• 71
    Shares

di Maurizio Narciso

Oltre i Godspeed You! Black Emperor e Silver Mt. Zion, si erge la figura carismatica di Efrim Manuel Menuck, co-fondatore, oltre che voce e chitarra, delle due formazioni di base a Montreal, Canada, che tanto hanno dato alla storia musicale degli ultimi vent’anni, allargando quel solco – già di per sé ampio – chiamato per semplicità post-rock.
A partire dal 2011, Menuck ha anche avviato un’interessante carriera solista, in cui esprimere il suo io musicale in totale libertà compositiva o, per usare le sue parole, per “assecondare il suo fuoco”, ampliando ancora la palette musicale alla quale eravamo abituati, con l’aggiunta di una dose maggiore di elettronica ambientale.
L’occasione per poterci confrontare con lui è arrivata proprio dall’uscita del suo secondo lavoro autografo in quasi trent’anni di attività musicale, Pissing Stars. Il disco è un pretesto, come ogni lavoro d’intelletto, per ragionare sul suo qui e ora, in un processo di introspezione trasparente in cui l’ascoltatore è spettatore privilegiato, a tal punto da trovarsi invischiato nei versi poetici di un Menuck ispiratissimo. D’altronde, il suo magnetismo è tale da rendere perfino alcune delle risposte che seguono come versi di un ipotetico disco dimenticato in uno strano cassetto della memoria. “Anche nel cielo cittadino più sbiadito puoi rintracciare stelle cadenti” ci dice ad un certo punto, e non potremmo essere più d’accordo.

Innanzitutto, come stai? Intendo sia come uomo che come musicista.

Efrim Manuel Menuck: “Sto bene. Ieri sera c’è stata la prima tappa di presentazione di Pissing Stars; viaggio con Kevin Doria, che mi supporta in queste esibizioni per voce, distorsioni e sintetizzatore modulare. Ora siamo nei boschi. Sta nevicando e gli alberi sono piegati sotto al peso della neve. Il furgone con il quale ci spostiamo è bloccato dalle condizioni avverse, con una gomma che penzola dal bordo di un ponte, sopra un lago ghiacciato, nell’attesa che arrivi qualcuno con un trattore per tirarci fuori”.

Cosa ci vuoi raccontare con Pissing Stars? Immagino che sia qualcosa di importante, considerata la cadenza con la quale fai uscire dischi a tuo nome.

EMM: “Quando sono con le mie due band le canzoni sono scritte con una sorta di voce collettiva, ogni pezzo parla al plurale. Non c’è molto spazio per ciò che riguarda il “me” oppure l’“io”, piuttosto ogni piccola o grande idea parla di luoghi “nostri”, insomma del “noi”. Quando invece lavoro da solo, posso riflettere in modo diverso. Mi piacciono entrambi i contesti, eppure il tempo per lavorare su cose personali è sempre pochissimo. Sto cercando di capire come regolare il ritmo della mia vita, in modo da avere più tempo per assecondare il mio fuoco”.

Pissing Stars è un disco più riflessivo del solito, direi anche che è ambientale: suona come un mantra. È una percezione corretta?
“Sì. Quando mi sono immerso nel lungo processo di scrittura e di registrazione del disco, avevo in mente unicamente tre cose ovvero che ci sarebbero state canzoni pastorali; che ci sarebbe stata l’elettronica suonata in modo naturalistico, come un gorgogliare ambientale-elettrico, pieno di cinguettii e di lamenti animali; e l’ultima cosa di cui ero sicuro è che il disco dovesse rappresentare l’inizio e la fine dell’amore, oltre al fatto che l’amore non finisce mai”.

Per come l’ho inteso io, Pissing Stars parla di come l’amore sia solo apparentemente indecifrabile.

“Sì. L’amore inteso come energia che non si piega all’entropia, ma si trasforma in qualcos’altro mentre muore. L’amore come fenomeno atomico, l’amore come materia densa o come radiazione cosmica. Tutto ciò, è scrutato con fervore, ma anche con occhio crudele, rifiutando il concetto di amore come ideale puro ma sposando la tesi di chi lo considera qualcosa di caotico e di sporco, come particelle di fumo emesse da una fiamma”.

Credo che dare alle stampe un album come Pissing Stars oggi, ovvero al tempo della fruizione veloce della musica liquida, sia una prova di forza. Un modo per dire all’ascoltatore “prenditi del tempo e stammi ad ascoltare”.

“Non ci ho mai pensato a questa cosa. Però so di essere un tipo strambo e so anche che sono vecchio. Riconosco e accetto che lavori di lunga durata possano rappresentare una sfida per le persone con mente e orecchie distratte, e mi rendo anche conto che stiamo tutti vivendo un tempo di agitazione e scetticismo. Eppure, continuo a scrivere musica allo stesso modo in cui la ascolto e cerco di lasciare campo libero alle idee e alla mia narrazione, confidando che vi sia un qualche tipo percezione nell’ascoltatore; faccio fluire il mio pensiero libero da impedimenti. Tutto quello che mi interessa è che le persone si approccino alla musica lucidamente e a cuore aperto”.

