the death of anna karina

di Elia Alovisi

Iniziamo in un modo giornalisticamente impeccabile, con un dove/chi/quando. Lunedì sera, Milano (anzi, Segrate), circolo Magnolia. Di fronte a me, Andrea, Alessandro e Davide dei The Death of Anna Karina (rispettivamente voce, chitarra e chitarra/tastiera). È mezzanotte e mezza, e il giorno dopo si va a lavorare. Solo, loro si devono fare molti più chilometri di me. Alessandro spiega: “Io e Davide suoniamo in un altro progetto [gli Ornaments], e stiamo incastrando i concerti dei due gruppi. Questo fine settimana abbiamo suonato ma lavoriamo tutti. Quindi esci dal lavoro, carichi tutto, furgone, tre macchine… insomma, a volte suonare è tosta. Ed essendo lunedì sera, stasera era particolarmente tosta. Però lo si fa”.

La vita da tour è una delle tematiche più toccate da tutte quelle band che, in maniera più o meno corretta, ricadono sotto la definizione “emo”. O “post-hardcore”. O anche solo “hardcore”. Mettici i Raein, mettici i The World Is a Beautiful Place & I Am No Longer Afraid to Die, c’è sempre qualcosa di bello/eroico/meritevole nel sacrificare ore di sonno per andare in giro a portare le proprie canzoni. Ma i TDOAK, nei loro testi, di questo non parlano. O forse sì. Mi spiego: le parole che Andrea canta/recita/grida sul palco sono tante, complesse e impetuose. Il risultato è affascinante, ma difficile da decifrare: “I testi dello split [con i Chambers], che ho fondamentalmente steso io, sono stati pensati come una sorta di raccolta di istantanee, di sensazioni e di momenti raccolti sia durante i tour – a livello mio personale ma anche filtrandoli attraverso la nostra esperienza – sia ripensando ai due/tre anni che ho passato prima di iniziare a cantare con i TDOAK. È una specie di riassunto, una raccolta di impressioni, constatazioni o immagini tratte dal vivere quotidiano”.

I TDOAK del 2013 devono molto a Lacrima/Pantera: uscito nel 2011, con alla voce l’ex-cantante Giulio Bursi, quel disco aveva segnato il passaggio (o ritorno – ne parliamo dopo) all’italiano. Anche la musica si era fatta meno aggressiva, era spuntata fuori una tastiera, i testi spaziavano su registri alti e passionali. Parole sconquassate scritte in maiuscolo (due esempi? “CRUDO PASSA CHIODI INCHIODATA LA SCHIENA”, “IL TUO STOMACO NUDO RIVOLTO ALLA LAMA”), parole ingombranti; parole che Andrea sembra riuscire ad interpretare dal vivo come se fossero sue. “I testi di Giulio sono molto impegnativi, sia mentalmente che fisicamente. Una cosa che mi ha sicuramente aiutato tanto, e che ho sempre detto ai ragazzi, è che i suoi testi hanno seguito l’andamento del mio essere quotidiano negli anni precedenti al mio ingresso nella band. Mi ci sono rispecchiato tantissimo”.

Sembra comunque che ci sia una certa ricerca dietro quello che scrivete, quasi un gusto per l’allitterazione. Cose come “Il pensiero tutto inganna e se non flette fende”, o “Essere in guerra con la terra intera”.

Davide: “C’è stata una ricerca dietro, volevamo fare una cosa più in rima, serrata. Modellare un italiano più sonoro, con un’armatura forte”.
Andrea: “Un italiano più dinamico, fondamentalmente. Per i testi di Lacrima/Pantera Giulio ha fatto una ricerca molto severa sull’uso delle parole”.
Alessandro: “L’italiano offre delle possibilità incredibili – ovvio che è molto più complicato”.
Andrea: “Però, come dice Emidio Clementi [dei Massimo Volume], in realtà le parole in italiano sono molto morbide e malleabili. Anche se non sembra”.

