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di Francesco Bommartini

I Calibro 35 non sbagliano un colpo. La loro miscela di funk, psichedelia e rimandi alla tradizione cinematografica poliziesca italica continua a fare proseliti. Anche all’estero. Parliamo di loro con Tommaso Colliva, il regista di questo film che somiglia sempre più ad un bestseller di ottima qualità.

Il vostro ultimo album Traditori di tutti è ben suonato, ben prodotto e ha suoni davvero invidiabili. Qual è il vostro obiettivo con questo album? Quali sono le reali differenze con i prodotti precedenti?

Ci sono, come in tutti i dischi nuovi che una band fa, dei punti di contatto con i precedenti album, come pure delle differenze. Essendo Calibro una band con un concept ed un’estetica di riferimento, è molto facile vedere le connessioni. Facciamo musica strumentale che fa capo a determinate influenze e generi. Ma ci sono anche differenze sostanziali. La più facile da individuare è che il disco è composto da brani nostri, mentre i precedenti album contenevano anche pezzi di altri compositori. Non è una scelta che ci siamo imposti prima, ma il concept ci ha richiesto questo approccio. Grossa differenza coi dischi precedenti è che qui, prima di entrare in studio, ci siamo chiesti: “Cosa vogliamo dire?”. Mentre gli altri lavori nascevano da un’esigenza solo e prettamente musicale – andiamo in studio e facciamo la musica che ci viene – l’ultimo nasce da varie riflessioni. Abbiamo quindi deciso di fare la colonna sonora del libro Traditori di tutti di Scerbanenco. L’idea è nata anche facendo interviste relative ai nostri dischi precedenti, in cui ricevevamo un sacco di domande sui polizieschi. Si tratta dell’unico libro della tetralogia di Scerbanenco che non è mai stato tradotto in film.

Il disco è stato pubblicato dall’etichetta Record Kicks, label che ha una sua rilevanza nella scena soul-funk. Come siete entrati in contatto con questa realtà? In che tipo di situazione vi porta questo accordo, a livello distributivo e promozionale, rispetto alle etichette con cui avete pubblicato in precedenza?

Siamo sempre stati un gruppo abbastanza autonomo. Nel corso degli anni abbiamo avuto varie collaborazioni con etichette italiane e non. Quella con Record Kicks nasce per un mutuo rispetto e apprezzamento delle cose che facciamo. In particolare abbiamo amato la loro pubblicazione, avvenuta due anni fa, di una cantante soul che si chiama Hannah Williams. Condividiamo con loro la passione per il funk ed un certo tipo di musica nera, oltre al fatto di essere italiani. Siamo realtà italiche da esportazione. Possiamo aiutarci a vicenda. Records Kicks è abituata a spingere gruppi su scala mondiale ed europea, non solo nazionale. Noi siamo abituati a calcare i palchi italiani ma avremmo molta voglia di suonare all’estero. Questo è il nostro primo disco che esce in contemporanea in Europa e, il 3 novembre, in Giappone. Parlando la stessa lingua siamo riusciti a far capire a Record Kicks quelle che sono le nostre necessità sull’Italia, che – oltre ad essere il nostro paese d’origine – è il nostro mercato più importante. Al contempo abbiamo avuto un grosso supporto per l’estero. Ora lavoriamo con quattro uffici stampa diversi. Nel prossimo tour, che partirà a febbraio 2014, ci saranno molte date all’estero. Incrocio le dita e faccio gli scongiuri ma…dovrebbe essere così.

Rimanendo su Record Kicks: cosa pensi degli altri artisti che ha in roster? Ti senti di segnalarne qualcuno in particolare?

Mah, Hannah Williams è l’artista che tutti noi Calibro preferiamo. Poi ci sono i The Liberators, che suonano afro funk australiano: molto molto molto bravi. Posso citarti i Dojo Cuts, che fanno  sempre riferimento alla stessa scena; gli americani Third Coast Kings; Trio Valore, che sono inglesi e di cui fa parte Steve White dei The Style Council. Poi c’è Marta Ren, cantante portoghese, e Gizelle Smith. Con quasi tutti quelli che ho citato condivideremo il palco per un concerto che si terrà a Londra il 9 novembre.

