’m a lonely cloud with my windows down”). Travi$ Scott canta con lui su un brano del suo ultimo disco. È musica contemporaneamente da club e da passeggiate nella neve.

Morale, Yung Lean in teoria non c’entra una sega con il Barbican. Ed è esattamente per questo che il concerto di ieri sera è stato assurdo. La hall dove si è tenuto il tutto è di solito riservata alla musica classica e all’elettronica, e quindi a un pubblico totalmente diverso. “Il capo ci ha appena detto di controllare la carta d’identità di tutti, non si aspettava che arrivassero così tanti ragazzi”, mi dice la ragazza che serve al bar. Ci sono felpe larghe, canottiere, k-way, sacche da gabber, sneakers, cappellini. Ci sono bottiglie di birra nascoste nelle borse. Tra le facce, nel pubblico, vedo M.I.A. e FKA twigs. Nessuno arriva in orario. I posti sono numerati, e finché Lean non deve iniziare c’è una sorta di elettricità che vaga per la stanza. La cosa è confermata non appena inizia il concerto e tutti si alzano. C’è gente che sale in piedi sui sedili del teatro. Altri fanno su sigarette e le fumano, per poi venire interrotti da una maschera che, gentilmente, chiede di spegnerle in una bottiglietta d’acqua. Lean quasi non si muove mentre butta fuori tutti i suoi pezzi – resta lì, attaccato all’asta del microfono, gesticola e canta.

Canta cose del tipo: “Fumo un pacchetto doppio, borsa da palestra di Louis Vuitton, mi prendo quel mazzo di soldi / Sono tornati i problemi, non me ne frega un cazzo, scappiamo dal retro, loro dove sono? / Mettiamo tutto ciò di cui abbiamo bisogno in un sigaro / Falla su, fai un tiro, sono il migliore, non mi piace tirarmela / Lasciate il mio corpo in un sacco”. Oppure, “Tu fai soldi, io ne faccio di più / Angelo dell’alba, la pagina non si carica / Sono fatto di speranza e l’amore mi prende male / Non ho mai avuto quella colomba bianca / Ho solo farfalle e una colomba bianca / Sono pazzo e so di esserlo / Non parlo a questi stronzi perché sanno chi sono / Niente mi preoccupa, è così che sono / Mi preoccupo per te / Che cosa ci è successo?” Niente ha senso, è tutto mischiato, c’è presa male e presa bene, c’è grandeur e solitudine, c’è la Scandinavia e l’America, c’è il disagio e la felicità. C’è l’incertezza della contemporaneità, soprattutto.

Proiettate su uno schermo, viste dal satellite di paesaggi ghiacciati e riproduzioni in un 3D amatoriale di visi umani colorati di verde. Il concerto si interrompe all’improvviso. I pezzi si susseguono senza una parola che non faccia parte dei testi – nessun saluto, nessun discorso. Tra i tanti sento Hurt, Blinded, Sunrise Angel, OreoMilkshake, Ghosttown, Yoshi City. Durante un pezzo, dopo circa 50 minuti – se ricordo bene Kyoto, ma non so se ricordo bene – qualcuno sale sul palco. Un attimo dopo, TUTTI sono sul palco a saltare. La musica si interrompe. Lean scompare. La gente resta sul palco, e piano piano viene convinta a scendere dalla security – chiaramente non abituata ad eventualità del genere. Qualche minuto dopo una voce annuncia che il concerto è terminato e chiede di lasciare la sala. Ci sono fischi, ma pian piano tutti se ne vanno. La sensazione che provo è strana – da un lato è stato tutto assurdamente fuori posto, ma esattamente per questo ha avuto senso. Un po’ mi spiaceva per il casino creato dalla gente che aveva invaso la Hall del Barbican, ma contemporaneamente era elettrizzante, sovvertivo, nuovo. Era una celebrazione della casualità, in un certo senso. Non penso ce ne sarà un’altra a breve, dati gli esiti di questa.