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berlin festival

di Ercole Gentile

Il Berlin Festival ci aveva abituato bene. Nomi grossi (lo scorso anno ad esempio Blur, Bjork e Pet Shop Boys), abbinati ad una giusta miscela di indie ed elettronica (da Kalkbrenner a Mike Patton, passando per Bloody Beetroots, Mogwai e Black Angels), il tutto nella suggestiva (ed enorme) cornice dell’ex aeroporto di Tempelhof.

È normale quindi che per questa nuova edizione, svoltasi lo scorso weekend (5 – 7 settembre), ci fosse un po’ di preoccupazione. Line-up con nomi accattivanti (Moderat, Woodkid, Editors, Warpaint, Darkside, Sven Väth ecc.) ma certamente inferiori alle aspettative e soprattutto una nuova location, più piccola. L’Arena Park, ovvero la grande area sul confine tra Kreuzberg e Treptow dove si trova il complesso dell’Arena appunto – composto dalla main room, il Club, la Glashaus e la piscina sul fiume Badeschiff  – ma anche il noto e sempre attraente Club der Visionäre, il suo gemello Hoppetosse (un club situato su una nave sempre nel fiume) e, da pochi mesi, il nuovo White Trash, leggendario club rock della città con il suo grande prato circostante.

La grande forza del BF 2014 è stata proprio questa moltitudine di situazioni, ognuna contenente un’atmosfera diversa e unica, lasciando allo spettatore la possibilità di scegliere se accalcarsi nel caldo del main stage, sciallarsi sui canali del Visionäre o nei giardini del White Trash, ballare sulla spiaggia in riva al fiume (con gente come Nina Kraviz, Sven Väth e Magda… per dire), ascoltarsi Mount Kimbie alla Glashaus o godersi l’Art Village e le sue performance di danza, il cinema ed il mercato.

Venendo alla musica nello specifico, inutile farvi l’elenco di chi ha partecipato (per quello andate sul sito ufficiale), ma meglio fare qualche segnalazione. Come i Darkside ed il loro show che ancora ondeggia tra qualcosa di straordinario e di noioso, il divertente e coinvolgente show dei Bombay Bicycle Club e gli Editors che, a dispetto di un deludente ultimo album, dal vivo hanno ancora parecchio da dire e questo lascia ben sperare per il futuro.

Convincono gli austriaci HVOB e la loro miscela di indie/deep/techno suonata live, così come fanno ballare nella Glashaus Rustie ed il sempre eterogeneo Jimmy Edgar. Lo zio Sven (Väth) è sempre in forma e 4 ore di set iniziano con una carezza house e terminano con uno schiaffone techno, così come i Moderat che quando giocano in casa danno il meglio e regalano uno show che è sempre un bel connubio tra dancefloor e live-show.

Su tutti però nomino Woodkid. Il suo spettacolo è sempre qualcosa che lascia a bocca aperta e che trascende i generi. Accompagnato da un’orchestra con fiati ed archi e visual che sono parte centrale del live (Yoann è prima di tutto un regista), l’artista francese riesce ad essere sempre credibile: quando la mette sull’epicità e sull’orchestrale appunto, ma anche quando la butta in ‘ caciara’ con bassi, synth e strobo. Un mix micidiale ed a suo modo unico.

Insomma, questo Berlin Festival si è dato una nuova veste che, seppur più ‘cheap’ della precedente è rimasta attraente, anzi forse esaltando la dimensione ‘umana’ e colorata che fa si che un festival sia ‘tuo’. Quando si dice ‘less is more’…


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