cloudnothings

di Elia Alovisi

Dylan Baldi, mastermind dietro al nome Cloud Nothings, ti fa ammazzare dalle risate. Parla della sua creatura nel modo più tranquillo possibile, ridendo tanto e usando sempre una certa leggerezza nel descrivere il processo che l’ha portato a diventare una delle giovani promesse più universalmente apprezzate dell’indie rock tutto. Dropout dopo un mese di scuola, Baldi registrò le sue prime cose a nome Cloud Nothings a casa dei suoi genitori, mettendo il tutto su internet e trovandosi, qualche tempo dopo, un’offerta di pubblicazione di EP da parte della Bridgetown Records e una richiesta di suonare dal vivo a New York assieme ai Woods e ai Real Estate. Dopo due album registrati in solitaria, Attack On Memory è stato il punto di svolta nella sua carriera: registrato assieme a un mostro sacro come Steve Albini e, per la prima volta, con una band intera – l’incredibile Jayson Gerycz alla batteria, TJ Duke al basso e Joe Boyer alla chitarra solista. La volontà di Baldi è quella di un nuovo inizio: l’attacco al ricordo del titolo si riferisce infatti alla memoria passata della band stessa – e quindi dissonanze, urla e tempi allungati entrano nel suono della band, i testi descrivono splendidamente un lapidario malessere à-la-90s.

Here and Nowhere Else, secondo album di questa seconda incarnazione del progetto Cloud Nothings, è stato registrato in tre – senza Boyer, che ha lasciato il gruppo l’anno scorso. Il grezzume è aumentato, il suono è più impastato, le grida sono un attimo più prominenti – ma affiancate a una capacità di creare hook che non ha eguali nella scena chitarristica mondiale attuale. Esempio portante I’m Not Part of Me, che ha così tante parti che ti si incollano in testa che basterebbero per un EP intero. Baldi ci ha raccontato brevemente la nascita del disco, il suo approcciarsi all’ultimo minuto a qualsiasi cosa, il suo rapporto conflittuale con la scuola.

Perché suonare il vostro nuovo disco dal vivo prima della sua data d’uscita ufficiale?

“Bé… in fondo il fatto che il tutto sia stato registrato non mi da il minimo fastidio. Volevo solo che la gente potesse sentire i nuovi pezzi. Probabilmente all’etichetta frega qualcosa dei leak, a me no. Abbiamo scritto un disco, è giusto che venga sentito, anche se solo nella forma di un bootleg. Io ne ascolto, ma principalmente di vecchie band che non potrò mai vedere dal vivo”.

Il vostro penultimo disco, Attack On Memory, è stato registrato assieme a Steve Albini. Qual è la lezione più importante che avete imparato da lui?

“Semplicemente quella di suonare le canzoni nel modo in cui vuoi suonarle. E non preoccuparti del fatto che tu sia in uno studio. Lo studio è un extra, un ammennicolo, qualcosa che usi per far sì che le canzoni suonino come vuoi che suonino. Non è il luogo in cui ti trovi che rende migliori i tuoi pezzi. La base sono le buone canzoni, e una band composta da buoni musicisti”.

Come si è approcciato Steve al processo di registrazione?

“Ha montato i microfoni e ci ha detto di suonare. (ride) E basta. Ha giocato un po’ con i volumi ma non ha realmente “prodotto” nulla. Su quel disco non ci sono sovrascritture, siamo semplicemente noi che suoniamo dal vivo”.

E com’è stato diverso lavorare con John Congleton per Here and Nowhere Else?

“John è stato un po’ più “producer” di quanto lo sia stato Steve, ma mai in un modo autoritario. Ad esempio, se suonavamo male John diceva, “Hey, forse dovreste riprovarci!” Mentre Steve faceva solo, “Che ne pensate?” John ci dava una sua opinione. Ma è stato bello avere una persona un po’ più professionale di noi, esterna alla band, a giudicarci. Perché a noi in fondo non frega nulla (ride)”.

Il disco suona comunque indubbiamente più grezzo rispetto ad Attack On Memory.

“È una cosa che è semplicemente successa. Ogni nostro disco è solo una registrazione dal vivo della fase in cui ci troviamo in quel momento. Almeno per gli ultimi due dischi – ascoltarli è come andare a un concerto. In un certo, volevo che questo album suonasse un po’ più thrash. Funziona così, non proviamo davvero a fare nulla di proposito.”

