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di Giona A. Nazzaro

Una galassia in perenne espansione. Ennio Morricone è l’alpha e omega della musica da film. Un modernista e avanguardista che ha scritto pagine memorabili della musica pop italiana, inventato arrangiamenti diventati istantaneamente storia e canone, introdotto elementi della musica contemporanea più avanzata nel cuore del cinema popolare, continuando instancabilmente a cercare, inventare, creare, comporre. Perennemente insoddisfatto, feroce critico e autocritico, compulsivo e iper prolifico senza mai avere scritto una nota che fosse una derivativa o improntata al mestiere.

Tale è il lascito, enorme, inconcepibile nella vastità impressionante della sua produzione, che lo sguardo e il pensiero faticano a cogliere i margini della sua monumentale produzione.

Anche nella sua produzione apparentemente più nota, le composizioni per i western dell’amico fraterno Sergio Leone, al di là dei frammenti universalmente noti, continuano a rivelare aspetti sempre nuovi, sorprendenti, inattesi.

Brusco, addirittura aspro stando ad alcune testimonianze, spietato nei confronti degli improvvisati e brutale se l’occasione lo richiedeva, Morricone è rimasto tutta la vita aggrappato a una romanità autoironica che gli permetteva di tenere a distanza adulatori e adoratori.

Morricone ha sempre sofferto l’approssimazione con la quale era considerata la musica da film, che per lui è sempre stato musica e basta. Ha sempre combattuto contro le semplificazioni che lo ritraevano come un musicista “western”. Ed è per questa ragione che si trovava a disagio con gli omaggi. Che provenissero da John Zorn, senz’altro il più consapevole riguardo alla collocazione morriconiana nell’alveo della musica contemporanea, dai Metallica o dai Ramones. Umilmente alla ricerca di una conferma in merito alla sua posizione di compositore, sempre alla ricerca di interlocutori in grado di pensare e discutere la musica come fatto creativo e intellettuale, Morricone è probabilmente una delle personalità musicali più imprendibili del ventesimo secolo assieme a Duke Ellington, Anthony Braxton, Miles Davis e pochissimi altri.

La storia del cinema italiano è riflessa nella sua musica. E persino film assolutamente trascurabili, o comunque minori, oggi resistono nella memoria e nell’immaginario collettivo grazie all’apporto delle sue composizioni.

L’ascolto dei suoi lavori integrali, e non sezionati a vantaggio unico del tema portante di un film, rivelano universi di una vastità indicibile. E rivelano in Morricone un ascoltatore onnivoro e onnisciente, critico e creativo, in grado di cogliere il nuovo ma anche e soprattutto di saperlo anticipare, inventare.

Attraversando la sua discografia s’incrociano reinvenzioni della scuola di Darmstadt, musica concreta, sinfonica ed elettronica. Con il rumorismo e i collage sonori il maestro ha creato alcune delle sue pagine più visionarie di sempre. Il lavoro con il Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza, nel quale affianca innovatori del calibro di Franco Evangelisti, Egisto Macchi e Roland Kayn (fra gli altri), evidenzia la sua disponibilità a fare squadra e a mettersi in gioco, creando alcune delle pagine più entusiasmanti ed avanzate non della musica italiana ma mondiale.

Probabilmente solo un musicologo saprebbe cogliere nel dettaglio la ricchezza sconcertante di un’opera la cui vastità è solo dichiarata ma raramente è stata percorsa e studiata con il rispetto dovuto.

Ennio Morricone è una galassia in perenne espansione e movimento. E non esiste un solo Morricone, ma infiniti. Eppure con il genio che solo gli innovatori autentici possono vantare, il maestro è diventato un aggettivo, un suono, un’idea, un mondo. Un intero sistema estetico e poetico e creativo. Che nessun elogio o apprezzamento potrà mai compiutamente racchiudere.

Uno, dieci, centomila. Ennio Morricone è Ennio Morricone.


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