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di Antonio Belmonte

A fine serata il tasso alcolemico di Mark Burgess & soci sarà talmente elevato da giustificare un’immediata riduzione in coriandoli delle rispettive patenti di guida. Eppure, nonostante tutto quell’alcol in corpo, sul palco dell’Exenzia di Prato si è ascoltato per un’ora e mezza del buon rock come non accadeva da tempo. Chapeau!

Davvero travolgente il concerto conclusivo del breve tour italiano della band mancuniana, dopo le date di Milano, Bologna e Roma. Tutto comincia pochi minuti dopo la mezzanotte – orario in cui solitamente nei live club anglosassoni i gatti ronfano sugli amplificatori già da un’oretta buona – con le chitarre tortuose di Swamp thing che, da par loro, introducono meravigliosamente il raggelante turbamento metropolitano di A Person isn’t Safe Anywhere These Days. È la prima perla estratta da quel mitico scrigno della dark wave britannica che risponde al nome di Script of the bridge, inevitabile spina dorsale dell’intero concerto. Da quel momento in poi calerà sul nutrito pubblico (di nero vestito) una straniante nebbia sonica, orchestrata dai taglienti delay di Chris Oliver & Neil Dwerryhouse (al cui confronto quelli di The Edge sembrano svampiti campanellini di Natale) e dalla marmorea sezione ritmica di Burgess & Altana, tutti e quattro encomiabili nello stivare l’opprimente cielo della Manchester anni ’80 dentro lo spazio di 800 metri quadri appena. L’incarnazione più decadente e visionaria della scena new wave – quella che per intendersi ha cresciuto pivellini come Interpol, Editors e White Lies – prende così forma brano dopo brano, attraverso una scaletta (perfetta!) di 17 canzoni, vecchie e nuove, che trasudano isolamento, disagio, alienazione e scarnificante malinconia (e Soul isolation, in tal senso, sembra liricamente rappresentarne il pamphlet ufficiale) magistralmente inscenate su scala di grigi dalla voce irrequieta di Burgess.

Ma è per quell’inarrivabile capolavoro di dark umorale che è Monkeyland e per l’epico affresco goticheggiante di Second Skin che il pubblico riserva le ovazioni più calorose, fino  alla ricompensa finale approntata con il devastante poker conclusivo di In Shreads, Caution, Don’t Fall e Paper Tigers che sprigiona tinte cobalto da ogni accordo e persino sotterranee citazioni di Beatles e Joy Division.

Nel backstage, alle 2 della notte, tra una birra e l’altra, chiedo ai “ragazzi” se sono soddisfatti di questi quattro giorni italiani: “Absolutely not! In this country everything is shit!” risponde ironicamente il chitarrista Chris Oliver. Il buon Mark, visibilmente stregato dalla mia bottiglia di Chianti, sogghigna e aggiunge “We’re feeling great! Really! Fuckin’ amazing!“. Sembrano davvero appagati. Ed io con loro. Un buon motivo per guidare felice verso casa.