Ormai Londra è casa tua…

Abbastanza. (ride)

Visto che mi hai bruciato la domanda su Scerbanenco te ne faccio un’altra. Nel singolo Giulia Mon Amour avete reinterpretato due film: La mala ordina e Milano Calibro 9, diretti dal regista Ferdinando Di Leo. È solo l’ultimo tributo ai polizieschi italiani anni ’70 – ’80. Negli anni Zero hai visto qualcosa di valido in quest’ambito, oppure quello a cui fate riferimento si situa nel passato?

Sicuramente il riferimento a Milano Calibro 9 è esplicito, il secondo non è così visibile. Nonostante La mala ordina sia uno dei miei polizieschi preferiti, non noto riferimenti forti nel clip. Non ricordo polizieschi degli anni ’80 che mi piacciano. Sarebbe più corretto dire che ci rifacciamo ai polizieschi dalla fine degli anni ’60 alla fine dei ’70. Negli ultimi anni sono state fatte alcune cose belle. Come Romanzo Criminale e Gli angeli del Male su Vallanzasca. Quest’ultimo è stato, secondo me, un gran bel film. Non ho la tv a casa. Ma con l’avvento della televisione satellitare si è riaperto un settore che non c’era più tanto. Fino ad una decina di anni fa l’unico sbocco per un film era il cinema. Ovviamente l’imbuto del cinema porta un grosso cambiamento sui contenuti. Considera che un film che esce nelle grandi sale deve essere accessibile a tutti. Con la tv invece ci si può permettere di più: la violenza, il sesso, un certo tipo di plot più da adulti. Credo che questa trasformazione abbia fatto bene al cinema e alle produzioni televisive, alcune delle quali non hanno nulla da invidiare a quelle cinematografiche.

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Ho notato che nella tracklist di Traditori di tutti la stragrande maggioranza dei titoli sono in inglese. E’ anche questo segno di un’ulteriore vostra apertura verso l’estero? Recentemente avete suonato in Serbia, Croazia, Slovenia…Che differenze ci sono tra suonare nelle nazioni dell’est e in Italia?

Si tratta di una scelta banalmente organizzativa. Come ti dicevo questo è il nostro primo disco che viene distribuito nello stesso momento in tante parti del mondo. Ma è anche il primo disco che ha una centralizzazione forte: una sola etichetta che produce e distribuisce nel mondo. Proprio per questo motivo abbiamo dovuto far sì che i titoli fossero capiti dal maggior numero di persone possibili. Quindi abbiamo deciso di utilizzare un inglese facilmente comprensibile, a differenza di altri titoli lunghi che abbiamo fatto in passato. All’interno del booklet del disco c’è uno schema con scritti tutti i titoli e i sottotitoli in 4 lingue diverse: italiano, francese, inglese, tedesco. L’idea è stata rubata alle library italiane degli anni ’70, quelle che promulgavano la musica composta e registrata per essere sincronizzata con i film. Sul retro c’erano brevi descrizioni su ogni pezzo: Scena di tensione, Groove lento, Scena d’amore. Anche noi abbiamo dato un sottotitolo ad ogni brano. Ad esempio Prologue ha come sottotitolo Un’auto nel naviglio, che è la scena a cui si è ispirato quel pezzo. Mentre la missione di Calibro 35 all’inizio era bambinescamente archeologica, con il passare degli anni ci siamo resi conto di volerci spingere più in là. Sotto questo punto di vista l’estero ci aiuta tanto, se non tantissimo. Ci permette di confrontarci con altre persone che hanno una cultura musicale e cinematografica differente. Il fatto di andare in zone meno battute, come i Balcani, ci dà modo di confrontarci con un pubblico diverso. Se suoni funk davanti a ragazzi americani dici una cosa, se lo fai davanti a ragazzi serbi – che hanno esperito cose molto diverse – comunichi altro.

Degli Usa che mi dici? Il genere che proponete ha possibilità di comprensione maggiore lì che non in altre zone?