Come mai avete deciso di continuare in tre dopo la decisione di Joe [Boyer, ex chitarrista della band] di lasciare il gruppo?

“È stato più facile così. Se n’è andato, e abbiamo deciso di lasciare le cose com’erano. E poi, non conosco nessun altro che suona la chitarra e ha abbastanza tempo da dedicare alla band.  Siamo sempre amici”.

È stato difficile trovare musicisti con un approccio simile al tuo agli inizi, quando hai formato la band?

“Gli altri erano persone che avevo conosciuto in giro a Cleveland, in Ohio, la mia città. Erano gli unici musicisti che conoscevo, in realtà. Quindi è stato un processo piuttosto semplice. Gli ho chiesto se volevano entrare in un gruppo, mi hanno detto di sì”.

A quei tempi avevate una minima prospettiva del punto che avreste voluto raggiungere in futuro?

“No, ovviamente no. È stata tutta fortuna.”

Tornando al discorso del suono dell’album: che valore pensi abbia il rumore a livello musicale? L’urlo, la dissonanza, la distorsione.

“Penso abbiano un valore, ma solo a determinate quantità. Per me scrivere qualcosa di molto semplice da ascoltare, senza alcuna dissonanza, è come scrivere qualcosa di non autentico. Per riuscire a immedesimarci in ciò che ascoltiamo e suoniamo, per far sì che tutto sembri più umano, serve l’aggiunta di una sorta di elemento rumoroso”.

Questa è un’idea che hai sviluppato nel tempo o che hai più o meno sempre avuto?

“Sì, mi è sempre piaciuta roba così, fin da quando ero piccolo. La prima band di cui sono diventato un vero fan sono gli AC/DC – che possono più o meno rientrare in quella categoria, a modo loro”.

Nei vostri concerti c’è sempre una buona dose di improvvisazione.

“In un certo senso, dobbiamo farlo. Altrimenti impazziremmo. Suonare le stesse canzoni tutte le sere è noioso, e devi prenderti un momento per staccare e suonare qualcosa di completamente nuovo. È un’improvvisazione, ma è all’interno di una certa struttura. Capiamo sempre più o meno quello che succederà. Nell’ultimo tour avevamo solo 8 canzoni da suonare veramente, quindi se le avessimo proposte tutte le sere nello stesso modo sarebbe stato orribile. Adesso sarei morto. O impazzito”.

La scelta di suonare praticamente solo pezzi nuovi da dove viene?

“Mi piace la nostra roba vecchia ma mi piace nello stesso modo in cui ti piace qualcosa che hai scritto quando avevi dodici anni. Tipo, “sì, è… divertente!” Quei pezzi mi fanno sentire così, quindi suonarli dal vivo sarebbe piuttosto imbarazzante per me. E non c’entrano poi neanche molto con le nuove canzoni, quindi”.

In diverse interviste, parli del fatto che scrivi i testi all’ultimo minuto. Perché?

“Li scrivo alla fine perché mi spaventano, in quanto sono la prima cosa che molte persone ascoltano. Ci pensano sopra, li analizzano, mentre io, in quanto ascoltatore, non lo faccio mai. La maggior parte delle volte nemmeno mi interessa il testo. Quindi provo a buttare giù qualcosa all’ultimo, molto velocemente, e finché dico cose che non mi fanno sentire imbarazzato, cose che posso dire ad alta voce e non mi fanno sentire strano, le uso. I miei testi hanno un significato, ma sono sempre l’ultima cosa a cui penso.”

Detto questo, capita comunque che ti vengano dette cose tipo, “Oh, le tue parole mi hanno cambiato la vita!”, giusto?

“Sì, a volte mi capita. E quando succede mi dispiace sempre essermici impegnato così poco (ride)”.

Nonostante questo, proverò comunque a farti questa domanda – quando, in I’m Not Part of Me, dici “Sto imparando come fare / A restare qua, e da nessun altra parte” a che cosa stai riferendo con quel “qua”?