Sapete che volevo tirarvi fuori proprio Emidio Clementi come esempio di stile affine al vostro? Per la capacità di tirare fuori immagine suggestive e disegnare situazioni narrative. Ci vedo anche un po’ di Giovanni Lindo Ferretti.

Davide: “Il nostro batterista è un grande fan di Ferretti, un personaggio sicuramente controverso. Emidio è uno scrittore che ha portato la sua urgenza autobiografica nella musica. La cosa più bella, come spiega in quel romanzo bellissimo che è L’ultimo dio – scritto in un momento di distacco dai Massimo Volume – è che lui non sapeva cantare. Si è approcciato allo stile del cantato non da cantante, è stata questa la sua originalità”.

Tornare all’italiano ai tempi di Lacrima/Pantera è stata una scelta facile?

Davide: “La radice di quella scelta risale a quando ci chiamavamo Inedia e facevamo hardcore in italiano. L’inglese consentiva un maggiore distacco emotivo a Giulio. È un espediente che consente al cantante di astrarsi, di entrare in una dimensione diversa. L’italiano è un vincolo comunicativo, ci devi mettere la faccia, avvicinarti. Con Lacrima/Pantera ci sentivamo di fare il percorso inverso, tornare indietro”.

È come se ci fossero due approcci principali al cantato in italiano: uno più descrittivo e “concreto”, alla Gazebo Penguins o alla Fine Before You Came, e uno più – se vogliamo – aulico e complesso come il vostro, o quello dei Raein e dei La Quiete.

Alessandro: “È un approccio comunicativo differente. Loro suonano più per cantare con il pubblico e creare un momento di condivisione. Noi facciamo concerti su tempistiche differenti. Diamo un’idea che magari non arriva immediatamente, ma solo dopo l’ascolto di un disco. Sono convinto che possa nascere un amore per una band non solo nel momento in cui la si vede dal vivo, ma anche quando la ascolti nella tua intimità”.

In Lacrima/Pantera, parti dei testi erano prese tali e quali dalle opere di scrittori come Camus, Beckett e Brecht. Quali sono i vostri riferimenti letterari attuali?

Davide: “Lacrima/Pantera è ispirato a un cotè di letteratura situazionista – VanegeimDebord – ma personalmente, nel trovare un’ispirazione per i nuovi testi, guarderei a un altro tipo di letteratura. Sono un grande appassionato di Cormac McCarthy. Ma anche di Philip K. Dick, che apparentemente è molto noto ma in realtà è stato scoperto dalla lingua italiana solo negli ultimi anni”.
Zanna: “La trilogia di McCarthy è consigliabile a chiunque. C’è dietro uno studio notevole, lui è sostanzialmente uno storico. Crea delle situazioni assolutamente lampanti, ma che ti restano dentro in modo molto forte”.

Nonostante la serietà che traspare dal vostro approccio sul palco e dai vostri testi, avete momenti di distensione musicale? Quelli in cui ti ascolti una cazzata e sei felice di farlo?

Davide: “L’Emilia-Romagna ha una grande tradizione di gruppi goliardici, tipo la Paolino Paperino Band. Erano gruppi rock eclettici, ottimi musicisti che bene o male erano molto apprezzati e fanno parte del nostro background. È musica come totale svago”.
Alessandro: “Abbiamo un fonico che è una fonte di cazzate inestimabile, e c’è sempre il momento ritorno in furgone. Di base ti dovremmo rispondere di no, poi è ovvio che ognuno ha i suoi momenti-minchiata. Siamo tanto seri nella musica quanto cazzoni come amici, sennò cacchio, la fossa (ride)”.
Andrea: “Io cerco di ascoltare musica che mi rilassi, che faccia atmosfera e mi porti un po’ via, mi aiuti a non pensare. Cose molto soft come jazz o musica classica”.

Tornando al discorso-scena: com’è cambiata negli ultimi anni la situazione per le band che conoscete e con cui condividete i palchi da più tempo?