E’ diverso. Noi suoniamo a grandi linee un genere molto italiano da un lato ma con un’ispirazione molto americana. Facciamo un misto di funk, rock, prog: insomma, come le colonne sonore anni ’70 italiane. Diciamo che aiuta molto il fatto che in America ci sia attenzione alla musica. Là ci sono più persone che sanno suonare e che quindi capiscono bene quello che fai. Mi ricordo che quando uscì il primo disco, parlando con Max (Martellotta, chitarrista di Calibro 35 ndr) ci dicemmo: “Guarda: tutte le recensioni americane sono più musicali di quelle italiane. L’italiano faceva più riferimento all’immaginario che sta dietro a Calibro 35. Invece in America erano più concentrati sulla musica: gli strumenti fanno quello, il sound è così…

Frequentando concerti ho notato un disamoramento generale, negli ultimi 5 anni. Paradossalmente, cresce l’offerta e decresce l’interesse. A parte alcune eccezioni che confermano la regola…

Negli ultimi 5 anni sono successe tante cose. C’è una crisi notevole, che influenza anche l’atteggiamento e le aspettative delle persone. C’è stato uno spostamento culturale enorme dalla musica suonata a quella riprodotta, dai concerti ai dj. La fruizione di uno show di un dj è molto diversa da quella di un live. I motivi sono moltissimi. Ed ineluttabili. Credo che non si possa dare un giudizio positivo o negativo. Noto però che il pubblico molto giovane riesce ad entrare molto più in sintonia con generi musicali che sono meno suonati come hip hop ed elettronica.

Siete molto prolifici: dal 2009 pubblicate una media di un prodotto discografico, tra album ed ep, all’anno. Cosa vi spinge ad essere così attivi, nonostante i vari progetti che coinvolgono i vostri membri?

Perché è l’unico modo in cui sappiamo stare insieme. Calibro è un progetto nato per fare musica insieme, si basa su questo. Non si concentra su un periodo di scrittura e poi uno di realizzazione e produzione. Entrambe vengono inserite in un unico periodo di studio. Oltre a questo c’è una facilità metodologica di fondo: facendo musica che sostanzialmente suoniamo anche dal vivo, riusciamo a terminare i dischi i 7 e i 14 giorni, non di più. Mentre altre band che seguo – vedi Muse – impiegano 9 mesi (ride). Oltre alla produzione dei nostri dischi, ci sono stati numerosi episodi dove la musica ci è stata richiesta o commissionata. Sono situazioni che affrontiamo molto volentieri.

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Cosa pensi dell’attuale scena indipendente italiana? Non trovi che stia diventando sempre più un trend? Mi spiego: in questa terminologia sono racchiusi sempre meno progetti che propongono qualcosa osando e sempre più artisti vedono il circuito indipendente come un obiettivo, piuttosto che come una conseguenza della proposta…

Penso che siano successe tante cose. Innanzitutto non so quanto sia mai stato definibile in maniera univoca il circuito indie italiano. E’ sempre stato composto da anime molto diverse, sin dagli anni 90′. Se penso a quello che all’epoca era il rock underground italiano mi vengono in mente Almamegretta, 99posse, Aferhours, Ritmo Tribale. Già allora c’erano varie anime. In questi anni si è rimasti al passo coi tempi. Io, che faccio da agente agli Zeus, non posso non rimanere basito quando loro vengono inseriti nello stessa scena di cui fa parte Dente. Credo si tratti di una categorizzazione basata poco sulla realtà della musica e più sul network a cui si fa riferimento. Negli ultimi anni tutto quello che c’era al di fuori del circuito indipendente è crollato verticalmente, vedi le major. Invece questo mercato, infinitamente più piccolo, è sicuramente sceso di portata ma è proporzionalmente scaduto meno rispetto alle major. I numeri di cui parliamo nel circuito indie, in questo momento storico, sono paragonabili a quelli di piccole produzioni fatte delle major, cosa che una volta non era assolutamente possibile. Di conseguenza certi settori e sbocchi, sia sui media che sui concerti, sono divenuti più appetibili e richiesti. Ma oggi le band di questo tipo, che riescono ad avere successo o notorietà, si scontrano con la mancanza di infrastrutture. Gli ultimi nostri concerti a Milano, in particolare l’ultimo al Biko, ne sono la testimonianza. Amiamo quel locale, ma si tratta di una struttura che tiene 350 persone. Calibro è in grado di fare cifre più interessanti. L’ultima volta che abbiamo suonato al Magnolia c’erano 800 persone. Oltre a queste capienze, in Italia, non c’è niente. Hai un salto di 1200 persone per arrivare a suonare all’Alcatraz. Non ci sono locali di medio livello: Rolling Stone, Music Drome, Rainbow – solo per rimanere a Milano – hanno chiuso. E’ un sintomo di dove sta andando la musica. O riempi lo stadio – il Forum di Assago – o fai il locale da 300 persone. Tutta la fascia in mezzo non esiste. Se campi di questa cosa, non farsi domande è un suicidio.