“Il “qua” è un senso di pace interiore, penso. Per dirla in un modo piuttosto ridicolo. L’anno scorso siamo rimasti in tour per moltissimo tempo, e non sono riuscito a passare tempo a casa quasi mai. Quindi ho dovuto trovare piccole cose, in ogni luogo, che mi facessero sentire a mio agio. Altrimenti, se ogni giorno ti trovi in una nuova città, la tua testa inizia a percepirla come una cosa piuttosto strana. Quindi ho scritto una canzone per ricordarmi di restare presente, in qualsiasi momento, ogni volta che pensavo a qualcosa che mi mancava o a un posto in cui avrei voluto essere. Perché non sarebbe stato possibile. E anche se la mia esperienza si riferisce a distanze su scala mondiale, penso che lo stesso processo possa essere vissuto anche nel molto più piccolo, nella vita di tutti i giorni”.

E “casa” è Cleveland per te?

“Adesso sono a Parigi! La mia ragazza vive qua, quindi ogni volta che non sono in tour resto qua con lei. Non mi sento necessariamente “a casa” a Cleveland – cioè, è casa, è dove sono cresciuto, tutti i miei amici sono lì, ma è come se non l’avessi mai percepita come il mio luogo adatto. E non penso di averlo ancora trovato. Sono condannato a vagare per il mondo. Il che è una figata! (ride)”

Da dove viene la fotografia sulla copertina dell’album?

“Dovevo scattare delle foto di qualcosa a Parigi per la copertina del disco, e l’etichetta continuava a mandarmi email dicendomi che avevano bisogno di quelle immagini. E io non ne avevo mezza, ma gli rispondevo, “sì, certo, stanno arrivando!” Poi, finalmente, sono tornato a Cleveland per un po’ e ho ricevuto una mail in cui dicevano di avere bisogno subito di un’immagine. Allora ho guardato fuori dalla finestra del mio appartamento, e ho fatto una foto. È quello che vedo dalla mia finestra. In un certo senso, è coerente con il titolo del disco”.

Ed è un altro esempio di come fare le cose all’ultimo minuto funziona molto bene per te.

“Sì! Non mi piace davvero lavorare (ride)”.

Hai fatto altri lavori prima di essere un musicista?

“Personalmente, no. Sono andato al college per tre settimane, poi me ne sono andato e ho iniziato a suonare in questa band. E non mi sono ancora fermato. Jayson, il nostro batterista, ha consegnato pizze per un po’. TJ ha lavorato a un negozio di chitarre. Sono più vecchi di me, quindi hanno avuto più tempo per fare lavori di merda (ride)”.

Tornando agli inizi – mi racconti come facesti a registrare il tuo primo album, Turning On?

“L’ho registrato nei weekend delle mie prime settimane di college, quando tornavo a casa dei miei. Andavo nel nostro seminterrato, avevo solo un microfono e il computer che usavo per la scuola, e registravo tutto con Garage Band. E basta, così ho fatto un disco. È per questo che suona così bene”.

E come ti sentisti quando iniziasti a ricevere un feedback positivo per quello che avevi fatto?

“Non mi aspettavo nulla, anche se era una cosa che ovviamente desideravo. Quelle canzoni suonano male, non è musica splendida. Ma quando ho iniziato ad avere dei riconoscimenti, quando mi sono accorto che si parlava delle mie cose e che la possibilità che io facessi un disco ci fosse davvero mi sono sentito davvero eccitato. Era quello che volevo fare, e voglio ancora fare. Odiavo la scuola, quindi avrei fatto qualsiasi cosa per andarmene. Non solo musica, avrei fatto qualcosa di terribile pur di lasciarla”.

E perché questo rapporto conflittuale con la scuola?

“Semplicemente non fa per me. Non riesco a svegliarmi presto (ride). Fai molte cose di cui non ti frega poi molto. Almeno nel mio caso, anche se studiavo musica. E ti trovi in mezzo a un sacco di persone che non hanno un’idea chiara di ciò che gli sta succedendo e di ciò che sta facendo. Non era un ambiente che apprezzavo. E poi la scuola in America è troppo costosa. Non so cosa mi fosse venuto in mente, non avrei mai dovuto nemmeno iscrivermi (ride). Avevo anche preso un prestito, che però ho già ripagato dato che l’ho sfruttato solo per un mese. I prezzi sono ridicoli, e tutti i miei amici sono fottuti! Non so cosa faranno (ride)”.

I Cloud Nothings saranno a breve nel nostro paese per tre date. Qua i dettagli.