Serge Gainsbourg (1928-1991), con quasi 650 canzoni scritte in quarant’anni di attività, è probabilmente uno degli autori e interpreti più prolifici del secolo scorso. Grazie al talento musicale e alla provocazione permanente dei suoi atteggiamenti, ha portato la canzone francese (e non solo) nella modernità. Con il saggio Gainsbourg. Niente è già tanto, che esce per Armillaria il 20 marzo, nell’anno in cui Gainsbourg avrebbe compiuto novant’anni, Boris Battaglia mette in luce, attraverso un’analisi critica e sistematica delle sue opere principali – da Histoire de Melody Nelson a You’re Under Arrest , passando per Rock Around the Bunker -, il peso imprescindibile di Gainsbourg per una riflessione filosofica e strutturale sulla forma canzone e sulla sua importanza nella decifrazione della vita e del mondo.

Qui sotto potete leggerne in anteprima un estratto, accompagnato da due delle illustrazioni che arricchiscono il libro, realizzate da Lorenzo Sartori, Paolo Castaldi, Lorena Canottiere, Angelo Calvisi e Claudio Calia.

«Guarda questa sigaretta. Certo, mi sta mangiando i polmoni. Morso a morso. Ma cosa riuscirebbe
a darmi lo stesso crescente piacere che si rinnova ogni cinque secondi e poi ogni cinque minuti? C’è la gestualità dell’accendino che scatta. Il piacere del catrame e della nicotina che mi consumano. Sono piaceri violenti e me li dà una droga leggera… come potrei smetterla con una droga leggera che mi dà un piacere così intenso?» In queste parole, rilasciate a un giornalista di Vogue, c’è chiarissimo il motivo per cui per Serge Gainsbourg smettere di fumare era impossibile. Aveva cominciato a tredici anni. Dalle P4, le sigarette vendute in pacchetti da quattro con cui cominciavano tutti i ragazzi francesi perché molto economiche, passerà poi alle Gitanes senza filtro, quelle con il famoso pacchetto piatto blu e bianco da venti, con il disegno della zingara che balla il flamenco tra le volute di fumo. Se nei periodi normali fumava tre pacchetti al giorno, quando lavorava a un nuovo disco arrivava anche a cinque. Li impilava sul piano, poi si sedeva davanti alla tastiera e ci restava per tutta la notte, finché non aveva finito le sigarette o le canzoni del nuovo disco. Questa parte del saggio è divisa in cinque capitoli, tanti quanti i pacchetti di Gitanes che svuotava in questi periodi.

