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Di Andrea Valentini

Il nuovo album dei Foo Fighters è uscito da pochi giorni. Il loro leader e fondatore ha raccontato alla stampa l’essenza della band e la genesi del disco

Martedì 9 febbraio: da noi sono le 21 spaccate. Per Dave Grohl è mattina, probabilmente ha fatto colazione da poco e si appresta a iniziare la giornata. Si presenta alla roundtable via Zoom con il suo tipico fare informale, un maglioncino scuro girocollo, capelli sciolti e occhiali. Sorridente e gioviale come sempre, è lì per rispondere alle domande e alle curiosità della stampa italiana, a pochi giorni dall’arrivo sul mercato di Medicine At Midnight – uscito venerdì 5 febbraio in tutto il mondo. Ecco cosa ci ha raccontato…

La genesi di Medicine At Midnight

“Abbiamo iniziato a scrivere il disco 2 anni fa: sapevamo che il 2020 sarebbe stato un anno importantissimo perché avrebbe segnato il 25° anniversario dei Foo Fighters e inoltre avremmo pubblicato il nostro 10° album. Quindi volevamo celebrare queste occasioni speciali e avevamo già pianificato 2 anni di tour per girare il mondo facendo concerti su concerti, proprio per festeggiare questo momento della nostra carriera. E invece di fare un album tranquillo, quasi ‘da pensionamento’, ci eravamo detti: ‘No, fanculo, facciamo un disco festaiolo, pieno di groove che faccia ballare chi lo ascolta’. Dunque abbiamo scritto l’album pensando a questo tipo di scenario. Finito di incidere il disco, a gennaio del 2020, eravamo pronti a partire… e invece tutto si è fermato all’improvviso per la pandemia. Abbiamo atteso, cercando di capire quale potesse essere il momento giusto per farlo uscire, ma in realtà abbiamo capito che non c’era un momento del genere… e ci siamo resi conto che avevamo scritto questi pezzi non solo per salire su un palco, ma anche per farli sentire alle persone, perché questo disco divenisse parte delle loro vite. Per cui ci siamo detti: Via, facciamo uscire Medicine At Midnight!”

La copertina

“Il disco ha di sicuro un lato più leggero, se vogliamo, rispetto ad altre nostre produzioni. Ci sono momenti più pesanti ed emotivi, ma c’è tanta leggerezza e quindi volevo che la copertina del disco fosse colorata perché, in effetti, è un album più colorato e vivace di altre nostre cose. Quell’occhio nell’artwork viene dal video di Shame Shame che abbiamo girato con la regista Paola Kudacki – che, in realtà, è una fotografa di moda. Nel video c’è Sofia Boutella, che è famosa soprattutto come ballerina… lei ha degli occhi bellissimi, quindi abbiamo catturato un frame con un suo occhio perché era un’immagine molto potente – che chiaramente è poi stata elaborata per la copertina: ci sembrava fosse perfetta per questo disco” 

Il titolo

“Nel titolo dell’album di sono due elementi: ‘medicine’ è qualcosa che ti guarisce e ‘midnight’ indica l’urgenza. L’idea era: ‘C’è bisogno di qualcosa che ci guarisca velocemente’, ed è la musica, il rock”. 

L’incubo di Shame Shame

“Con questo disco volevamo tentare di battere strade che non avevamo mai percorso prima. Il primo pezzo che abbiamo inciso, che è Making a Fire (ed è anche il primo in tracklist), ci ha fatto subito dire: ‘Bene, è qualcosa di diverso dal solito per noi, continuiamo così’. Però poi invece ci sono usciti fuori dei brani che erano davvero molto in stile FF classico e così li abbiamo scartati, perché l’idea era proprio di accantonare le cose troppo simili a quanto fatto in passato. Shame Shame nasce da un beat di batteria a cui poi si è aggiunto uno schioccare di dita… quella canzone ci è uscita fuori di getto in un giorno solo: ci siamo resi conto che era diversa da tutto il nostro repertorio. Quando – dopo 25 anni – ti capita di scrivere un pezzo che non c’entra nulla con quello che hai fatto prima, provi anche un senso di speranza e pensi: ‘Funziona ancora, possiamo ancora stupirci e fare cose nuove’. Questo ci ha dato la motivazione per spingere ancora di più in quella direzione… volevamo sorprendere in primo luogo noi stessi, ma anche gli altri. Sono conscio del fatto che Shame Shame non è un pezzo molto rappresentativo del resto del disco, come mood, però sorprende, parla di una forte sensazione di vergogna e ha a che fare con un incubo che ho avuto all’età di 13-14 anni. Ero ai piedi di una collina sulla quale c’era una bara in fiamme: cercavo di aprirla, ma non riuscivo perché scottava per via del fuoco che la avvolgeva. Io faccio da sempre sogni molto vividi e li ricordo perfettamente, anche dopo tanto tempo… fra l’altro ho sempre pensato di avere avuto un’infanzia felice e non mi spiego il motivo di questi incubi! Ad ogni modo, a me piace offrire alle persone più spunti per farsi domande che non certezze e affermazioni – anche se in pezzi come Pretender e Learn To Fly l’ho fatto. Creare domande e interrogativi è importante, perché altrimenti si giunge a un punto morto”.

