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di Letizia Bognanni

Le radici sono il concept scelto per le immagini, le scenografie e la filosofia dietro questa nuova edizione dell’Indierocket Festival, la tre giorni musicale che ha animato il Parco di Cocco di Pescara fra il 28 e il 30 giugno. Per ricordarci però che le radici non sono quell’ancora fissa e immobile che ci tiene fermi a nascere e morire nel nostro giardinetto, come vorrebbe qualche teorico dell’identitarismo: le radici sono un elemento vivo che dà nutrimento, e che cresce e si espande anche sfondando vasi e cemento che vorrebbero tenerle rinchiuse.

Le radici musicali che nutrono un festival che ha fatto della scoperta, del movimento e dell’apertura il suo credo, quest’anno vengono da Australia, Spagna, Argentina, Uganda, Svezia, Tunisia e molti altri luoghi fuori dalle rotte convenzionali. Così come fuori dalle mappe usuali e dalle radici musicali banalmente intese si collocano i sound e i ritmi ascoltati in questo (molto) caldo weekend.

Il venerdì si comincia giocando in casa con la neo-psichedelia di JuJu, il progetto di Gioele Valenti di cui il titolo dell’ultimo lavoro, Maps And Territory, suona qui quasi didascalico, e si prosegue con le follie modern blues dei Guadalupe Plata e il garage degli australiani DZ Deathrays e Stonefield. Intanto al Tent Stage ci si muove sui ritmi metropolitani di Chris Imler e degli altri DJ e producer.

La serata di sabato ha un beat tutto femminile e femminista. Maria Uzor e Gemma Cullingford aka Sink Ya Teeth e gli art-rocker giappo-tedeschi WaqWaq Kingdom riscaldano l’atmosfera che si fa definitivamente rovente quando Miss Bolivia, al suo debutto live in Italia, si prende il palco e lo invade coi colori arcobaleno del completino coordinato a quello delle ballerine e soprattutto della sua cumbia-dancehall, tanto divertente quanto coinvolgente a livelli che non interessano solo il fondoschiena ma anche il cervello. Parti basse e alte dei corpi si muovono all’unisono mentre l’artista dedica pezzi alla “fuckin’ policia” e inneggia al diritto all’aborto, che nella sua Argentina è illegale anche in casi estremi.

A dare manforte alle istanze femministe di Miss Bolivia segue Gnučči, che intervalla il suo urban-hip hop apolide e grintoso con invettive e arringhe su, di nuovo, diritti riproduttivi, e diritti umani in generale, con invito – che ci aveva già rivolto qui – a firmare l’appello per la liberazione di Pia Klemp (tutto mentre sui media e social italiani imperversa il caso Carola Rackete). Per finire, invita sul palco la collega sudamericana per un gran finale girl power.

Gnucci e Miss Bolivia

Il sabato “new normal” lascia il segno e traghetta verso una domenica più tranquilla, ma solo per il fisiologico calo di pubblico, meno numeroso ma sempre partecipe, anche perché è difficile non lasciarsi prendere quando sul palco salgono i 14 membri dell’Orchestre Tout Puissant Marcel Duchamp XXL per brevità OTPMDXXL, alfieri di un avant-tropical trascinante proprio quanto i ritmi proposti dal producer tunisino Sofyann Ben Youssef, che col suo progetto Ammar 808 chiude il weekend dopo il momento più intellettuale affidato alla fusion di Idris Ackamoor & The Pyramids, offrendo ai presenti l’ultima sudata insieme a quella che qualche metro più in là è affidata a The Spy From Cairo, anche lui in esclusiva per l’Italia.

Si chiude così, con suoni che nascono nei luoghi dove ha origine la nostra civiltà e contaminandosi con tutto quello che incontrano ci proiettano dritti nel futuro, questo viaggio alle radici del suono. Che sono radici lunghissime e piene di linfa vitale.


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