Piccolo inciso automitobiografico
Je n’ai pas l’esprit d’escalier, j’ai l’esprit d’ascenseur en panne. Serge Gainsbourg
Questo saggio non è l’estemporaneo esercizio intellettuale intorno a una ricorrenza occasionale. Questo saggio è piuttosto un rito apotropaico; il tentativo di esorcizzare un’ossessione con cui mi confronto da almeno tre decenni. Perché sì, le riflessioni raccolte in queste pagine mi frullano in testa dal giorno in cui ho incontrato Serge Gainsbourg. Per quattro, forse cinque minuti. Il tempo che ci ha messo un vecchio ascensore, di quelli che si trovavano negli Anni Ottanta negli alberghi di lusso, a scendere dall’ultimo piano al bar dell’albergo. Non l’ho messa per caso, all’inizio di questo paragrafo, quella frase di Gainsbourg estrapolata da una raccolta di suoi aforismi. È un gioco di parole intraducibile che cercherò di spiegare. Avoir l’esprit d’escalier è un’espressione fraseologica coniata da Diderot nel Paradosso sull’attore che più o meno significa non avere la risposta pronta ma trovarla sempre dopo, quando non serve più. Quello che dice Gainsbourg è questo: io sono uno dalla risposta pronta, sono veloce come un ascensore rotto. Un paradosso,
certo, ma in fondo il titolo della canzone per cui Gainsbourg è famoso nel mondo è un paradosso: Je t’aime… moi non plus, ti amo… nemmeno io. In francese in più c’è il gioco tra le scale e l’ascensore che è molto divertente. E che ha un senso preciso in questo aneddoto ambientato, appunto, in un ascensore. Era il 1985. Dicembre. L’ascensore era quello del Westminster Hotel a Nizza. Avevo quasi diciotto anni e cosa ci facessi a Nizza e perché mi trovassi in quell’hotel sono questioni che appartengono a un capitolo della mia biografia non incluso in questo saggio. Ci tengo a specificare che non ero in vacanza in Costa Azzurra. Quel che conta è che, entrato in quell’ascensore per scendere alla reception, mi trovai di fronte un tipo incredibile che nella mia visione provinciale di allora (non avevo mai incontrato una pop star e non sapevo che quel tipo lo fosse) non avrebbe mai potuto essere l’ospite di un albergo come quello. Capelli non propriamente puliti e raccolti in un codino, barba di tre giorni, maglione sformato e logoro che un tempo forse era stato bianco, jeans sdruciti, un paio di scarpette bianche. E una Gitane accesa in bocca. Ne rimasi in certo modo affascinato e bofonchiato un saluto me ne rimasi in un angolo dell’ascensore a
osservarlo. Mi sembrava il cattivo di un polar degli Anni Sessanta. Arrivati al piano terra volli capire chi fosse. Lo seguii al bar dell’albergo e lì sentii il barman salutarlo come Monsieur Gainsbourg. Poi gli servì quello che credo fosse uno Champagne Mule, un cocktail composto da vodka, champagne e lime. Non saranno state nemmeno le undici del mattino ed ebbi la sensazione che si trattasse di una specie di colazione. Appena fu possibile chiesi al barista chi fosse il personaggio al quale aveva servito da bere. Mi guardò stupito e mi disse: «È Gainsbourg, non lo conosci? Non conosci le sue canzoni? Qui in Francia è famosissimo. È quello che ha fatto Je t’aime… moi non plus. Ha un nuovo disco, lo sta portando in tour. È qui a Nizza per questo». La faccio breve. Conoscevo, come credo tutti quelli della mia età nati l’anno prima della sua uscita, la canzone Je t’aime… moi non plus non tanto per lo scandalo che aveva sollevato (nemmeno l’eco lontana me ne era arrivata), quanto piuttosto perché era spesso tra i brani dei DJ delle discoteche che frequentavo, soprattutto nella versione di Donna Summer. Dare un volto al suo autore fu una cosa curiosa, al punto che nel pomeriggio mi recai in un negozio di dischi, ricordo ancora che stava in Rue de la Liberté, a due passi da Place Masséna, e cercai il disco di questo Gainsbourg. Dalla copertina di Love on the Beat il volto di un uomo truccato da donna mi soffiava in faccia il fumo di una Gitane. Quel volto, che sapevo appartenere a quella specie di beatnik alcolizzato e trascurato (oggi lo capisco perfettamente e mi ci identifico, ma dall’alto dei miei quasi diciotto anni di allora il mio giudizio estetico era pesantemente condizionato dalla morale che mi portavo dietro dalla provincia italica) che avevo incontrato in ascensore, ebbe su di me un effetto magnetico. Fu in quel momento – no, in realtà fu dopo, quando riuscii ad ascoltarmi il vinile – che nacque la mia passione per lui. Nella serenità del mio mezzo secolo attuale posso dire una cosa che allora non avrei confessato nemmeno sotto tortura. Quello sguardo truccato, con volgarissima e provocante cura, da sguardo femminile…