Alessandro: “In Emilia abbiamo visto molto crescere i gruppi dei nostri amici. Nella nostra sala provano cinque/sei gruppi che girano tutti per l’Italia. Band che sono sempre in furgone, tra cui i Gazebo Penguins e i Valerian Swing. Anni fa non era così, eravamo noi quelli che espatriavano. La cosa sta prendendo piede”.

Esattamente, e in maniera opposta è come se le “nuove” band italiane dal pubblico più largo si fossero bloccate. Metti gli Zen Circus e Il Teatro degli Orrori, che avevano – secondo me – raggiunto un apice attorno al 2010/11.

Davide: “Sì, sono un po’ in parabola discendente. Quelle band hanno puntato moltissimo su un aspetto di produzione musicale che sui lunghi termini si sta rivelando un po’ deleterio, un’arma a doppio taglio. Un boomerang che ti ritorna in faccia. Penso sia giusto che si rinormalizzi un po’ la situazione. Guardi un concerto dei Gazebo, te li trovi davanti che suonano e sono genuini. Non c’è una confezione intorno. Di là c’è tanto marketing, c’è tanto pompaggio, c’è il video fatto in un certo modo. È un giochino che si sta sgretolando rapidamente”.
Alessandro: “Secondo me i Gazebo, come anche i Fine Before You Came, fanno un discorso molto sincero, anche assieme a Pentagon Booking [la loro agenzia]. Non vanno al locale a chiedere 15.000 euro sapendo di fare 200 paganti – fare così vuol dire infossare i locali, vuol dire impedirgli di avere soldi per fare la data dopo. Fanno un discorso proporzionale: portiamo 200 persone, e se mettiamo un tot di biglietto è giusto prendere questa cifra qua. Non chiedono cifre astronomiche perché si muovono con le persone giuste, non si portano dietro dieci persone. Quindi i locali sono contenti di avere un concerto così piuttosto che proporre un gruppo super pompato – che però gli ha chiesto una cifra totalmente al di fuori di quello che possono permettersi a livello di risposta di pubblico. Così i locali rimangono vivi, e i gruppi suonano. È un discorso sincero, onesto”.
Davide: “Il mood-Tempesta si è un po’ appoggiato su gruppi che fanno proprio un divismo che pesca da tutta quella storia discografica italiana di megagruppi rock, dinosauri morenti come Marlene Kuntz o Afterhours. In questo momento di problematiche oggettive, in cui una persona non sfodera facilmente quindici, venti euro per andare a un concerto, stiamo un po’ mostrando la corda”.
Alessandro: “Non abbiamo milioni di abitanti e le band non possono muovere tanta gente e fare tanti soldi. È una cosa destinata per forza a fare dei gran buchi in giro per l’Italia. Ci sono locali che chiudono perché chiamano Morgan, e finisce che lui gli chiede 16.000 euro e fa 20 paganti. E loro devono pagarglieli”.
Davide: “Storia vera, ce lo raccontava un locale in cui abbiamo suonato – e ora ha chiuso”.

Riuscite a dirmi qualcosa sul vostro prossimo disco? A che punto siete con la scrittura?

Davide: “Siamo ancora un po’ su un terreno accidentato. Non per mantenere una cortina di riservatezza, ma siamo in quella fase in cui stiamo cercando di capire che impronta dare al nostro prossimo percorso musicale. Stiamo valutando varie opzioni: cambiare accordatura, togliere le tastiere, cambiare strumentazione. Siamo un po’ in alto mare, stiamo cercando di trovare una costellazione-guida all’orizzonte”.
Andrea: “E di mettere le ordine le idee. Anche perché se ci fai caso, ci sono tre dischi dei TDOAK – e sono uno diverso dall’altro. Anche se con lo split abbiamo mantenuto più o meno una linea che si stava già evolvendo in una certa direzione”.
Alessandro: “Nel frattempo, tra terremoto e IMU, siamo rimasti senza sala prove. Abbiamo fatto svariati mesi senza, stiamo ricominciando a provare adesso. Abbiamo buttato giù le prime idee, ci stiamo settando un attimo. È ancora tutto molto primordiale”.