editoriale maggio

di Rossano Lo Mele

Qualche giorno fa ho incontrato mia mamma negli uffici del comune. Mi ha detto, dopo aver letto “Rumore” di aprile: numero bellissimo, ma negli editoriali ti lamenti sempre, stai sempre incazzato. Un po’ di buon umore, mi raccomando. Le ho replicato che il tono fosco di alcuni editoriali è giustificato dal contesto in cui si opera, non da un capriccio. Qualche giorno prima ci era arrivata questa bella lettera “generazionale” da un lettore, Elia Zaru:

[quote]Buongiorno Direttore,
scrivo a distanza di mesi una risposta al Suo editoriale di Novembre 2013. Il titolo era “Collaborazione retribuita redattore”. È passato tanto tempo, è vero, ma ho volutamente evitato di scrivere a caldo. Devo confessare che ancora oggi non posso considerarmi del tutto “freddo”, ma sicuramente ho razionalizzato meglio quanto da Lei scritto e che mi ha colpito. Principalmente perché io sono uno di quelli che ha mandato in giro tante mail con CV e proposte di collaborazione (pur se in un altro contesto, quello dei periodici e dei quotidiani di informazione legata all’attualità politica e sociale). Mi ha colpito quell’editoriale, perché ho percepito una punta di stanco disprezzo. Magari mi sbaglio, spero di sbagliarmi. Da quel testo ho percepito uno sberleffo nei confronti di tante persone (me compreso) che faticano a trovare un posto nel mondo, che non si vogliono rassegnare al sogno di far combaciare la propria passione (la scrittura e il giornalismo nel mio caso) con il proprio lavoro. Cosa dovremmo fare, se non mandare mail e cercare collaborazioni? Io stesso ne ho inviate a decine, con CV e proposte di articoli, pezzi, reportage. Nonostante la giovane età (25 anni) ho un po’ di esperienza sia radiofonica (5 anni) che sulla carta stampata, sono già iscritto all’Ordine e quindi (almeno sulla carta) ho una professionalità attestata. Insomma, chiedo solo di essere messo alla prova e poi, eventualmente, rispedito a casa. Eppure, nella stragrande maggioranza dei casi, tutto resta lettera morta. Nessuna risposta. Ormai anche il tradizionale “grazie le faremo sapere” è diventato un miraggio. Niente, semplicemente non si ottiene risposta. E allora cosa dovrei (dovremmo) fare? Stare alla finestra a guardare un mondo di cui sognamo di fare parte, per cui abbiamo fatto tanti sacrifici, ma che non ci vuole nemmeno mettere alla prova? Non dico di dare a tutti la patente di giornalista. Dico di dare una possibilità. Chiedo troppo? Chiaro, nessuno vuole il mercato delle vacche dove l’importante è piazzare la merce, non importa come e con chi. Ma tutto sta diventando davvero difficile, soprattutto per chi non vuole rinunciare. Scusi lo sfogo che, chiaramente, non è indirizzato a Rumore o a Lei, ma davvero quando ho letto quell’editoriale sono rimasto, nel mio piccolo, un po’ ferito. Grazie della pazienza e buon lavoro.[/quote]

Ci tengo a sottolineare – a Elia come a tutti i lettori – che nei mesi passati i miei editoriali non volevano veicolare nessuna forma di stanco disprezzo nei confronti di nessuno. Né tanto meno di chi s’affaccia a questa professione, posto che la si possa definire tale. Ma prendevo semplicemente atto dello stato delle cose. Ossia quello di un paese dove – al netto di chi è competente ed educato – la gente si comporta in maniera grossolana. Sbagliando destinatario per l’invio dei CV, inviando articoli di livello medio-basso, fuori target, perlopiù caratterizzati da un uso della lingua sbilenco. Questo, almeno qui da noi, è un dato di fatto, non una cinica presa di posizione nei confronti di eventuali candidati o nuove risorse. I sogni vanno sognati (lo ribadisco in questo numero nella scelta del disco del mese). Ma i sogni vanno anche allenati. Principio che mi sembra largamente disatteso da molti che pensano (date un occhio agli orrori che si leggono in rete, in ambito musicale) che tanto, essendo basso il livello generale, che sarà mai se ci si adegua. Ciò premesso, riceviamo moltissimi messaggi privati e lettere dai nostri lettori e cerchiamo sempre di rispondere. Con puntualità, apertura al dialogo e al confronto. Poi un giorno, mesi fa, ci giunge questa e-mail in assoluta buona fede (immagino) da un lettore di cui manterrò l’anonimato. Copio e incollo.

[quote]mi dispiace come lo mele sta trattando male il vecchio rumore. come ti permetti?! non si sputa sul piatto deve hai mangiato. è vero che la formula abbonamenti non era stata molto curata, il che poteva essere un segnale non proprio positivo della cura x il cliente quindi una mancanza di attaccamento all’attività che stai portando avanti. ma il giornale era ed è stato oggettivamente valido. forse ultimamente davate troppi sette a tutti ma vedo che il nuovo rumore non è diverso da questo punto di vista (il sette medio è un poì falso, secondo me, un po’ alla mucchio selvaggio, tutti i prodotti sono mediamente buoni, a seconda dei gusti… a patto, naturalmente, che ammicchino a sinistra. per il mucchio). Già che avete fatto due cose che per me sono blasfeme, avete tolto le divisioni di genere, che aiutava, e blasfemia assoluta, le recenzioni tutte lunghe uguali! e naturalmente tutte brevi! per me un insulto alla vostra categoria di giornalisti. leggere le recenzioni era una lezione di italiano e di cultura critica ora non è più niente, potete fare prima mettendo “mi piace o non mi piace” come facebook, anzi non mi piace non lo mettete che il giudizio negativo non vende e non fa trovare partners (vedi il sette medio). Un altro aspetto negativo era la scarsa comunicazione con i clienti ma non mi sembra che sia cambiato molto vista la difficoltà che ho incontrato a trovare questo indirizzo. comunque, in bocca al lupo.[/quote]

Vedi Elia, vedete tutti. Noi ci si prova. Leggiamo. Rispondiamo. Teniamo le orecchie aperte, fa parte del nostro mestiere, incluso l’essere disponibili e confrontarsi. Però rimetto la palla al centro, e senza alcuno sberleffo chiedo: in questi casi, mamma, che si fa?