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di Lorenzo Cibrario

Questa sera sono stato invitato al Victoria & Albert Museum (V&A) per assistere ad una serie di mostre altrimenti chiuse al pubblico. Non che lo siano sempre, anzi di giorno sono aperte a tutti, solo che una volta al mese, se hai le conoscenze giuste, riesci ad intrufolarti allo spettacolo serale, che significa, mostre gratis e free drinks, il tutto solo su invito. E sorseggiarsi una bianchino camminando tra statue di marmo e quadri dell’Ottocento inglese ha sempre il suo fascino. All’entrata ci mettono pure il dj per patinare il tutto, così da non farsi mancare nulla (va detto però che l’equivalente della TATE è MOLTO più figo, al pomeriggio d’estate, solo su invito, nel praterello con i dj selezionati dal Fabric… e ti puoi portare le birrette dall’off licence. Ciao proprio). Frivolezze a parte, ho potuto assistere ad una mostra sui maestri della pittura cinese dal decimo secolo al ventesimo, godendo di immagini francamente estasianti. Non sono un critico d’arte per cui dirò una stronzata, ma l’eleganza dei loro scorci naturali è qualcosa di puramente metafisico, non nel senso divino, ma proprio nel senso di trascendenza estetica. Qualunque cosa significhi. Mi azzarderei addirittura a dire che la loro pittura dipinta nel (nostro) ‘400 è avanti anni luce, pur sapendo che è più un sentimento che ho percepito piuttosto che un’argomentazione logica. E’ come se già allora loro dipingessero le luce pura dell’ultimo Turner o padroneggiassero già il simbolismo più puro. Ma ripeto non posso argomentare è solo una fascinazione data dal meraviglioso contesto.

Comunque, girovagando (e bevendo) per l’immenso museo, mi sono dopo imbattuto in un’ala più contemporanea e dai temi più spicciamente pop (attenzione: non frivolmente pop, perché qui siamo in Inghilterra, un paese cha ha fatto del pop un’identità e che dunque ne porta rispetto e venerazione), dove avevo visto la mostra su Bowie in effetti. In una zona di questa ala, ecco che viene mostrata l’evoluzione della moda inglese dai primi del Novecento ad oggi. Senza addentrarsi in descrizioni noiose o dettagli troppo tecnici, si viene accompagnati attraverso un percorso storico ed estetico: dalle prime casacche di velluto che indossavano i cacciatori del Kent, fino ai primi modelli di Kimono importati dal Giappone nel 1905 (questo mi ha in effetti colpito), dai primi abiti da cocktail degli anni venti, ai completi da lavoro degli anni ’40. Insomma, una curiosa guida visiva della moda prettamente anglosassone.

Il mio background musicale ha attivato il radar dell’interesse intorno alle vetrine che mostravano gli abiti degli anni ’60, per esplodere con quelle degli anni ’70, ’80 e ’90, decenni in cui la musica e la moda sono diventati una cosa unica (ma forse è sempre stato così, solo che in quegli anni hanno capito che potevano farci dei soldi). La didascalia posta a fianco della vetrina che mostrava i manichini con indosso gli abiti di Vivienne Westwood mi ha colpito. Recitava:

…Vivienne Westwood e Malcom McLaren durante gli anni ’70 avevano il proprio shop [SEX] a Chelsea in Kings Road…

Quella parola ‘Chelsea’, è come se mi avesse tirato una sberla alla velocità del suono. Ora che son quasi tre anni che vivo qui, ho una percezione della città più centrata e migliore, cosa che mi dà la sicurezza di addentrarmi nel passato. Partendo dalle mie coordinate, che ora posseggo, riesco ad immaginarmi il passato della città in cui vivo, soprattutto grazie a libri, film e musica ovviamente.

Ecco, sappiamo tutti del punk, di quello che rappresenta e di quello che è stato. E sappiamo ora cosa sia diventata Chelsea. Una pattumiera di osceni negozi di brand, miliardari da ogni parte del mondo che parcheggiano Porsche a caso e micro cani nelle borsette squadernati con volgarità. Condiamolo di gente che vorrebbe essere così, ed abbiamo il quadro della Chelsea di oggi.

Non che stia dicendo nulla di nuovo, chiaro. Sappiamo tutti cosa sia capitato al punk, alla discesa, all’assorbimento da parte della società dei valori di cui la scena punk si faceva carico, dell’annichilimento che è stato rivolto contro loro stessi ecc ecc. Sappiamo che la stessa Westwood è diventata parte del sistema e del business che criticava, non voglio annoiare nessuno, nè ripetermi. Però quella didascalia mi ha colpito. Mi sono chiesto quanto i protagonisti della scena punk fossero coscientemente coinvolti e partecipi di quanto stessero facendo; quanto loro sapessero chi erano e che stavano combinando. Un movimento ha davvero coscienza di sè? Addio alla spontaneità in quel caso. A volte la rivolta parte anche incoscientemente però. A volte esplode e basta.

Solo, mentre tornavo a casa in metropolitana, mi chiedevo se anche le zone in cui vivo e che bazzico siano assimilabili con la Chelsea degli anni ’70. Bè, mi sono detto, Hackney Wick è forse la zona che più ci si avvicina, magari anche Peckham, che sta diventando un polo artistico e musicalmente interessante.

Sì ma chi vive in queste zone? Mh. Ci sono artisti? Mmmh. Vogliono attaccare e criticare un sistema? Mmmmhhh. E soprattutto, cosa hanno a che fare con gli artisti della scena punk? Quelli di allora erano coscenti di star facendo arte, o per loro era solo ribellione?

Non ho risposte a tutte queste domande, chiaramente. Posso solo constatare quello che vedo ogni giorno. Vedo decine e decine di persone che non fanno niente, gente che non critica, gente con barbe lunghe, ma con case fantastiche, persone che non combattono, ma che girano in bici tutto il giorno. Vedo gente senza un briciolo di rabbia, senza sana grinta; vedo hipster che si amalgamano l’un l’altro nella patetica convinzione di essere diversi. Gente a cui i genitori pagano la stanza nel quartiere fighetto cosicché loro possano chirurgicamente crogiolarsi nei loro sturm und drang. Il loro movimento è debole, per quello non riescono a fare arte decente. Non sono abbastanza incazzati. Hanno un sistema da combattere, ma sono troppo incentrati a incerarsi i baffi per farlo.

Il loro andare contro è così già predetto che a loro in fin dei conti piace, perché possono poter andare a sentire il nuovo degli Arcade Fire in cuffia su Spotify.

Ma chi vince? I punk che scompaiono e diventano parte del sistema, ma che almeno ci provano, o gli hipster che non ci provano neanche?