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Durante i suoi 35 anni di critico musicale al Los Angeles Times, Robert Hilburn ha seguito i Sex Pistols nel loro primo tour americano, Paul Simon nel suo Graceland tour nello Zimbabwe, e c’era anche quando Johnny Cash si è esibito nella prigione di Folsom, in California. L’ultimo grande obiettivo raggiunto: il nuovo libro, intitolato Johnny Cash: The Life, che verrà pubblicato il 29 ottobre.

Spin lo ha intervistato, al telefono, e ha raccontato della sua decisione di affrontare la vita di un gigante della musica e di come ci è riuscito.

Ve ne abbiamo tradotto qualche estratto: l’intervista originale potete trovarla qui.

Dato che c’è già tantissimo materiale in giro su Johnny Cash, e che presumibilmente conoscevi davvero approfonditamente la sua musica, cos’altro hai scoperto di sorprendente, mentre lavoravi alla biografia?

L’ultima volta che l’ho intervistato è stato sei mesi prima della sua morte […]. Abbiamo parlato fino a notte fonda dei rimorsi che ha avuto nella sua vita, e cose simili. Io pensavo di conoscere davvero Johnny Cash. Pensavo di dover fare davvero poca ricerca sulla sua vita. Ma non ci sono andato nemmeno vicino, a conoscerlo. Sapevo che era uno bravo, un artista scrupoloso, ma non conoscevo i suoi demoni, le sue battaglie interiori. È stata questa la cosa rivelatoria: la malattia, le droghe, e il senso di colpa per aver abbandonato moglie e figli. Così l’idea di un uomo che era di ispirazione per gli altri, che diceva sempre “Puoi farcela” ma che nella sua vita continuava a fare passi falsi – questa, è stata la mia vera scoperta per il libro. Ho scoperto che nella sua vita ha lottato, e questo ha influenzato il suo talento.

Il libro ha più di 700 pagine. Come hai deciso cosa tagliare fuori e cosa includere?

Quando ho firmato il contratto con Little, Brown si parlava di 300 pagine, che sono circa 125.000 parole. Allora dissi: “Mi sa che dovrà essere un po’ più lungo di così”. C’erano due cose che non volevo fare: striminzire la storia, ma nemmeno esagerarla inserendo elementi superflui. Così ho mantenuto una buona andatura, raccontando in 230-240 mila battute. Ma sono rimasto affascinato dalle scoperte che ho fatto. Scavando nella sua vita, vedi come i giorni difficili coincidono con quelli dove gli vengono le ispirazioni. E così ho scritto di come la sua lotta continua ha influenzato la sua resa artistica. Mi è risultato molto naturale, farlo. Ero interessato a lui sia come persona, sia come artista, ma dovevo assicurarmi di raccontare anche il suo talento.

Cash ha avuto un lungo periodo in cui la sua produzione è stata mediocre. È stato per colpa delle droghe?

C’è più di una ragione. Ha combattuto per tutta la sua esistenza, e finalmente dopo Folsom Prison e San Quentin è diventato una super star, e poi qualcosa è successo. Ha un figlio, è sempre in giro, e tutti i giorni combatte contro la sua dipendenza. Ha partecipato alle crociate di Billy Graham, vuole convertirsi alla musica gospel, e vuole ristabilire le sue priorità – e così ha perso di vista la sua produzione musicale. Ecco come è giunto il suo declino, secondo me.

Qui sotto potete guardare Johnny Cash (live) che suona un classico: A Boy Named Sue.


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