di Mario Ruggeri

E così, Ordinary Man di Ozzy Osbourne da quasi leggenda diventa realtà. A dieci anni di distanza dall’ultima opera integralmente inedita e ufficiale Scream, il mondo del rock accoglie nuovamente l’ultimo sopravvissuto della storica generazione dei suoi figli maledetti. Bentornato Madman. Ma la notizia non è questa. E non lo è neppure l’incredibile decisione di affidare a Post Malone la produzione del disco. Né alla partecipazione di Sir Elton John. Né alla scelta di avere Chad Smith come spina dorsale ritmica di un disco sostanzialmente molto buono. Di musica, del disco, ne parleremo prossimamente su Rumore. No: la notizia è che Ozzy ha scelto di parlare attraverso il suo disco, di confessarsi o forse d’iniziare a tirare le somme della propria esistenza. Lo si capisce chiaramente dalla chiusura dei credit del disco, una dichiarazione d’amore genuina, trasparente, quasi commovente ai propri fans. Ma che è l’inizio di un percorso che in Ordinary Man attraversa quasi tutte le canzoni. I testi di Ozzy oggi parlano di Ozzy. Di un Ozzy invecchiato, affaticato, stanco, innamorato della vita al punto di aver avuto paura della morte. Lui che ha trascorso la sua esistenza a raccontare i meandri dell’occulto. Il 2019, lo sappiamo, è stato per Ozzy l’anno più brutto della sua esistenza recente. Il momento in cui ha dovuto arrendersi all’evidenza di una possibile fine. Polmoniti, infezioni del sangue, un incidente domestico cui sono seguiti tre interventi chirurgici e mesi di totale immobilità. Mesi in cui, racconta Ozzy, immobile nel suo corpo, logorato dai dolori, si è chiuso nei suoi pensieri e ha riletto la sua vita. Ne è uscito con forza, con voglia, con coraggio e proprio il coraggio lo ha portato a registrare un album in quattro settimane e a scrivere messaggi chiari e indelebili. Dicevamo: i testi di Ordinary Man sono la confessione aperta di Ozzy. Perché si parla di paure, di dolore, di una fine che esiste e che toccherà anche lui. “… i miei tanti amici sono di là ad attendermi…” scrive. Pensando forse all’eterno amico Lemmy e ai tanti musicisti che “…on the other side…” sanno che lo rincontreranno. Ma è proprio il libro aperto di Ordinary Man a colpire per delicatezza, sincerità e compassione. Il re del metal dice che “…ero impreparato per la fama e tutti conoscevano il mio nome. Ho viaggiato così tanto, ho visto lacrime e sorrisi, ma ricordatevi che l’ho fatto solo per voi. Non dimenticatemi quando i colori svaniranno, perché quando le luci si abbasseranno, ci sarà solo un palco vuoto”. E ancora “…la verità è che non voglio morire come un uomo qualunque. Non so perché io sia ancora vivo… ricordatevi solo che sono ancora qui per voi”. Impressionante. L’uomo della follia Heavy Metal svela tutta la sua fragilità. Lo fa pubblicamente. Come se sentisse che, a 71 anni e così minato nella salute, questa potrebbe essere l’ultima occasione per farlo. Per dire grazie a tutti e spiegare 50 anni di carriera appesantita e mitizzata dal grande peso degli eccessi. Come se Ozzy Osbourne in qualche modo si stesse preparando e volesse preparare tutti noi a un addio che non ha una data, ma ha una scadenza. Che non ha una previsione ma ha una visione. E lo fa, come d’altronde ha sempre fatto nel bene e nel male, mettendo a nudo il suo cuore. Una prova di grande forza umana e di sublimazione del concetto di artista, ovvero l’uomo che spende se stesso attraverso l’arte, per dare agli altri spesso ciò che non riesce a dare a se stesso. E in questo, il cuore di Ordinary Man ricorda molto da vicino quello di Why Me, Lord? di Johnny Cash. Anime erranti in cerca di pace. Prima che la pace arrivi. Vogliamo, pretendiamo che Ozzy Osbourne rimanga con noi per sempre, ma sappiamo che non sarà così. Ma prima di quel tempo, oggi sappiamo che Ozzy ci ha voluto parlare. Ci ha scritto qualcosa che resterà. Ha parlato a ogni singolo fan, come un amico fa a un amico. E già questo fa di Ordinary Man un disco straordinario. Fuori dall’ordinario. Proprio come suo padre: Ozzy Osbourne.