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di Elia Alovisi

Ha piovuto molto, a Padova, la sera del 4 giugno. Caso ha voluto che proprio quella sera, all’Ex Macello della città, suonassero i riuniti Neutral Milk Hotel per un’anteprima del Radar Festival. Sotto al palco c’erano molti capelli bagnati, pochi ombrelli, scarpe sporche, un venticello infame e un bel po’ di sorrisi. Sopra al palco, invece, molta gratitudine e una leggenda dell’indie rock che tornava in grande stile. Attorno al loro ritorno sui palchi si sono create, giustamente, molte aspettative. Quei pezzi erano stati rispolverati, da qualche anno a questa parte, in solitaria dal frontman Jeff Mangum. I suoi concerti, puro minimalismo: una chitarra, voce, la richiesta di non scattare foto o filmare, e stop. Era stata la prima opportunità per molti – me compreso – di sperimentare dal vivo la scalcagnata epicità dei pezzi che compongono In the Aeroplane Over the Sea e On Avery Island. Mangum bastava e avanzava ad esprimere appieno l’aura che circonda le sue canzoni, ma i NMH erano (e sono) anche un campionario di rumorini, fischi e dissonanze che ti incuriosiscono e confondono, accompagnandoti per mano nei racconti romanticamente malati dei loro testi. E questa era, ed è stata, l’occasione giusta per chiudere il cerchio.

La cosa si nota subito quando, dopo che Mangum ha suonato da solo Two-Headed Boy, salgono sul palco Scott Spillane, Julian Koster e Jeremy Barnes, accompagnati dal polistrumentista Jeremy Thal e da Astra Taylor, moglie di Mangum – i sei attaccano a suonare The Fool, la sua marcetta scandita dai fiati a introdurre il pubblico al concerto. Le parole dei classici di In the Aeroplane Over the Sea sono inni d’amore disperato, canzoni per ragazze con rose negli occhi seppellite vive nel 1945, racconti di amori incestuosi e spazzatura sul pavimento, visioni di macchine volanti sintetiche tra seme, pistoni, zucchero e fiori – e di fronte a un mondo così lacerato tra dolcezza e crudezza non si può restare che scossi e sorridenti, e muoversi a ritmo sul grezzume degli accordi dell’acustica di Mangum, e farsi avvolgere dai fiati di Spillane, e restare incuriositi dai rumori di Koster, e fare su e giù con la testa assieme ai battiti di Barnes.

I pezzi di On Avery Island e delle altre release della band, invece, hanno un valore più ambiguo, di riscoperta e rilavorazione. Il modo in cui pezzi come Naomi, A Baby for Pree, Ruby Bulbs, Snow Song Pt. 2, Song Against Sex e Gardenhead/Leave Me Alone suonano dal vivo è come più definito e concentrato rispetto a quello proposto anni fa su disco, e personalmente è un piacere vedere gli “altri” Neutral Milk Hotel ripresentarsi come eguali a quelli di In the Aeroplane Over the Sea, ugualmente meritevoli di ascolto e analisi. E il tutto si conclude con Engine, presentata da Mangum come “una ninna nanna”, fatta di bambini che piangono per il latte rinfrescante di una madre, di motori in eterna revisione, di finestre da aprire e giardini verdi. Quasi in silenzio, a dare una buonanotte rassicurante, un bacio sulla fronte che forse tornerà e forse no. Ma non importa poi molto.