Di Rossano Lo Mele

Qualcuno si ricorda ancora di James Lavelle? Nel mio pantheon delle reputazioni musicali perdute James occupa uno dei primi posti. Lo incontrai per la prima (e unica) volta 20 anni fa esatti. Stava uscendo il primo disco degli U.N.K.L.E. Era il 1998, esisteva ancora la Polygram (prima che si fondesse con la Universal), mi presentai per l’intervista con in mano una copia dell’ultimo “Blow Up”, aggiornamento professionale. La ragazza dell’ufficio stampa avvertì in sala conferenze che stava arrivando quello di “Blow Up” per l’intervista. Bofonchiai che c’era un equivoco, io ero lì per “Rumore”. Attimi d’incomprensione per poi essere forwardato al cospetto di James, al riparo da tutti. Ci sediamo, facciamo l’intervista, gli allungo la mia copia digipack, prende un pennarello e ci scrive su.

Nel ’98 James raggiunge la vetta del suo percorso. Genio? Impostore? Grande truffa del rock’n’roll aggiornata ai tempi del trip hop? Più probabilmente nessuna di queste categorie. James è un ragazzo britannico precoce, ambizioso. Per usare la definizione che lui stesso fornisce di sé, un pushy motherfucker. Quest’etichetta James se l’appiccica addosso al principio del film The Man From Mo’ Wax, il biopic da poco uscito in Inghilterra sulla sua storia. Ma andiamo a metà strada tra quel ’98 e l’oggi. Intorno al giro di boa degli anni zero la moglie di Lavelle (ha perso pure quella fra le mille cose e persone smarrite negli anni) prova a convincere l’allora marito che un film sulla sua storia sarebbe epocale. Si sa, l’amore. La coppia entra in contatto con Matthew Jones, giovane regista che dice: ok, ci sto. Matthew comincia le riprese nel tardo 2006, presso il Marksman pub, East London. Convinto della sua idea: ossia quella di raccontare un momento chiave nella storia della musica pop. L’ascesa della Mo’ Wax, la scoperta di DJ Shadow, il grande successo e la rovinosa caduta, tutto in pochi anni. Il regista comincia a girare con il suo materiale, ma incontra la più feroce resistenza da parte di manager, etichette e possibili finanziatori. E noi facciamo ancora un passo indietro. Lavelle a metà anni 90 è un ragazzino appassionato di musica e dischi, fonda la Mo’ Wax. Al centro pone il suono del momento, ossia quella miscela psichedelica di hip hop che sta esplodendo grazie a nomi come Tricky e Portishead. L’idea è quella di buttare fuori in continuazione dischi nuovi, in un momento in cui i dischi si vendono eccome. James battezza il celeberrimo logo della label e gestisce il tutto. In pieno “blairismo” viene considerato (definizione del “Guardian”) il Damien Hirst della musica. Un visionario che scopre un nerd sovrappeso di San Francisco: si chiama Joshua Paul Davis ma si fa chiamare DJ Shadow. Il “DJ ombra” passa le sue giornate chiuso in un appartamento in California a campionare dischi altrui, con un macchinario mesozoico per i tempi odierni. James ha il merito di far scoprire al mondo Shadow, che lui stesso nel film definisce “uno strumento di evoluzione per tutto l’hip hop”.

Le uscite si alternano vorticose. James crea con Shadow il progetto U.N.K.L.E., super band destinata al successo ancora prima di cominciare. E così è, il disco vende e viene accolto benissimo, qui ma credo anche su “Blow Up”. Ne arriva uno successivo: più kolossal ancora del primo. Tra i fiancheggiatori della band ci sono Thom Yorke, Josh Homme, Jarvis Cocker, Ian Brown, Robert Del Naja, insomma, il meglio. Ospiti deluxe pure nel terzo disco, ma qualcosa sta cambiando: il binomio gestione economica/assunzione di droghe riporta a terra le fantasie di James. Che si trova a dover cedere il catalogo della sua etichetta per poter sopravvivere. La carriera degli U.N.K.L.E procede, con pochi dischi dilatati nell’arco di un ventennio. Il taglio si è fatto decisamente più folk e riflessivo, come nell’ultimo The Road: Part 1: uscito un anno fa, grande disco per chi scrive ma passato purtroppo un po’ inosservato. Quando il faro non ti punta più addosso è un casino. Matthew Jones, produttore e regista del film, è andato avanti a girare per otto anni. Per altri due ha cercato i finanziatori, trovando e convincendo quelli del BFI (British Film Institute). Il film, come detto, si chiama The Man From Mo’ Wax, ma nella colonna sonora appena uscita mancano un sacco di brani fondamentali dell’epoca, non essendo più di proprietà di James. La Universal ha inglobato la Polygram. La ragazza dell’incipit non ci lavora più da tempo. Il ragazzo che segue la promozione della colonna sonora in questione mi ha scritto desolato: ti mando l’album, non me l’ha chiesto nessuno. Questa è la fine che si fa. Quando James mi restituì la copia del suo primo disco firmata ci scrisse su: “Life Is What You Make It… Keep Fighting… UNKLE… Making History”. E ha ragione lui; giusta, sbagliata, fallimentare, eccessiva, pionieristica, indesiderata, centrale, residuale: noi siamo qua a raccontarla.