Nei tuoi dischi autografi e anche in quelli firmati Godspeed You! Black Emperor e A Silver Mt. Zion, vengono spesso trattati temi politici. La musica è sempre politica? Una volta feci questa domanda a Matthew Herbert e mi rispose di sì.

“Che venga o meno riconosciuto, tutto è sempre politica”.

Viviamo il tempo delle infinite possibilità. La musica del mondo, di ogni tempo, è a portata di clic e chiunque con pochi soldi può esprimere la propria arte. Eppure, sembra che tanti musicisti debbano porsi dei limiti concettuali ben precisi per essere stimolati davvero. Troppe possibilità equivalgono all’immobilismo?
Sì, credo che i limiti rivestono un’importanza cruciale. I fiori richiedono tempo per crescere, dal bocciolo al gambo in fiore accadono tante cose, seppur in un piccolo fazzoletto di terra. Tutto ciò di cui hanno bisogno è luce, acqua e le giuste cure e attenzioni.

Ho letto che hai vissuto un periodo difficile prima della stesura di Pissing Stars. Allora ne approfitto per chiederti se per te la musica è più un racconto oppure introspezione.
È entrambe le cose. Nel caso specifico di Pissing Stars il processo di scrittura è stato personale o, ancora meglio, interiore, ma poi ho passato un sacco di tempo a pensare a come poter presentare al mondo esterno questo disordine che sta nella mia testa e nel mio corpo, a come sciogliere i nodi e incorniciare il tutto al fine di significarlo per gli altri.

C’è qualcosa che ti stimola durante la fase di produzione di un disco? Magari fai qualcosa che ti ispira e favorisce il processo di scrittura.

“Trascorro molto tempo sul balcone di casa, fumo e fisso il cielo, cantando in strane scale o borbottando tra me e me. Passo molto tempo a pensare. Spesso collego i miei sintetizzatori modulari e li lascio borbottare appena, standomene in salotto, affinché ci sia soltanto un debole ronzio tremolante, appena udibile dalle mie orecchie. Allora inizio a pensare alle parole o a delle frasi. Altre volte invece lascio fluire nell’aria solo qualche timido accordo, o al contrario resto in silenzio mentre enormi e monolitici pezzi di suono si scontrano come iceberg prima di affondare. Anche nel cielo cittadino più sbiadito puoi rintracciare stelle cadenti”.

Mi piace molto la foto che hai scelto come immagine di copertina per Pissing Stars. Chi l’ha scattata?

“È una fotografia che ho scattato io stesso a mio figlio. Era in tour con noi e in quel momento eravamo in sosta in un parcheggio abbandonato a Pontiac, nel Michigan. Il cielo era molto grigio ma non pioveva”.

Quando ascolto un tuo disco penso sempre a Montreal. Quanto conta la tua città natale in ciò che produci in solo o in gruppo?

“Ho vissuto a Montreal per venticinque anni. La amo e la odio in egual misura. C’è un’oscurità lì, sepolta nella neve, sotto i lampioni arancioni, e il vento può essere violento e crudele. Ma c’è anche tanta levità lì, nei vicoli pieni di erbacce alte in primavera, che devono crescere molto velocemente, perché i mesi caldi sono brevi, quindi esplodono, si insinuano, strisciano o si bloccano, in convulsioni spontanee. So che tutta quella luce e quell’oscurità singolari mi hanno plasmato e alterato la curvatura dei miei pensieri e del mio linguaggio; ma immagino che ogni posto ci condizioni in modo sostanziale, oppure no? Siamo il risultato dei luoghi in cui viviamo, riflettiamo questa luce e ci opponiamo all’oscurità”.

Hai dei rimpianti su qualche disco che non hai sviluppato a dovere?

“Non proprio. Diciamo che non mi interrogo troppo su questioni del genere. Ogni disco è una sorta di fallimento. Si punta sempre a qualcosa e poi non lo si raggiunge mai appieno. Va così perché i semi delle idee sono sempre più luminosi del raccolto. All’inizio del processo di scrittura, tutto è plasmabile e possibile, mentre alla fine si ha a che fare, appunto, con una chiusura, con un riassunto della faccenda, dove ci sono solo frasi che sintetizzano lunghe riflessioni”.

Quando hai voglia di rilassarti a casa tua, cosa ascolti?
“Musica soul e qualunque tipo di ballata”.

E quando invece nella tua vita non c’è musica, cosa fai?
“Dormo, sperando in sogni lievi e mattinate luminose”.


  • 71
    Shares