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(In)Contro: Addizioni. Sovrapposizioni. Manipolazioni. Ibridazioni. Alchimie. Mescolanze di “stili corrotti per formare collage creativi”*. Benvenuti nell’era del mash-up pacifista. Benvenuti nella definizione di nuovi scenari. Da esplorare con le orecchie aperte.

di Letizia Bognanni e Daniela Liucci

 

FIFTEEN IDOLS

“Mi era mancata”. Khalib Øye sorseggia cappuccino con latte di mandorle guardando oltre la vetrata del bar la neve che comincia a poggiarsi. E sorride, cercando conferma negli occhi blu cobalto di Christa Sylvester, intenta a tamburellare con le dita sulla tazza di caffè al ritmo delle sue idee. Nel quotidiano, i due quindicesimi dei Fifteen Idols sembrano quasi degli alieni. Sono a casa, a New Glasgow, Nuova Scozia, dove appena finita l’adolescenza non hanno mai dovuto combattere il tedio di pomeriggi suburbani dal tempo immobile, interrotto solo da promozioni al centro commerciale e fiere biologiche. Loro, fin da ragazzini, avevano un piano: scrivere colonne sonore di indie-horror. Al cinema, tuttavia, non ci sono mai arrivati. Il resto, infatti, è storia: l’hype creato da un live interattivo in diretta web, con il mondo a chiedersi da dove arrivassero questi quindici rumorosissimi pazzi con la parrucca afro al posto della gonna. Il primo album, The Utero Troubles, che arriva come un tornado a spaccare quello che resta delle classifiche, con un sound che, alla faccia delle dichiarazioni di morte, ha messo sottosopra il rock, il soul, l’R’n’B, il pop, insomma tutto. Altri due dischi in due anni. Tour incendiari entrati subito nella leggenda – si racconta di gente che ha smesso definitivamente di andare ad altri concerti perché non possono esisterne all’altezza – e la nascita di uno stile di vita e di abbigliamento di un impatto che non si registrava dai tempi del punk. Rilassati come solo i canadesi ed eccitati come solo le rockstar che presentano una nuova creatura (e sì, vestiti come sul palco), uno dei quattro frontman e sei chitarristi e la più sexy dei cinque batteristi del supercombo ci parlano del fresco di uscita Lovesexy Idiot, del tour che partirà a marzo, e di tanto altro.

Band formate da tre elementi si sciolgono ogni giorno. Voi, in quindici, siete arrivati al quarto
album e sembrate ancora andare d’amore e d’accordo. Qual è il segreto della vostra armonia e longevità?

Christa: Non c’è nessun segreto perché non c’è nessuna armonia, litighiamo in continuazione (ride).
Khalib: Litighiamo? Diciamo pure che arriviamo allo scontro fisico! E non vi dico chi ha la peggio! (ride)
Christa: Ma ci piace così, anche lo scontro è uno scambio di energia, e fra una litigata e l’altra ci facciamo delle grandi risate e ci diamo dei grandi abbracci, e sostanzialmente ci vogliamo bene. Il fatto di essere amici da una vita aiuta, e soprattutto aiuta il fatto che è un’amicizia fondata sul disadattamento. Eravamo la comitiva degli strambi, e lo siamo ancora. E poi c’è la musica, la forza che unisce più di tutto.
Khalib: Infatti la nostra è notoriamente una musica disadattata! (ride). Abbiamo percorso – in effetti ancora la percorriamo – una lunga strada insieme. Abbiamo vissuto esperienze che definire singolari è decisamente limitante. Siamo quasi una famiglia. Togliamo il quasi. Ma una di quelle famiglie poco soffocanti. E che fanno vacanze separate! (ride).

Qualcuno ha detto che questo è il vostro album più commerciale, giudizio dovuto probabilmente alla presenza, per la prima volta, di due pezzi in 4/4 (Blood On Your Dirty Mind e I Wanna Be Your Raspberry Corvette) e addirittura di una canzone col ritornello (Kamasutra FunHouse). State davvero diventando pop?
Christa: Lo siamo sempre stati! A mio giudizio, e i fatti mi danno ragione, anche una canzone di 20 minuti senza ritornello, o con una sezione ritmica in 17/8, può arrivare con facilità alla gente se è scritta con l’intenzione di fare una cosa bella e non una sperimentazione fine a se stessa. Noi facciamo canzoni belle (speriamo) per comunicare qualcosa e per farci ascoltare e arrivare alle persone. Ci divertiamo con il ritmo e la struttura delle canzoni, e questo “divertimento” credo si percepisca. Non sperimentiamo perché vogliamo essere ostici, e non abbiamo mai voluto essere un gruppo di nicchia.
Khalib: Credo che uno dei grandi mali della società sia l’uso improprio e peggiorativo di alcuni aggettivi. Esiste davvero qualcuno che fa un disco e se lo ascolta nella sua stanzetta ripetendosi ad libitum “quanto sono bravo”? Tutto è commerciale. Se Lovesexy Idiot, suona diverso è perché riflette il continuo movimento di menti iper curiose, che cercano chiavi di lettura e approcci diversi al mondo. E ai ritornelli. Insomma, cerchiamo sempre di mischiare le carte in tavola. Non siamo noiosi!