Ill. Lorena Canottiere

…aspetta, prima fammi aprire un piccolo inciso: sono cose che si scoprono sempre dopo, e d’altra parte è il bello del gioco culturale arrivare per gradi e per continue, ma anche fortuite, scoperte al disvelamento di tutti i riferimenti culturali che ci sono dietro e dentro ciò che viene comunicato. La cosa che ho scoperto dopo, e anche piuttosto recentemente, è che nella foto di copertina di Love on the Beat Serge Gainsbourg si ispira apertamente a un personaggio di Raúl Damonte Botana, in arte Copi: Loretta Strong. Argentino di origini italiane, cinico e sarcastico come tutte le menti migliori, Copi è stato fumettista, attore e drammaturgo di assoluto rivoluzionario talento. Stabilitosi a Parigi nel 1962 per sfuggire alla dittatura di Onganía, esordisce come disegnatore umoristico nel 1964 sulla rivista Bizarre di Eric Losfeld (che pubblica gente come Folon, Topor, Gébé e Siné), poi l’anno dopo sforna il suo primo capolavoro, il fumetto La femme assise pubblicato settimanalmente su Le Nouvel Observateur. Grazie all’amicizia con gli altri disegnatori di Bizarre, si avvicina al gruppo di Hara-Kiri (la più folle e irriverente delle riviste satiriche francesi, dalla cui costola nascerà Charlie Hebdo) e al gusto della provocazione intellettuale. Omosessuale dichiarato, attivista del Front homosexuel d’action révolutionnaire, un movimento che cercava di fondere maoismo e critica omosessuale, troverà il successo come commediografo e attore specializzato in ruoli en travesti. Nel 1974 porta in teatro una pièce incredibile, Loretta Strong. Storia di una donna, interpretata dallo stesso Copi, che vive sul terzo anello di Saturno e che ha quale unico desiderio quello di coltivare l’oro. Per riuscirci però Loretta deve emigrare su un altro pianeta. La commedia dura un’ora esatta, raccontando il viaggio di Loretta che trascorre tra esilaranti telefonate interstellari con la sua amica Linda e accoppiamenti con pipistrelli spaziali per cui partorisce frigoriferi. L’assurdità beckettiana dell’opera, gli assurdi giochi testuali dei dialoghi hanno, in parte, un sapore gainsbourghiano (non dimentichiamo che nel 1973 Gainsbourg aveva dato alle stampe un album come Vu de l’extérieur e scritto per Jane Birkin l’album Di Doo Dah i cui testi incredibili – di entrambi – sicuramente hanno influito sulla poetica di Copi). Il travestito impersonato da Gainsbourg per la copertina di Love on the Beat è uguale alla Loretta interpretata da Copi, tanto che la copertina si potrebbe definire un chiaro omaggio all’artista argentino. Chiuso l’inciso…
…dove ero rimasto? Ah, sì. L’ambigua sensualità di quello sguardo, così sfrontatamente truccato da donna, fece vibrare la mia parte omoerotica. Dalla solidità dei miei cinquant’anni oggi lo dico senza mezzi termini: Serge Gainsbourg esercitò su di me, in quel preciso frangente, proprio in quanto maschio, un’attrazione erotica pari a quella che, probabilmente, esercitava sulle femmine. Ma trent’anni fa non l’avrei ammesso nemmeno a me stesso. Tenni il vinile di Love on the Beat nello zaino fino a che fui di nuovo a casa e potei poggiarlo sul piatto dello stereo, per giudicarlo finalmente prescindendo da quella stramaledetta ‘oscena’ copertina. E da quel titolo che a un francese non poteva che suonare altrettanto osceno. Infatti, la pronuncia di Beat in francese ha lo stesso suono di bite, il cui significato è cazzo.

Ill. Paolo Castaldi

Nella seconda strofa della title track, che è la cruda descrizione di un atto sessuale, c’è questo verso: là, j’ai touché le point sensible; e al di là del significato puntuale di quelle parole, la cosa è assolutamente vera. L’album Love on the Beat arriva a toccare i punti più sensibili dell’ascoltatore. E lo fa, apoteosi del personaggio Gainsbarre, con lucidissimo cinismo. In quel capolavoro di Kurt Vonnegut jr. che è Madre Notte, il protagonista a un certo punto (cito a memoria) dice questa cosa: noi siamo quel che facciamo finta di essere, sicché dobbiamo stare molto attenti a quel che facciamo finta di essere.
A partire dalla copertina programmatica, Love on the Beat è il momento preciso in cui Gainsbourg diventa definitivamente ciò che aveva giocato a essere fino a quel momento: Gainsbarre. Ma chi era Gainsbarre?