Com’è stata l’esperienza come resident band nel programma di Fabio Volo, “Volo in diretta”, andato in onda su RaiTre?

Io sono forse la persona meno adatta per rispondere, perché non ero lì. Ho fatto un mese di avviamento, ma poi sono stati gli altri a portare avanti l’esperienza. Posso dirti che è una situazione che noi abbiamo affrontato in una maniera che ha stupito le persone con cui abbiamo lavorato. Abbiamo cercato di fare la cosa migliore per il programma. Non abbiamo puntato a farci massima pubblicità. Non abbiamo scalpitato per avere più primi piani possibili e farci vedere, abbiamo cercato di fare le cose nel modo più funzionale per il programma. Chi ha seguito tutte le puntate si sarà accorto che, mentre all’inizio ci attenevamo molto di più agli spazi dedicati alla musica, alla fine le puntate sono diventate sempre più musicate con un continuum sonoro che seguiva la dinamica di quanto accadeva in studio. Da questo punto di vista è stata sicuramente un’esperienza irripetibile, che ci ha insegnato tanto. Anche cosa significa fare parte di una produzione di 100 persone a puntata.

La tv è un veicolo per arrivare a più persone, anche facenti parte di un target differente dal solito. Cosa pensi degli indie fan duri e puri, che si sono indignati per la partecipazione sanremese dei Marta Sui Tubi?

Penso che sia stata abbastanza sdoganata. E’ un non problema. Ci sarà sempre chi è molto geloso della propria band. Della serie: “Oddio se la scoprono 10 persone in più allora non sono più solo miei”. Lo trovo un atteggiamento miope, per quanto comprensibile, che non fa il bene della band. Come invece ci sarà che chi comprende che arrivare ad un pubblico maggiore sia positivo per la stessa. Ogni anno a Sanremo  sembra che serva una band indipendente: Subsonica, Afterhours, Marlene… A mio parere la lineup di Sanremo dell’anno scorso, a parte qualche eccezione, rappresenta molto molto fedelmente quello che può essere l’ascolto di un pubblico italiano e le sue varie sfaccettature.

Anche stavolta ti sei seduto alla consolle per produrre il disco. Hai utilizzato accorgimenti differenti rispetto al solito?

Abbiamo lavorato in maniera molto diversa. Come ti dicevo, al posto di andare in studio e suonare subito, ci siamo entrati con l’idea di fare proprio Traditori di tutti. Questo prevedeva che trovassimo il modo di farci ispirare da questo soggetto. Abbiamo unito le nostre idee musicali con la direzione che volevamo intraprendere. I pezzi di Calibro vengono portati dai singoli componenti, con armonia o abbozzi vari, e altri sono più indefiniti. Altri nascono da jam session. Ognuna di queste idee è stata declinata pensando alla parte del libro adeguata. Ad esempio il primo pezzo è stato composto da Luca ispirandosi puramente al libro.

Il tour che vi attende sarà sicuramente lungo. Nell’augurarvi in bocca al lupo ti chiedo: durante le trasferte si sono palesate tensioni tra i membri del gruppo, e se sì, in che modalità? Com’è risaputo spesso le tournée hanno anche effetti negativi sull’unione delle band, non trovi?

Nel momento in cui la vicinanza è totale, per motivi di spazio, le situazioni sono sempre abbastanza complesse. Se stai insieme dieci giorni fuori casa con altre persone avviene un po’ quello che succede nel Grande Fratello. Si vengono a creare dinamiche di confronto. Ma Calibro non nasce da un’amicizia pregressa, non ci conoscevamo se non a pezzetti. Questo è un aspetto abbastanza positivo, perché ci ha dato l’opportunità di conoscerci poi. Ci sono sicuramente dinamiche positive e negative, ma funzioniamo.

Qui sotto potete guardare il video per Giulia Mon Amour, dal nuovo album.