(foto di Robert Hein/for American-Statesman)

di Mauro Fenoglio

Halloween nasce come antica tradizione celtica, ma affonda le sue radici anche nella celebrazione cristiana di morti, santi e martiri. L’ambivalente origine pagana e religiosa continua ad accompagnarne le istanze. Di certo c’è che furono immigrati scozzesi e irlandesi in fuga dalla fame ad importare Halloween nel nuovo mondo, nel diciannovesimo secolo, in barba alla netta opposizione dei coloni puritani. Fede e ribellione, morte e divertimento. Il fascino dicotomico di Halloween. Di certo, il 31 Ottobre per gli americani è un fatto assolutamente generazionale. Come il golf imparato, camminando sul green, nelle interminabili domeniche con papà, con il peso della borsa delle mazze sulle esili spalle. O la visita a Disneyland da piccoli coi genitori, commemorata quando si cresce e ci si portano i propri di figli, in un gioco di rimandi nostalgici e meraviglia che si rinnova. Il 31 Ottobre di ogni anno, al tramonto, bambini organizzati in stormi in costume e trucco, si armano di borse capienti e battono a piedi i quartieri di ogni città americana, per accumulare dolcetti offerti da adulti consenzienti e felici di partecipare al rito, dal loro uscio di casa decorato per l’occasione. Quegli stessi bambini che, da adolescenti travestiti nei modi più bizzarri, declineranno la celebrazione in feste ad alto contenuto alcolico o, se sono fortunati, potranno partecipare all’annuale ed esclusivissimo Halloween party di Heidi Klum. Insomma, per quanto l’Europa abbia provato recentemente a riappropriarsi della festività in chiave consumistica, Halloween rimane una tradizione tipicamente americana e socialmente trasversale, da portarsi nella tomba insieme al tacchino fritto o l’hamburger ordinato dall’auto. Superfluo dire che, a un concerto la notte di Halloween negli Stati Uniti, ci si troverà in mezzo a una folla di zombi, scheletri, personaggi famosi di ogni foggia o semplici spettatori meno attrezzati, che optano per qualcosa che comunque faccia pensare ad un costume da Halloween (dal pigiama, al costume da bagno, alla vestaglia da notte). Se poi quella sera piove pure, sotto un cielo plumbeo, il cerchio si chiude.

Il 360Austin Amphitheater è il nuovo (appunto) anfiteatro in pietra all’interno del Circuit Of The Americas, palcoscenico per gare di Formula 1 e moto GP. James Murphy e la sua accolita sono tornati quest’anno con il loro American Dream, dopo aver salutato i fan a febbraio del 2011 con il memorabile commiato al Madison Square Garden di New York, per quello che doveva essere l’addio definitivo. Ma, come nei migliori fumetti americani, l’eroe non muore mai e c’è sempre il dolcetto dopo lo scherzetto, così gli LCD Soundsystem sono di nuovo fra noi, con un disco che si preannuncia come inevitabile citazione in tutte le playlist di fine anno. Poco prima dell’entrata in scena, il cielo di Austin regala scrosci di pioggia intensa, che obbligano il pubblico numeroso a trovare rifugio presso i chioschi adiacenti l’anello. Nell’attesa di capire cosa sarà di noi, sfilano travestimenti di ogni genere: una versione di Donald Trump, versione da visita ai luoghi alluvionati dall’uragano (con giubbotto presidenziale da crisi nazionale), due scheletri le cui ossa sono lucine bianche e il corpo una tuta nera, per un effetto da brivido, un papa Francesco paludatissimo, che fa fatica a muoversi fra le pozzanghere. Donne con copricapi che sfidano sia la legge di gravità che la capacità di accumulare acqua sopra la loro testa. Il coniglio terribile del film Donnie Darko, marcio d’acqua, che ci ricorda che alla fine questa è pur sempre una notte da paura. Tutti a consumare pazienti birra (mista pioggia) e pollo e patatine che si ammosciano sotto le gocce persistenti. La solita sagra di paese postmoderna, fra le tenebre, in perfetto stile texano. Il centro delle operazioni di James Murphy sul palco, piattaforma di sintetizzatori digitali, viene arretrato rispetto alla platea, per evitare che i sofisticati strumenti (di cui alcuni costruiti ad hoc), si possano danneggiare.

