Sono passati circa vent’anni da quando il produttore e polistrumentista Joseph Mount ha scritto per la prima volta il nome Metronomy. Allora, sembrava un sogno irrealizzabile, scarabocchiato su un pezzo di carta mentre faceva musica nella sua camera da letto, usando un vecchio computer che suo padre gli aveva dato per registrare canzoni. Un sogno che è diventato realtà nel 2006 quanto i Metronomy pubblicarono con Holiphonic Records l’esordio Pip Paine (pay the £5000 you owe), descritto dallo stesso Joe “Come il suono di qualcuno che vive in un luogo musicalmente ridondante, che cerca di fare musica emozionante”. L’album non fu un esattamente un successo, ma il suo seguito Nights Out (2008), con il suo elettropop eccentrico e avvincente aprì la strada del successo. Un successo alimentato da una combustione costante e lenta che a visto i Metronomy passare dall’essere un piccolo sogno lo-fi ad uno dei progetti elettro indie più creativi e longevi della storia. Attingendo da influenze che vanno da Devo e David Bowie e Pavement, Mount ha tracciato una direzione in equilibrio tra orecchiabile ed ecletticità. Gli album successivi, infatti, come The English Riviera, candidato nel 2011 al Mercury Prize, e Love Letters, sono stati pensati per essere più fluidi e sofisticati, senza tralasciare elementi inaspettati che vanno dalla Motown agli omaggi soul e funky retrò. L’ultima fatica Metronomy Forever, uscito il 13 settembre, arriva dopo il trasferimento di Mount da Parigi alla campagna inglese e ripercorre in un atto autocelebrativo le mille anime del gruppo, la cui formazione attuale comprende suo cugino e chitarrista Oscar Cash, la batterista Anna Prior e il bassista Olugbenga Adelekan. Metronomy Forever contiene 17 brani in un flusso musicale fluido e libero di esprimersi e nasce dal desiderio di creare uno spazio per respirare e ascoltare, senza riempirlo di hit. Il 9 ottobre inizierà il tour Europeo che li porterà a Milano il 25 marzo 2020.

Ciao Joseph, ci racconti come è nata l’idea di questo nuovo disco?

Metronomy Forever è appena uscito e devo dire che il processo di realizzazione, anche tecnologico, è stato qualcosa di davvero interessante, perché è qualcosa che ho creato negli ultimi tre anni. Un progetto lungo e ampio che contiene molte canzoni e che potrei definire come una sorta di panoramica del percorso dei Metronomy che celebra l’idea stessa che un album possa durare per sempre. E come sei i brani venissero dai cinque lavori precedenti, io li ho registrati per poter fare cose con divertimento”.

Metronomy Forever è un disco che guarda molto agli anni’80. Sei un fan di quel periodo musicale?

“È una bella domanda perché io non sono un fan e non ho cercato di ricreare quelle atmosfere in maniera volontaria, penso che la musica degli eighties sia stata importante per la musica elettronica e credo che sia sedimentata in me in maniera subliminale e inconsapevole”.

Come è cambiato il suono dei Metronomy da Night Outs, giunto ormai al suo decimo anniversario e il recente Metronomy Forever?

“La musica può essere qualsiasi cosa, Metronomy Forever è un disco fluido e le canzoni sono meno strutturate, e si possono ascoltare una dietro l’altra, ma ci tengo a precisare che non sono un DJ, quello è Bangalow io non sono molto bravo, preferisco andarci ai party (ride)”.

Qual è la tua canzone preferita del disco?

“La mia preferita è la seconda canzone in setlist, White Sand Bay“.

Però siete usciti come primo singolo con Salted Caramel Ice Cream, come mai?

“Questo brano è stato scelto come primo singolo perché è quello che mi sembrava più immediato e divertente. Volevo far uscire qualcosa in cui le persone potevano essere interessate fin da subito”.

Ci descriveresti l’album in tre parole?

“Allora mi metti in difficoltà, ma posso dirti onesto, lungo (ride), ben fatto”.

Qual è stato il brano più difficile da realizzare?

“Decisamente l’ultima del disco Ur Mixtape è stata la più difficile da realizzare, sembrava impossibile da finire perché c’erano mille versioni e tutte erano interessanti. Ci abbiamo messo davvero molto a chiuderla”.

Ci sono due brani che hanno un titolo simile, Insecurity e Insecure. L’insicurezza è un tema importante per te?

“Le due canzoni vengono dalla stessa e idea e parlano di insicurezza perché anche io tutto sommato sono un insicuro (ride) e penso che bisogna rendere facile un argomento complicato. Tanta musica e soprattutto quella grunge parla di insicurezza, ma quando le persone cantano tutte insieme e si divertono le insicurezze in qualche modo si ridimensionano. Parlarne in un modo giocoso rende tutto più facile”.

Cosa hai ascoltato in questo periodo di scrittura? Consigliaci qualcosa di nuovo e fresco da ascoltare.

“Ho ascoltato molte band degli anni novanta molto distanti dal mio sound e più vicine al rock come Stone Roses, Rem e Lemonheads”.

Che aspettative hai per questo lavoro?

“Ho delle aspettative molto alte (ride) penso sia davvero un buon disco, ben fatto e poi abbiamo dovunque dei fan meravigliosi. Spero che questo album li tenga ancora con noi”.

Finiamo con una curiosità, festival preferiti in Europa.

“Ce ne sono alcuni Glastonbury, il Primavera Sound e Super Bock Super Rock in Portogallo, anche se mi ricordo ancora quando ho suonato qui in Italia a Ypsigrock, un’esperienza davvero divertente”.