editors

di Luca Doldi

Gli Editors per me sono uno dei gruppi della vita, inteso non semplicemente come il gruppo per cui vado in delirio o di cui sono superfan. Il gruppo della vita è quello che hai vissuto in prima persona, che hai scoperto da solo quando è uscito il primo singolo, quando è ormai passata l’età della ribellione, nella quale ascolti quei generi e quei gruppi che danno voce alla tua voglia di essere contro, ma che poi si esauriscono presto, perché capisci che la musica è molto di più e c’è un mondo da scoprire.

Quel gruppo che non ti è stato passato dall’amico più grande che ne sa sempre più di te e che l’aveva scoperto prima di te. Il gruppo della vita è quello che è nato e cresciuto con te, che è maturato con te e ha avuto un percorso artistico evolutivo, con la volontà di rinnovarsi e di crescere artisticamente per poter essere sempre la tua band di riferimento. Senza diventare dopo una decina d’anni il gruppo che ascoltavi quando eri giovane, che vai a vedere in piena crisi di mezza età per il concerto della reunion solo per sentire i pezzi vecchi e sentirti ancora giovane, anche se hanno un nuovo disco in uscita di cui non hai mai sentito nulla e del quale non ti interessa nulla.

Per me uno di quei gruppi sono gli Editors, perché sono nati sotto i miei occhi e li ho colti con tutta la “saggezza” dei miei vent’anni, perché sono usciti in coda a un movimento musicale che è stato il primo che ho potuto vedere nascere in prima persona (e l’ultimo nella storia, di quella portata). Perché per il grunge o il crossover/nu-metal sono sempre arrivato dopo, ero troppo giovane o troppo immaturo musicalmente, per coglierne i primi semi.

Perché sono uno dei pochissimi gruppi di quel movimento (nato con gli Strokes), che è sopravvissuto all’implosione del movimento stesso e che ha continuato a fare dischi cercando di trovare una valida via personale fuori da quel calderone, a differenza di molti altri che hanno cercato solo di sopravvivere.

Gli Editors stanno agli anni duemila come i Pearl Jam stanno agli anni novanta. Le due band hanno in comune un percorso simile (con le dovute proporzioni). I primi due dischi acclamati universalmente associati a un genere e a un movimento precisi e poi un cambio di direzione secco. Due dischi controversi, che nel caso dei Pearl Jam sono stati rivalutati in seguito e per gli Editors si vedrà, ma personalmente sono convinto che sarà lo stesso. Infine due frontman che con la loro teatralità, la loro mimica e la loro voce caratterizzano in maniera indelebile e inequivocabile la band e il loro periodo storico.

Per questo motivo domenica, nonostante un week end non di certo rilassante, ho raccolto le ultime energie per andare all’Ippodromo di Milano ad assistere anche a questo passaggio della band inglese in Italia, così come ho fatto per tutti quelli precedenti.

Le impressioni avute ad ottobre all’Alcatraz, sempre a Milano, sono più che confermate. Gli Editors sono una band che vuole mantenere una sorta di controllo sul pubblico. Non permettono che il concerto diventi una festa da villaggio vacanze rock, con cori da stadio, richieste sbraitate nei momenti di silenzio, non vogliono che il pubblico prenda il sopravvento. Ma non lo fanno in modo arrogante o pretenzioso, mentre il concerto fa il suo corso il messaggio che sembra  passare è: “Godetevi il concerto, cantate, saltate, muovetevi, ma non distogliete l’attenzione da quello che stiamo facendo, perché lo stiamo facendo per voi, ascoltate come stiamo facendo questo pezzo, perché non è uguale a quello che avete sempre sentito, e lo stiamo facendo per farvelo apprezzare ancora di più, non è solo la nostra musica sparata fuori da un impianto più grosso di quello di casa vostra”.

Infatti stando attenti a quello che fanno sul palco, dalla band al pubblico passa un qualcosa che non è solo il suonare i pezzi che il pubblico vuole sentire, ma è una cura e una precisa volontà di dare qualcosa in più durante i live che non sia solo uno spettacolo di luci e scenografie, e il piacere di vedere la band preferita dal vivo. Lo si nota soprattutto sui pezzi che hanno più presa, sia A Ton of Love che Smokers Outside the Hospital Doors sono leggermente più lente, le distorsioni delle chitarre non esplodono ma vanno a creare un tessuto compatto insieme agli altri strumenti. Se ci si concentra un attimo e si va a cogliere cosa fanno i singoli, ci si accorge che sono incastri e studiati alla perfezione, sia come linee melodiche e armoniche, sia come frequenze e suoni. Non c’è la classica chitarra rock che fa il riff principale in primo piano e gli altri strumenti sotto, è una concezione più orchestrale, più organica del suono, che rispetto ai primi Editors è completamente diversa, più moderna e attuale, ma è diversa anche dalla maggior parte delle altre rock band in circolazione oggi.

L’arte di ri-arrangiare i pezzi dal vivo è una pratica in via d’estinzione e gli Editors sono una delle poche band rimaste a farlo. Pratica nella quale hanno delle capacità sbalorditive e ieri si sono espressi al meglio in quello che è stato forse il momento più emozionante della serata: Honesty. Un finale lunghissimo durante il quale Tom Smith ha cantato e ricantato il ritornello, regalando un momento incredibile di sola voce e batteria. Probabilmente nelle intenzioni della band voleva lanciare un sing-along, ma in realtà il momento è stato così intenso e la voce di Tom così enorme, che quasi nessuno si è azzardato a cantare ad alta voce rischiando di rovinarlo.

C’è un’altra cosa che ho notato che mi ha stupito molto. Nonostante la band abbia solo quattro dischi all’attivo e ci siano ormai miliardi di modi in cui oggi si possono reperire i dischi, le reazioni sugli attacchi di pezzi del primo disco, fondamentali per la band, come Munich, All Sparks o Bullets sono state tiepide, a dire poco. Nonostante fossi in mezzo alla gente, più o meno sotto palco (ma anche guardandomi in giro e ascoltando, la situazione non sembrava diversa) sembrava che pochissimi le conoscessero. Questo per i molti che considerano gli Editors solo per i primi due dischi può essere uno shock, ma per il bene e il futuro della band è una grande notizia, perché significa che durante gli anni hanno saputo guadagnarsi nuove fette di pubblico, a prescindere dall’hype che ha avuto all’esordio.

Il concerto si è concluso poi, come in tutto il tour che li vede impegnati ormai da diverso tempo, con Nothing e Papillon. Due pezzi che servono proprio a lasciare definitivamente le briglie del pubblico, tenuto sulla corda per un’ora e mezza, per lasciar sfogare tutte le emozioni accumulate durante la serata. Preceduto dalla già citata Smokers e da un’incredibile Two Hearted Spider, il crescendo trascinante della versione live di Nothing è il ponte perfetto per poi far esplodere tutti sull’elettronica di Papillon e mandare tutti a casa nel migliore dei modi.

A giudicare dal soldout dello scorso ottobre all’Alcatraz e alla quantità di persone presenti ieri, non di certo un tutto esaurito ma decisamente un’ottima affluenza, la band è pronta per riempire i palazzetti italiani nei prossimi anni.