Tornando ai titoli di tutti e quattro i vostri album sembra quasi di ritrovarsi davanti ai diversi capitoli di un libro di biologia dark. Il concept era premeditato?
Khalib: La prima persona che mi ha fatto la stessa osservazione è stata mia madre (la genetista Lena Blackburn, ndr)! Mi ha detto: “Il prossimo album di che parlerà, sindrome premestruale dal punto di vista dell’utero?”. Scherzi a parte, a un primo impatto, messi in fila, i nostri album sembrerebbero raccontare la storia di un corpo femminile vista “dall’interno”. Ma è una pura casualità.
Christa: Non c’è niente di premeditato in quello che facciamo, semplicemente molti di noi, io per prima, hanno una sorta di perverso amore per le scienze, cosa che a scuola ci rendeva dei nerd senza speranza. Ma è perché ce la raccontano male: prova a pensare a un processo cellulare come a un racconto e scoprirai che è meglio di Carver, oppure immagina il nostro corpo come una galassia, c’è tanta di quella vita da fare invidia a Star Wars!

Da dove nasce questa sorta di amore quasi ossessivo per i “residui” della scienza e processi biologici unito alla letteratura?
Khalib: Venendo da una famiglia di persone che lavorano in campo scientifico, è qualcosa con cui sono cresciuto e che, per un periodo, ho anche odiato, tuffandomi nella musica e nei libri. Nei primi anni del liceo è arrivato il cinema, horror indie. Un pomeriggio Io e Harry (Stone, ndr) abbiamo visto Jacob’s Ladder quattro volte di seguito, inaugurando il nostro passatempo preferito. Azzerare l’audio e cantarci su melodie che, secondo noi, ci stavano meglio. Eravamo seriamente convinti di aver trovato qualcosa di grandioso per far colpo sulle ragazze. Beata ingenuità!
Christa: Per quanto mi riguarda, dal fatto di essere una lettrice ossessivo-compulsiva. Leggo in continuazione e leggo di tutto, dagli autori contemporanei ai classici latini, e poi libri di scienza, riviste di tecnologia, ingredienti dello shampoo… e tutto questo in qualche modo finisce nella musica, anche se non sono io a scrivere i testi, perché parliamo un sacco delle nostre letture.
Khalib: In realtà non siamo una band ma un club del libro! (ride)

Com’è e com’era il sound di New Glasgow?
Khalib: Quello di una cittadina fluviale di poco meno di diecimila abitanti che vive della lavorazione dell’acciaio. Dal cuore scozzese ma dalla testa molto canadese. E dall’ispirazione multietnica. Per cui un sound confuso, con un po’ di rock, un po’ di blues e tanto folk, anche quello tradizionale. Per anni, musicalmente, New Glasgow è stata immobile. Però, devo dire, gli inverni rigidi e la neve, sono stati, in alcuni casi, un buon incentivo per la creatività. Quando fuori ci sono meno dieci gradi o ti suicidi per la noia o ti inventi qualcosa. Per noi è stato così.
Christa: Non per essere immodesta, ma credo che il successo dei Fifteen abbia dato un bel calcio in culo a tutti i ragazzi che avevano magari un vago sogno di fare musica ma non trovavano il coraggio di provarci sul serio. Abbiamo dimostrato che tutto si può fare, non importa se sei a New York o a Londra, o in un buco nel nulla. Basta avere buone idee e determinazione, può suonare banale ma è così. Questo non significa che chiunque può arrivare a riempire gli stadi, ma se non alzi il culo dalla sedia non saprai mai di cosa sei capace, no? Sono felice che in molti ci stiano provando, spero solo che non pensino di doverci imitare, ma che vengano fuori band con una personalità propria.

