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Ernesto Assante, ovvero del lato interessante della vicenda

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Ernesto Assante
Ernesto Assante giornalista e critico musicale
(Credit: Dino Ignani)

Andrea Prevignano ricorda Ernesto Assante, il giornalista e critico musicale scomparso improvvisamente a 66 anni

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di Andrea Prevignano

“Sarai un bravo giornalista musicale quando in una cartella e mezza riuscirai a spiegare a tua madre chi sono gli Swans”. Sintesi, chiarezza, divulgazione come coordinate. Non c’è argomento apparentemente banale, pop, mainstream che non possa essere trattato con serietà, competenza, dovizia di dati e profondità analitica; e al tempo stesso non c’è elucubrazione o tortuosità che non possa essere rischiarata anche ai più digiuni in materia. Questo era ciò di cui era saldamente convinto Ernesto Assante, giornalista, professore, divulgatore, entusiasta della musica.

Quando lo conobbi a Roma nel 1995 in una scuola di giornalismo popolata da molti professionisti del quotidiano la Repubblica (dove mi volle come studente sulla scorta di materiale che avevo inviato senza alcuna convinzione al giornale), io arrivavo dagli ambienti delle riviste specializzate, avevo da poco iniziato la mia collaborazione con Rumore e suonavo in una band hc noise di belle e pochissime speranze. Avevo la tetragona certezza di frequentare la musica giusta, con quella tipica prosopopea dei venti e dei trent’anni, quando nell’esclusività e nei recinti musicali ci si rinchiude e ci si trova a proprio agio, al riparo dalla volgarità e dal lessico modesto della musica di consumo. Al riparo ma pur sempre in guerra, com’è frequente a quell’età, posizionati in nicchie musicali rigidissime, guardando in cagnesco pure i propri simili. Lavorando per lui nei quattro anni successivi come editor per diverse sue pubblicazioni e poi online ho imparato a evitare le piccinerie e le meschinità rancorose di certa critica musicale gruppettista. Lezione numero uno.

Ernesto guardava con curiosità divertita ai settarismi. Innanzitutto perché li aveva vissuti una quindicina di anni prima della mia generazione. E in secondo luogo perché fare un giornale e venderlo è decisamente un altro paio di maniche rispetto all’oziosa attività dell’incattivito recensore da fanzine e da web. Arrivava dal Manifesto e approdò nel 1979, ventunenne, a la Repubblica, quando la pagina degli spettacoli non contemplava rock e pop. E con Gino Castaldo si inventarono un mestiere che prima non esisteva.

Era bulimico in fatto di musica: fu tra coloro che videro Terry Riley e LaMonte Young intrecciare i loro droni a Roma nel 1977; era a Londra a vedere i Clash nell’inverno del 1980 e qualche mese dopo, nel luglio dello stesso anno, era a Bologna alla IV Settimana Internazionale della Performance, quando si esibirono Lydia Lunch con gli 8-Eyed Spy, i Confusional Quartet e Rhys Chatham: ancora ne conservava il biglietto. Aveva una collezione musicale sterminata divisa tra il suo ufficio al giornale e casa sua, dove potevi trovare i dischi del Cantacronache a fianco di oscure compilation new wave italiane. E naturalmente i suoi adorati Who. Ma se il giornale gli chiedeva di scrivere di discomusic o di Sanremo non si tirava di certo indietro. Lezione numero due.

La curiosità se lo mangiava vivo. Era una sorta di juke box umano, ricordava hit minori del pop inglese, e citava a memoria interi passi di improbabili canzoni da Festival sconosciute ai più. Era interessato ai fenomeni sociologici che avevano generato la musica giovanile di consumo nei primi anni Cinquanta e ancora più indietro alle radici del blues. Su Musica, il settimanale che inventò nel 1995 con Castaldo e Bob Campagnano, catturò lo spirito di quegli anni Novanta rumorosi e fertili e lo restituì all’utenza adulta del quotidiano. Perché questo voleva fare Ernesto: conquistare con una narrazione netta e accattivante i lettori in velluto a coste che prima avrebbero saltato a pie’ pari un articolo sui Soundgarden e la Sub Pop.

Ricordo di averlo visto al Costanzo Show ragionare sui Ricchi e Poveri contestualizzandoli nel periodo storico del riflusso con la stessa convinzione e serietà con cui avrebbe potuto parlare di “reaganomics” e disarmo nucleare. C’era sempre un lato interessante della vicenda, sembrava suggerire Ernesto, anche nelle storie più banali. Lezione numero tre.

Se la musica era il suo demone, la tecnologia era la sua ossessione: ideò nel 1987 McLink, la prima agenzia telematica di contenuto musicale, e dieci anni dopo concepì e realizzò repubblica.it con Vittorio Zambardino e Gualtiero Peirce, e diresse Kataweb. Credette fortemente nella smaterializzazione della musica combattendo una battaglia contro il conservatorismo delle case discografiche. Non c’era device che non conoscesse a menadito: dalla telefonia mobile all’intelligenza artificiale si estendeva il suo campo d’azione.

Ho lavorato con lui a stretto contatto tra il 1999 e il 2003 a Kataweb, il portale multimediale dell’allora Gruppo Espresso, che ebbe notevole successo negli anni della massima espansione della bolla di Internet prima di sfiorire come molte realtà dell’epoca. In cinque, insieme ad Alba Solaro che arrivava da l’Unità, cucinavamo un giornale musicale che aggiornava completamente la sua homepage almeno tre volte al giorno: moltissimo ai tempi di quei terribili ed estenuanti sistemi editoriali e di quelle connessioni che saltavano come impianti casalinghi in sovraccarico.

Ernesto era uno schiacciasassi come capo, a volte tremendamente ingiusto, spesso severissimo, un pazzo workaholic che pretendeva ritmi antisindacali, semplicemente perché quello era il suo modo di lavorare, e quindi per quale motivo non sarebbe dovuto essere pure il nostro. Per lui era importante individuare la notizia giusta, quella di maggior peso, quella che avrebbe segnato la giornata, ancora prima della bella scrittura. Non “bucare” mai. Lezione numero quattro.

Per finire. Mi permetto una piccola digressione assai personale, di quelle che a lui, che si atteneva sempre a una rigorosa oggettività, forse non sarebbe piaciuta. Quando le cose della vita mi hanno portato altrove a fare altro, per diversi anni è diventato solo una voce al telefono. Ma quella voce mi ha salvato la vita in alcune occasioni decisive, offrendomi buone chance da sfruttare. Perché quando le cose si complicavano e mi trovavo davanti a qualche snodo esistenziale o professionale, era a lui che chiedevo. “Previ, è sotto gli occhi di tutti che non mi vuoi più bene” era il suo refrain scherzoso al quale scherzosamente rispondevo con un’impettita conferma del suo sospetto. Gli ho voluto davvero molto bene, invece. Molto più di quanto lui abbia mai immaginato, molto più di quanto gli abbia mai detto.