Fortunatamente ha smesso di piovere quando la banda sale sul palco. Tutti ovviamente travestiti, come detta la notte più paurosa dell’anno. Da segnalare una Nancy Whang (tastierista e cantante) in completa decomposizione e l’artigiano delle manopole, Gavin Rayna Russom, piazzata(o) come una reginetta cadavere da ballo di fine anno universitario. E Murphy? In piedi su una cassa davanti ai suoi collaboratori di lungo corso, col viso pennellato diafano e il rossetto sbavato, chiuso in una parrucca da attrice anni venti. Un po’ Frankenstein, un po’ Antony, un po’ Renato Zero. I primi passi (dalla recente Oh Baby, passando per la gloriosa Daft Punk Is Playing At My House) sono un po’ incerti. L’atmosfera fatica a scaldarsi, sia per le ovvie difficoltà del pubblico di scrollarsi di dosso l’idea di un temporale imminente, sia per la preoccupazione dei musicisti di non farsi friggere all’improvviso da un corto circuito. Murphy è obbligato nei suoi movimenti, e cerca di non distanziarsi troppo dagli strumenti, per poterli ascoltare mentre canta. Dopo ogni pezzo, c’è un viavai di asciugamani che neanche in un autolavaggio per camion. La preoccupazione è quella di evitare che la preziosa strumentazione artigianale si danneggi definitivamente. Ma sulle iterazioni kraftwerkiane di Get Innocuous! l’atmosfera sembra finalmente sciogliersi. “Siamo un po’ distanti, ma non emozionalmente” è la chiamata alle armi da parte di Murphy all’esercito fedele di mostri ed eroiche drag queen, davanti a lui. Ritmi e robotiche sciabolate iniziano a muovere i muscoli bagnati degli astanti, comparse di un remake di Thriller di John Landis, avvolte dalle tenebre. E allora dalla piccola bottega dei sintetizzatori di Murphy, ecco che arriva You Wanted A Hit e non si torna più indietro. Perché la musica degli LCD non si ciba solo dell’energia accumulata che esplode in tre minuti di crescendo, tipica del rock più passionale e fisicamente vissuto. Murphy e la sua orchestra costruiscono pazientemente una teoria di strutture multiple, fra ritmica funk, linee elettroniche e incursioni di chitarre new wave. È un mantra che parte di testa, disegnando costruzioni ripetitive e ipnotiche, che lavorano ai fianchi l’ascoltatore, avvolgendolo per almeno cinque o sei minuti (durata minima dei loro pezzi), per poi conquistarne la pancia. A quel punto chiunque scopre il proprio motorik interno e, semplicemente, finisce per non riuscire più a stare fermo, in preda a ritmi e riferimenti che rimano punk con funk.

Anche stasera, pur costretti dal tempo inclemente, da un travestimento complesso o semplicemente imbarazzati dall’incapacità di ballare a ritmo. Tutti ballano; ognuno scopre ritmiche che non pensava appartenessero al proprio corpo. “We Won’t Be Your Babies ‘Till You Take Us Home”, salmodia Murphy, ed è già carnevale in lucine fluo e nebbia, con al centro un pugno di strumentisti estremamente professionali ed ora, finalmente, rilassati. Cosi, mentre manca solo l’ululato lontano dei lupi e la luna illumina pavida fra le nuvole scure, arriva quel bombardone assoluto che è Tribulations, che ancora oggi dovrebbe essere, per legge, una delle ultime cose da ascoltare prima della fine del mondo. Murphy amministra da consumato intrattenitore, conscio dei limiti oggettivi della serata, ma abile nell’ottenere il massimo dalla sua fucina di suoni sintetici. Someone Great è sempre quell’elegante sospensione punk funk, che traghetta la platea ondeggiante, che non smette un attimo di seguire i dettami del centro di comando di Murphy e Co., verso la conclusione. Non prima che Whang omaggi morbida Nile Rodgers e gli Chic, in una seducente I Want Your Love, sotto la protezione luccicante della sfera specchiata. Quando il funk mette da parte il punk, e riscopre i bassi slappati. “Non andate via, ne facciamo ancora due ma dobbiamo andare a pisciare” per dissacrare anche il rito dell’encore. Emotional Haircut e Dance Yrself Clean introducono l’inevitabile conclusione corale di All My Friends (alla fine la Heroes di LCD Soundsystem, dove all’eroismo decadente si sostituisce la privata paura d’invecchiare), con gli zombi, gli scheletri, gli eroi della pop culture, che ballano insieme, come fosse l’ultima volta. È il regalo di Murphy a un pubblico che ha sfidato clima e tradizione per essere comunque con lui, in un serata spettrale. “Where are your friends tonight?” Tutti qui, con lui.