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“Amico, stronzo, angelo, mutante”, il cantautore Vic Chesnutt “è arrivato e ha fatto in modo che le persone disgustose e disturbate ci sembrassero … non so, più belle, credo”. Kristin Hersh, che è stata in tour con Chesnutt per quasi un decennio, diventandone amica grazie all’amore per le canzoni e alla reciproca lotta contro i problemi di salute mentale, rende omaggio con questo libro a quello che è considerato uno dei più grandi cantautori della storia – nel 2006, NPR lo ha inserito nella top five dei dieci più grandi songwriter viventi, insieme a Bob Dylan, Tom Waits, Paul McCartney e Bruce Springsteen. In Non fare stronzate, non morire, l’autrice descrive i tanti (apparentemente) piccoli momenti che hanno condiviso, le chiacchierate in libertà, e la sua tragica morte. Più memoir che biografia, questo libro, scritto in seconda persona rivolgendosi direttamente al suo amico, esplora le origini del dolore e della creatività di Chesnutt, scavando più a fondo di quanto avrebbe mai potuto fare un resoconto convenzionale della vita e dell’opera dell’artista.

Il libro esce il 5 dicembre per Jimenez Edizioni con la traduzione di Alessandro Besselva Averame, e qui sotto potete leggerne un estratto in anteprima:

“La prima volta che ti vidi suonare, vidi delle ali bianche come la
neve aprirsi dietro la tua carrozzina, sporgendo dal tuo plaid da
boscaiolo. Sembravi un ragazzino di sei anni che si era trasformato
in un novantenne e poi era tornato bambino. Quella roba dell’astronave,
insomma. Il suono che tutto ciò produceva era… direi
“perfetto”, solo perché tu non sei qui a sentirmelo dire. Anche
perché nella stessa canzone suonavi il basso, la solista e la ritmica,
con due sole dita. Cosa che non ho mai sentito fare da nessun altro,
né prima né dopo.
E la poesia, poi. Non sono neppure il tipo di persona che usa la
parola poesia, ma direi che la tua poesia “scendeva a cascata”, perché
ti sarebbe piaciuto sentirmi usare questa espressione. Dio,
rabbrividisco anche solo a scriverlo. Ma, sono sincera, era qualcosa
di veramente notevole. Il modo in cui scendeva giù.
Tu, sgualcito, dentro a vestiti sgualciti, che suoni canzoni sgualcite,
come se le avessi prese in un angolo della tua stanza e le avessi
infilate in valigia prima di partire per un tour. Che poi sostanzialmente
era proprio quello che facevi. Perché io e Billy riuscivamo
a sentirci a casa tua in quelle canzoni, anche se non ci
eravamo ancora stati. Riuscivamo a sentirci i tuoi amati e odiati libri:
i tascabili che i tuoi amici boscaioli tossici ti facevano leggere
solo per sentire le tue lagne su finzioni e sicurezze infondate. E
quelle copertine vecchissime, consunte, sulle quali imbastivi lunghi
discorsi: la loro capacità di comprendere l’indecenza e la forza
d’animo, la nostra universale fragilità e la nostra natura di esseri
sensibili alla perdita dell’amore, al tempo atmosferico e alle convenzioni
sociali. Le quali, miracolosamente, nonostante tutto, in
qualche modo riuscivano ancora ad afferrarti per il collo. Vecchio
quando eravamo giovani, sei rimasto al di fuori del tempo per tutti
gli anni in cui sei stato con noi.
In quelle canzoni riuscivamo a sentirci i tuoi pedali crepitanti e
fuori controllo, con le batterie scariche. Una situazione, quella, che
tu consideravi senza speranza, ecco perché li avevi buttati in un angolo
a vivere coi ragni. Riuscivamo a sentire, lì dentro, i barattoli di
vetro di Tina pieni di lenticchie e di grano saraceno, e la pioggia
che batteva sulla tettoia di metallo del tuo portico. Riuscivamo a
sentire i colpi nelle vostre tubature, e per te anche quella era una
situazione senza speranza. E lo era anche per me e Billy, che scuotevamo
la testa. Perché se qualcuno vi avesse mandato l’idraulico
avreste fatto finta di non essere in casa. Anche se foste stati voi a
chiamare l’idraulico non vi sareste fatti trovare. Non sapevamo ancora
nulla di tutto questo, eppure, lo giuro, riuscivamo a percepirlo.
E non era merito nostro, era merito tuo. Non eravamo noi a essere
dei sensitivi, eri tu a essere un fantastico venditore”.


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