Nonostante la vostra evidente propensione alla ricerca e alla sperimentazione, e i temi alti delle liriche, c’è ancora chi non vi prende sul serio. Pensate che dipenda dal look?
Christa: Credo di sì, purtroppo c’è ancora, e mi viene da pensare che ci sarà sempre, gente che ti giudica per come ti vesti o per come ti pettini, e non si prende la briga di capire chi sei e cosa fai. Ma sai che c’è? È un problema loro.
Khalib: La maggior parte delle persone fa una gran fatica a leggere tra le righe. A capire che anche un determinato look può parlare, veicolare un messaggio. Che può dire qualcosa della persona che ha di fronte. Può raccontare un pezzo della sua storia. Un tempo qualcuno ancora ti chiedeva il perché di determinate scelte. Oggi, la curiosità è fagocitata da quel “Grande Risponditore Automatico” che è Google. E non sempre ci prende…

Avete mai pensato di normalizzarlo?
Khalib: Perché dovremmo? Sarebbe come chiedere a Tom Selleck di tagliarsi i baffi. O lui se li è tagliati? Poco male. Noi quei gonnellini li adoriamo. Come adoriamo l’artista che li ha realizzati, Lorna Laing, talento puro, che esplora in modo inusuale il concetto di malleabilità. La nostra anima gemella!
Christa: È parte del nostro modo di essere, e ad essere sincera ho dei problemi con la parola “normale”. Che cosa è normale? Per quanto mi riguarda, i nostri gonnellini/parrucca sono normalissimi, e li indosseremo fino a quando ci faranno sentire noi stessi. C’è chi si sente a suo agio in jeans e maglietta, e chi in gonnellino afro, e se non ti piace, scusa se mi ripeto, sono fatti tuoi.

Che succede se a qualcuno di voi non piace una canzone che Harry Stone e Scott Hansard (gli autori di tutti i pezzi, ndr) vogliono fortemente mettere nel disco?
Christa: È successo con Death 4 U. c’erano almeno cinque di noi che la odiavano, e a dirla tutta anch’io non ne andavo pazza. Abbiamo discusso un sacco, abbiamo addirittura fatto un referendum, coi bigliettini e l’urna e tutto, che non è servito a niente perché il risultato è stato un “sì registriamola” ma quelli che non volevano registrarla continuavano a rifiutarsi di suonarla. Non è stato un bel momento, la democrazia era a rischio (ride).
Khalib: Io ero uno di quelli che la odiava. Ma sul serio. Mancava di anima. Mancava di quell’incedere quasi animalesco e tribale delle nostre batterie. Era come una nebulosa, per rimanere in ambito scientifico, un fiacco agglomerato interstellare di riff, progressioni armoniche e accenni di melodia senza una direzione precisa.
Christa: Poi un giorno Scott si è presentato in studio con un nuovo arrangiamento incredibilmente buono, sembrava quasi un’altra canzone, l’abbiamo adorata all’unanimità. Stavolta è andata così, un paio di volte invece Harry e Scott hanno ceduto e le canzoni sono state scartate. Insomma non c’è una regola. In fin dei conti, credo che sia la musica a decidere. Se una canzone funziona, si impone da sola.
Khalib: E, in fondo, è un bene. Che la canzone si imponga da sola, voglio dire. Quando una democrazia tende a perdersi, ci vuole un leader! (ride).

Siete riusciti a raggiungere una notorietà incredibile e un successo trasversale con canzoni piene di citazioni letterarie e culturali in genere. Il testo di Flash And Neon, per citare la canzone più criptica del disco, è la descrizione di un’opera dell’artista retrofuturista finlandese Aatami Laitinen. Pensate che i ragazzi che vi ascoltano le colgano, e magari approfondiscano, o che ne recepiscano solo i contenuti più superficiali e “orecchiabili”?
Christa: Noi ci fermiamo spesso a parlare con i nostri fan, e spesso restiamo stupiti da quanto siano in sintonia con i nostri interessi, con tutto quello che mettiamo nelle canzoni. Altre volte restiamo stupiti da quanto colgano poco o niente di quello che volevamo dire, ma va bene anche così, una volta messe in circolo, le canzoni appartengono anche a chi le ascolta, ognuno ci mette dentro quello che vuole. I fan che ci piacciono di più, però, sono quelli che ci raccontano che grazie a noi hanno scoperto uno scrittore, o che si sono appassionati alla scienza… è una cosa fantastica avere questo tipo di influenza su qualcuno, e capita molto più spesso di quanto avremmo mai immaginato. Non che ci sentiamo degli educatori, o qualcosa del genere, però è una bella soddisfazione.
Khalib: Una volta, credo fossimo a Roma durante il tour di Ladyland Rubbish, dopo il concerto si avvicinano due ragazze, di circa sedici anni, e ci consegnano un’enorme scatola di legno con un biglietto con su scritto semplicemente “Grazie”. Io e Christa chiediamo, “Grazie per cosa?”. E loro ci spiegano che grazie ai nostri testi, ispirandosi al modo in cui decostruiamo e descriviamo opere d’arte, concetti e quant’altro, sono riuscite a trovare una specie di metodo di studio e prendere un otto in storia dell’arte. Lo so, detta così è un po’ patetica. O forse è più patetico quando ti dicono “Grazie, la tua canzone mi ha salvato la vita”? Quello che so per certo è che la scatola conteneva quindici bottiglie di vino rosso, che abbiamo decisamente apprezzato. E consumato.

