(Tuxedomoon – Half Mute, 1980 – Ralph)

Riconoscere immediatamente un suono o un gusto è un riflesso automatico e quotidiano. “Rumore”, in collaborazione con Jameson, vi porta a scoprire ciò che li rende riconoscibili.

di Letizia Bognanni

“San Francisco, a metà degli anni settanta, era ancora immersa nel crepuscolo dorato degli anni Sessanta. Ho vissuto in un comune del distretto di Haight; gay, uomini, donne e cani tutti vegetariani e tutti talentuosi artisti a tempo pieno. Ci siamo formati come tutti, in quei tempi, all’interno di questa comune dove ho avuto la ventura di diventare un membro del gruppo chiamato Angels of Light. Figli e figlie di Duchamp o Breton che hanno lavorato a rendere la vita quotidiana un’opera d’arte, anche grazie alle loro produzioni teatrali. Nessuno di noi andava al negozio all’angolo senza indossare qualche costume o altre stravaganze”. Che succede quando l’anima fricchettona, artistoide, lisergica, teatrale della West Coast incontra le nere, dense, fulminanti nubi anglosassoni del post punk? Succede che un gruppo di studenti di musica mette su una band e comincia a destrutturare quello che studia, e assemblarlo con quei generi per i quali l’espressione “studente di musica” equivale a una bestemmia. D’altro canto, cosa c’è di più punk di una bestemmia? O del concetto di arte “libera”? “Dal lato politico”, continua Steven Brown, “gli Angels erano sostenitori della cultura “free” di San Francisco. Credevamo che tutta l’arte doveva essere libera. Gli Angels non facevano mai pagare un biglietto e per farne parte non potevi avere un lavoro normale (un’influenza del situazionismo?) o essere coinvolto in qualsiasi cosa che comportasse un pagamento. E così quando ho iniziato a suonare con i Tuxedomoon in bar o in locali dove si facevano pagare ho dovuto lasciare il gruppo. Erano tempi inebrianti. Il punk ha aperto i portali, ha rotto la musica commerciale che ci ha tenuto in scacco per anni. E anche se in un primo momento fu difficile, fu grazie a questa ribellione culturale che la creatura Tuxedomoon poté crescere”. La strana, notturna creatura chiamata Tuxedomoon cresce rapidamente, e nei tre anni che intercorrono dalla formazione al primo album, dalla wave relativamente canonica dei primi singoli ed EP approda a quell’opera multiforme, indefinibile, ostica ma ipnotica, punk, jazz, noise, sperimentale, cinematica, retrofuturistica, drammatica che è Half Mute. E dalla San Francisco delle scuole di musica e dei collettivi artistici, facendo scalo a New York dove flirta con il pop psicotico della factory di Warhol, approda – a un certo punto anche fisicamente, quando il gruppo si trasferisce nel vecchio continente – nell’Europa di “Kraftwerk, Bowie, Eno, Fellini, Pasolini, Fassbinder. I loro messaggi parlavano di un altro spazio e del tempo, qualcosa di diverso e nuovo. Qualcosa di più serio e interessante degli USA”.

Il percorso di Steven Brown, Blaine Reininger e Peter Principle non segue una traiettoria retta ma una rotta spigolosa, spezzata da curve, deviazioni, rallentamenti, accelerazioni, frenate, che inizia con il sax che disegna le linee frastagliate di Nazca e si chiude sulla lunga e funerea opera in due atti di Km/Seeding The Clouds. E lungo il cammino incrocia altre strade, musiche, luoghi, scritti, persone, esperimenti, li prende e li fa a pezzi, li sparpaglia come le forme astratte sulla copertina, li immerge nella magmatica luce nera del lunare cabaret dove i tre li riconosci dallo “smoking che mettevamo in locali punk come il Mabuhay, come se fossero teatri di lusso. E poi coniammo il concetto di loungezak, musica da sottofondo per gente new wave in crisi esistenziale”: incrocia i Talking Heads, in 59 To 1, le colonne sonore di Angelo Badalamenti e i voli liberi di John Coltrane in Fifth Column, e poi un altro tipo di volo, quello neoclassico di Volo Vivace, che si libra (non troppo) leggero dopo la visita agli inferi sonorizzata da Tritone (Musica Diablo) – il tritono, altrimenti detto Diabolus in musica, è l’intervallo musicale considerato in passato talmente dissonante da essere opera del demonio e perciò proibito.

E ancora il lamento funebre dedicato a James Whale, regista del primo Frankenstein cinematografico e uno dei primi gay dichiarati a Hollywood – con tutto ciò che ne conseguiva, per esempio il soprannome “Queen of Hollywood” – la solitudine evocata nel mantra desolato di Loneliness, e gli echi dei Joy Division in What Use?, che dopo tutto questo suona come una canzoncina facile facile. La crisi esistenziale torna prepotente, e non accenna a risolversi, nel violino angosciato di Reininger e nel “canto” nervoso di Brown, che trascinano lo spettatore nell’incubo immobile di una notte lunga sette anni – 7 Years.
Una notte lunga quanto un viaggio ai confini della coscienza, dai palcoscenici di San Francisco a quelli di New York, Roma, Parigi, Berlino, alla ricerca di un qualcosa che non si può domandare ad altri che all’arte, parlando la lingua dell’arte:

Give me new noise
Give me new affection
Strange new toys
From another world
I need to see more
Than just three dimensions
Stranger than fiction
Faster than light

Leggi le altre storie de Il Gusto della Musica