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di Stefania Ianne

La psichedelia non è di moda. La psichedelia non è morta ma, secondo la critica mondiale, non ha nulla da dire. Eppure il pubblico all’Electric Ballroom stasera accorre numeroso per ascoltare i Black Angels in una delle poche tappe europee che promuovono la loro ultima produzione musicale: Indigo Meadow. Recensito da pochissimi, l’album è stato liquidato soprattutto per mancanza di originalità e ambizione mal riposta. Il pubblico è numeroso ma la sala è piccola e i biglietti sono ancora disponibili, cosa più unica che rara a Londra.

La serata inizia all’insegna dell’anacronismo. Un “ticket tout” che ha sicuramente visto tempi migliori ci accoglie quasi all’ingresso del locale. Lo ignoriamo. All’interno, dopo aver superato il muro di security men, sul palco, ad aprire per i Black Angels ci sono già i canadesi Elephant Stone. Si auto-definiscono un gruppo di raga’n’roll e chiaramente si sentono tra le note l’ispirazione presa dal movimento psichedelico e dalla musica classica indiana. Il cantante Rishi Dhir, ricorda George Harrison nel periodo Lucy in the Sky with Diamonds. La presenza del sitar durante la performance e la voce di Nusrat Fateh Ali Khan campionata sono la logica conclusione per una band matura, ma dalle sfumature fin troppo poppeggianti.

I Black Angels arrivano sul palco alle 9.30 e suonano quasi ininterrottamente per un’ora e mezza producendo un muro sonoro che sin dalle prime note manda il pubblico in una trance beotica indotta sia dalla musica ossessiva che dalle infinite proiezioni geometriche che avviluppano il palco per tutta la durata del concerto. L’effetto è vagamente più noir rispetto alla psichedelia tradizionale, con un tocco leggermente militaristico nella sezione ritmica. Ma ogni riff, ogni effetto sonoro è reminiscente di uno spettro musicale proveniente dal passato. L’effetto è inquietante ed è amplificato dalla presenza di un pubblico che sembra provenire da un’altra era. Alti scandinavi ibernati negli anni ’70, le camicie a strisce colorate larghe e i basettoni sulle guance, le scarpe di scamoscio appuntite dall’aspetto scomodo ed effeminato allo stesso tempo.

La musica continua ossessiva. Tra gli estratti di Indigo Meadow, I Hear Colors sembra essere la più convincente nonché coinvolgente mentre, trascinate dalle molteplici chitarre di Christian Bland, la triade costituita da Telephone, Young Men Dead e Bad Vibrations scatena il pogo tra il pubblico pagante ormai trasportato in una dimensione spazio-temporale mille anni luce distante dalla realtà. La voce tormentata di Alex Maas e la musica distorta dalla pessima acustica della sala, sembrano ripetersi in un loop infinito come ad un rave party, quando suonano le 11. L’incantesimo è rotto bruscamente dal solito coprifuoco londinese, il pubblico si riversa veloce sui marciapiedi di Camden senza aspettare le note finali.


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