A proposito di tour, state per “imbarcarvi” nel Lovesexy Idiot World Tour 14. Come viaggiano insieme quindici teste suonanti e pensanti? E cosa regaleranno al pubblico?
Khalib: In maniera indisciplinata, su un tris di autobus che macinano chilometri. Ci mangiamo, dormiamo, russiamo, ci rilassiamo, proviamo nuove idee, facciamo tornei con la Playstation, a cui partecipano anche le gentili donzelle, anzi sono le giocatrici più accanite. E si, facciamo anche qualche sosta sull’autogrill. In generale ci divertiamo parecchio, in viaggio e sul palco.
Christa: A dire la verità, quando siamo in tour non sembriamo molto pensanti, entriamo in modalità gita scolastica e ci trasformiamo in un branco di cazzoni. E la cosa più divertente sono proprio i concerti. Salire sul palco non è ancora diventato una routine per noi, non riusciamo proprio a considerarlo un dovere. Ce la godiamo da matti e vedere il pubblico entusiasta ci causa una specie di orgasmo collettivo. Sì, fare i concerti è un po’ come fare sesso. Nel nostro caso, è un’orgia!

Troverete mai il tempo per scrivere la tanto sospirata colonna sonora indie-horror?
Christa: Ti dico un segreto: l’abbiamo già scritta. Solo che manca il film. Magari lo giriamo noi.
Khalib: Ho già pronto il soggetto: il proprietario di una discoteca vuole rilanciare il locale producendo un nuovo show. La sua idea è mettere inseme un corpo di ballo con danzatori assemblati con membra e organi di diversi essere umani e manovrati con fili, come marionette. Per creare la compagnia, ha continuo bisogno di “materiale”; quindi si mette in viaggio e… Non posso dirti altro. Posso solo garantire che “nessun essere umano sarà maltrattato durante la realizzazione di questo film”.

Chi c’era
Khalib Øye: il ritmo nelle radici e la melodia nel vento del nord
Christa Sylvester: L’anima nera dell’Europa e dell’America

Discografia
The Utero Underground (Idols Pit, 2007): la teenage angst e il bop-bop bop-bop bop-ba-domp 
Ladyland Rubbish (Idols Pit, 2009): il voodoo elettrico e la vita pop 
Organix Diamond (Idols Pit, 2012): radici hip-hop e diamanti rock
Lovesexy Idiot (Idols Pit, 2014): Sex, love, fun and rock’n’roll 


Playlist

‘Fro Power
The Jimi Hendrix Experience – Purple Haze da Are You Experienced? (MCA, 1967)
Diana Ross – Ain’t No Mountain High Enough da Diana Ross (Motown, 1970)
Sly & the Family Stone – Family Affair da There’s A Riot Going On (Epic, 1971)
Bill Withers – Use Me da Still Bill (Sussex, 1972)
The Jackson 5 – Hum Along And Dance da Get It Together (Motown, 1973)
The Brothers Johnson – Strawberry Letter 23 da Right On Time (A&M, 1977)
Gil Scott-Heron – B Movie da Reflections (Arista, 1981)
Prince – Controversy da Controversy (Warner Bros, 1981)
The Roots – The Next Movement da Things Fall Apart (MCA, 1999)
Erykah Badu – Danger da Worlwide Underground (Motown Universal, 2003)
TV On The Radio – Red Dress da Dear Science (4AD, 2008)

Blonde Power
David Bowie – Space Oddity da Space Oddity (EMI, 1969)
Nico – Chelsea Girls da Chelsea Girl (Polydor, 1967)
Billy Idol – White Wedding da Billy Idol (Chrysalis, 1982)
Blondie – One Way Or Another da Parallel Lines (Chrysalis, 1989)
Iggy Pop & The Stooges – Search And Destroy da Raw Power (Columbia, 1973)
The Swell Season – Lies da The Swell Season (Overcoat, 2006)
Nirvana – Lithium da Nevermind (Geffen, 1991)
Sigur Rós – Untitled 4 da ( ) (FatCat Records, 2002)
Kings of Convenience – Failure da Quiet Is The New Loud (Astralwerk, 2001)
Damon Albarn – The Marvelous Dream da Dr Dee (Parlophone, 2012)

Potete ascoltare le due playlist qui sotto, tramite il nostro profilo Deezer.


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