Ma quale droga…

Chasing Birds e Holding Poison non parlano di droga, no: lo giuro (ride). Quello non è affatto un argomento che m’interessa. Holding Poison parla di trattenere la rabbia… ecco, non so se è davvero così, ma forse la rabbia potrebbe essere considerata una droga… poi, ovviamente, ogni persona nei testi legge qualcosa di diverso. Nel caso di Chasing Birds, il fatto è che mia figlia lo scorso anno ha portato a casa un uccellino e ora ho un cavolo di uccello per casa (ride)… nel pezzo ci sono alcuni giochi di parole tipo ‘chasing birds to get high, I’m never coming down’, ma assolutamente non c’è alcun riferimento voluto alle droghe”

Voglia di live

“Ricordo la prima volta che ho fatto un live su Internet e non è che fossi proprio entusiasta della faccenda. Pensavo: ‘Questa roba è proprio sbagliata’. Il live è un momento di condivisione e l’idea di suonare in una stanza senza nessuno a parte i roadie – che comunque ci odiano – non mi sembrava una gran cosa, soprattutto perché è importante l’interazione con il pubblico. Invece alla fine mi è piaciuta come esperienza, perché credo che la cosa più importante sia arrivare al pubblico e creare comunque una connessione… è chiaro che preferisco esibirmi nei palazzetti o negli stadi, però in un momento come questo è importante dare al pubblico un momento di evasione, felicità, gioia, sollievo: alla fine non importa come lo si fa. Sicuramente è nella natura umana il fatto di volerci trovare e creare un legame, perché non vogliamo sentirci soli. Stiamo lavorando per tornare a quel momento e credo che ogni giorno siamo più vicini al poter tornare a esibirci insieme in pubblico… e io chiaramente sarà lì per primo a farlo, perché suonare dal vivo è l’amore della mia vita”.

Rock is… dead?

“Sono almeno 10 anni che mi chiedono sempre: ‘Ma il rock è morto?. Be’ nel mio mondo, per quella che è la mia esperienza, il rock non è assolutamente morto. Quando sono sul palco e davanti a me ci sono 100.000 persone che cantano My Hero vedo che non è morto per nulla. Secondo me uno degli esempi più interessanti, in questo senso, è forse Billie Eilish, non tanto per via del suono e del genere di musica che fa, però lei ha avuto successo per un motivo quasi culturale, perché è legata a un movimento che parte dai giovani ed è riuscita a creare una connessione con milioni di persone che si sono ritrovate in ciò che lei diceva… anche il rock possiede questo elemento. Penso anche a Miley Cyrus con la chitarra elettrica insieme a Joan Jett – incredibile. Poi guardo il SNL in televisione e vedo Phoebe Bridgers che fa a pezzi una chitarra e mi dico: ‘Ma il rock è davvero morto o è come uno zombie che esce dalla tomba e cerca di riconquistare il mondo?’. Ho tre figlie e vedo che loro apprezzano la musica del passato – Beatles, Sly & The Family Stone, Etta James… – però guardano anche al futuro. Quindi io dico che il rock non è assolutamente morto, ma piuttosto in continua evoluzione e cambiamento”. 

Portavoce? No grazie 

“Mio padre era un giornalista, poi è diventato speech writer, scriveva i discorsi per gli uomini politici repubblicani. Quindi io mai e poi mai vorrei essere attivo a livello politico, proprio perché mi voglio in qualche modo ribellare a mio padre. E non mi sento in alcun modo un portavoce per quegli americani che desiderano un Paese in grado di superare le divisioni. Noi abbiamo delle canzoni che di sicuro mirano a unire le persone, con temi molto generali, in cui esprimo delle idee mie – ma che sono ampiamente condivise e condivisibili. Faccio un esempio: quando siamo stati invitati a suonare Times Like These alla cerimonia di insediamento del presidente Joe Biden, ci è stato chiesto di fare quel pezzo per ciò che rappresenta per gli altri… ma io l’ho scritto 18 anni fa parlando di un’esperienza personale: mi trovavo a un bivio, avevo necessità di ripartire, rinascere. Sono tutti temi che possono anche adattarsi a una situazione politica, però. Quando facciamo quella canzone davanti al pubblico, le persone la cantano tutte insieme e con noi, ma per motivi diversi: però quello sì che è un momento di unione e superamento delle divisioni”.

L’essenza dei Foo Fighters

“Ci sono cose che prendiamo molto sul serio come fare un disco, scrivere i pezzi… però, per il resto, affrontiamo tutto con una certa leggerezza. Ci riteniamo molto fortunati a essere qui dove siamo arrivati, ma siamo una band tutto sommato semplice, siamo molto legati a livello personale e viviamo in una specie di bolla tutta nostra. Siamo anche fedeli a noi stessi… in passato abbiamo cercato di darci un sound e un look diversi da quelli tipici dei Foo Fighters, ma ogni volta che abbiamo provato a essere qualcosa di diverso da noi stessi non ha funzionato. Abbiamo impiegato 25 anni a rendercene conto, ma abbiamo capito che noi siamo così e vogliamo continuare a essere così; abbiamo 6 personalità diverse che quando si riuniscono, ognuna con il proprio strumento, danno vita alla nostra musica. I FF sono proprio questo. Io personalmente non mi sento diverso da quando avevo 21 anni… a parte quando mi sono rotto la gamba e non ho potuto camminare per un anno… però per il resto mi sento sempre la stessa persona di allora: e forse questo è il problema! (ride)”.  

Now and then

“Non c’è differenza fra il fare musica oggi e negli anni ‘80, quando non ero famoso. Perché quando proviamo coi FF lo facciamo in una stanzetta, tutti vicini, insieme – è la stessa cosa di quando suonavo con gli Scream. Ovviamente è fuori dalla sala prove che la situazione e il contesto sono molto diversi”.


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