trentemoller

di Antonella Frezza (foto: concerto a Milano, foto di Alastair Wiper)

C’è un’energia particolare ai concerti di Trentemøller. È come ritrovarsi in pieno e affollatissimo dancefloor, la gente balla e acclama colui che sta dietro la console piena di bottoncini luminosi e manopole magiche, affiancato però da una band di cinque elementi armata fino ai denti di chitarre, basso, batteria, synth, drum machine varie ed eventuali e pure una bravissima cantante. È questo il punto d’arrivo del musicista danese, la “chiusura del cerchio”, come la definisce lui. Fattosi notare come dj della scena elettronica una decina d’anni fa, dopo aver “prestato” le sue canzoni a Oliver Stone e Pedro Almodóvar per i loro film (rispettivamente Le Belve e La Pelle Che Abito) e aver fondato la propria etichetta (In My Room), Anders Trentemøller è giunto al terzo disco in studio con Lost, pubblicato lo scorso anno e seguito dal più recente Lost Reworks, remix dei brani dell’ultimo lavoro con una serie di ospiti che hanno aiutato il musicista a ri-arrangiarli in nuove versioni. Dalle serate in discoteca ai tour internazionali, da dj di turno a mettere sul piatto le hit più famose del momento ai concerti da protagonista con la propria musica. Ecco chi è oggi Trentemøller.

Mi piacerebbe iniziare la nostra chiacchierata chiedendoti come hai iniziato a muovere i primi passi nella musica: qual è stato il tuo primo approccio a questa splendida forma d’arte?

Per me la musica è stata sempre una grandissima passione, fin da quando avevo due o tre anni. Mi ricordo che da bambino mi sono costruito una batteria usando pentole e coperchi, poi da teenager ho iniziato a scrivere musica e ho formato la mia prima band a cui ne sono seguite tante altre. È stato intorno ai ventitré anni invece che ho iniziato a sperimentare con l’elettronica, mentre ora sono tornato di nuovo ad esibirmi con una band: è come la chiusura di un cerchio.

Le scrivi al computer le tue canzoni o usi qualche altro strumento?

In realtà compongo tutta la mia musica al pianoforte, il computer lo uso solo dopo aver gettato le basi del pezzo per registrare quello che ho scritto, poi aggiungo anche gli altri strumenti ovviamente: chitarre, synth, percussioni, bassi. Sai quando scrivo musica non mi piace mettermi di fronte a un computer ed avere una sorta di approccio grafico alle canzoni, preferisco sedermi al piano e prendere appunti o piuttosto registro quello che suono col cellulare. In questo modo uso le orecchie e non gli occhi, è un approccio più onesto e basico: con un computer le possibilità sono talmente tante che a volte più che aiutarti possono confonderti le idee.

La tua musica spesso ricrea delle atmosfere e dei paesaggi sonori davvero bellissimi, per me che non sono una musicista è incredibile. Cosa ti passa per la testa quando componi?

Solitamente l’idea per un nuovo pezzo può venirmi nelle situazioni più disparate, mentre vado in bici, dopo aver guardato un film o aver ascoltato un bell’album. A volta capita semplicemente che mi sveglio la mattina con una sensazione o un umore particolare e cerco di ricrearlo in musica.

Com’è ritrovare le proprie canzoni nei film di grandi registi come Pedro Almodóvar e Oliver Stone?

Ovviamente è stato un grande onore, specialmente per Almodóvar, adoro i suoi film. Non solo ha voluto usare le mie canzoni ma si è concentrato anche su singole parti che componevano i brani, ha isolato dai pezzi originali alcuni suoni e li ha uniti nel modo che secondo lui funzionava meglio per  certe scene. È fantastico che un artista che ammiro molto abbia voluto usare la mia musica in un modo assolutamente creativo.

Oggi se dovessi scegliere tra suonare con una band o esibirti in un dj set cosa sceglieresti?

Sicuramente suonare con una band, ormai non faccio più dj set. Mi piace molto di più suonare la mia musica che quella di altra gente come avviene quando fai il dj. Quel tipo di carriera per me è finita, sono concentrato sulle mie cose e mi piace suonarle live con il mio gruppo. Adoro essere in tour e condividere emozioni con la gente che viene a sentirmi.

Il tuo sound si evolve sempre in modo diverso di album in album. Ci possiamo aspettare un nuovo cambio di rotta sul tuo prossimo lavoro?

Può essere certamente, ma non è qualcosa che pianifico, è un’evoluzione naturale. Ovviamente ciò che scrivo cambia anche in base ai cambiamenti e le esperienze che si susseguono nella mia vita, quindi ogni album suonerà diverso, ma ci saranno anche degli elementi ricorrenti perché dopotutto si tratta sempre della mia musica. Non so davvero come potrebbe essere il mio prossimo lavoro, riesco a farmene un’idea più precisa solo quando sono nel bel mezzo della lavorazione. Di Lost Reworks cosa puoi dirmi? È iniziato tutto quando Jenny Wilson, che è una cantante bravissima, mi ha detto che le sarebbe piaciuto cantare Candy Tongue, una della canzoni dell’ultimo album Lost. Quando mi ha mandato la sua versione sono rimasto molto colpito perché era davvero diversa da quella originale. Allora mi è venuto in mente che poteva essere divertente farlo anche con le altre tracce dell’album e ho chiamato colleghi e amici per farmi aiutare. Così mi sono ritrovato paradossalmente a remixare le mie stesse canzoni, è stato interessante vedere fin dove potevo spingermi con quelle melodie e rendersi conto che lo stesso brano poteva funzionare molto bene anche in due diverse versioni.

Le canzoni che ascoltiamo sugli album come diventano poi quando le presenti ai concerti?

Sono diverse perché secondo me è noioso ritrovarsi ad un concerto ed ascoltare le canzoni esattamente come sono sull’album, il live deve essere un’esperienza nuova rispetto a quella che si fa quando si ascolta un disco. A volte riarrangiamo alcune canzoni anche perché dal vivo suonano meglio rispetto a come sono state registrate. È divertente e stimolante al tempo stesso e la band mi aiuta molto in questo. Ad esempio c’è una canzone del nuovo album, “Never Stop Running”, che dal vivo non rendeva affatto come volevo, allora abbiamo aumentato la velocità e modificato alcune parti della chitarra e del ritornello, è quasi come una canzone nuova pur mantenendo la stessa melodia di base.

A questo punto della tua carriera pensi di poterti ritenere soddisfatto del successo e dei riconoscimenti che stai ottenendo?

Assolutamente, sono molto contento e grato di poter portare la mia musica in giro per l’Europa e gli Stati Uniti. Mi sento molto fortunato ed è gratificante soprattutto perché ci è voluto tempo per raggiungere questo obiettivo, mi sono dedicato alla musica per ben quindici anni prima di diventare conosciuto, prima facevo l’insegnante! Quindi adesso è fantastico poter fare della mia più grande passione anche il mio lavoro.

Adesso che sei diventato un musicista di successo quando stai per pubblicare un nuovo disco ti adatti mai alle esigenze del mercato discografico e a quello che la gente vuole sentire?

No, non potrei non scrivere in modo spontaneo ed è il motivo per cui ho creato la mia etichetta, voglio avere la libertà artistica di pubblicare quello che più mi piace senza nessuno che mi dica cosa fare o non fare. Se inizio a pensare al mercato, al target o a quello che tutti si aspettano da me mi sentirei sotto pressione e l’arte ne risentirebbe. Per me la musica è una cosa molto personale e intima, quasi terapeutica, ed è per questo che voglio avere il controllo totale su quello che faccio.