(foto di Mauro Fenoglio)

di Mauro Fenoglio

Scriviamo queste righe mentre la fredda cronaca sancisce probabilmente la parola fine all’avventura Brand New, reduci da quello che potrebbe essere il loro ultimo concerto, con ancora negli occhi l’intensità della performance. Il 13 Novembre di quest’anno, Nicole Elizabeth Garey, oggi trentenne, ha reso pubblico che Jesse Lacey (cantante e autore principale dei Brand New) le ha ripetutamente chiesto foto di lei nuda via mail. Tutto ha avuto inizio, quando lui aveva 24 anni e lei 15. Un’altra donna, Emily Driskill ha confermato un racconto simile, aggiungendo i dettagli di un incontro sessuale forzato, nel backstage di un concerto del gruppo. Sono seguite dichiarazioni di scuse ufficiali da parte di Lacey e la cancellazione dell’ultima manciata di date in Inghilterra, senza ulteriori spiegazioni, come nello stile dell’autore. Poco da aggiungere, se non ancora l’amarezza per esistenze segnate dai demoni di una persona incapace di venire a patti con la normalità dei rapporti, almeno nell’immediato. Ci viene in mente la controversa serie TV 13 (13 Reasons Why, titolo originale). L’adolescente Hannah Baker lascia 13 audiocassette, in cui spiega le singole ragioni che l’hanno portata a togliersi la vita. Amici, conoscenti e persone che Hannah ritiene siano coinvolte, nel bene e nel male, lungo il percorso finale della sua esistenza, ascolteranno come una serie di eventi, ognuno di per sé non definitivo, l’abbiano portata a farla finita. Nessuna possibilità di replica, di correzione di rotta, di salvezza. Solo una serie di sfortunati eventi che, presi uno per uno, avrebbero potuto essere solo scarti del cuore in un tormentato percorso di crescita, ma che presi nel loro insieme, in quel momento, per Hannah Baker dagli occhi liquidi e tristi, hanno significato una triste sceneggiatura quasi già scritta.
Jesse Lacey, cresciuto a Long Island (NY) nella normalità di una famiglia d’osservanza cristiana, non ha mai dato troppe spiegazioni ai suoi scarti del cuore. Da 17 anni espone i suoi turbamenti nella musica della sua creatura Brand New. Pochissime interviste concesse per spiegare testi o ragioni; un’esistenza artistica che si specchia, senza filtri, nei suoi abissi esistenziali. Senza possibilità di capire se lui sia Hannah Baker oppure uno dei suoi carnefici. La rabbia del post hardcore e la sensibilità a fior di pelle dell’emo, sono i veicoli per la cronaca di un’ordinaria (e non sempre condivisibile, come abbiamo avuto modo di capire il 13 Novembre) difficoltà del vivere. Dagli scazzi con il sodale John Nolan (nei Taking Back Sunday, prima band di Lacey) ai tempi del liceo, passando per le lunghe sedute dallo psicologo, il più che sospetto bipolarismo, la difficolta nello scendere a patti con i dettami della fede imposta dai genitori. Fino alla nascita della prima figlia, Bowie, l’anno scorso. Forse un punto d’approdo per sconfiggere i propri demoni? Cosi speriamo ancora. Tutta una serie di piccoli eventi, ognuno di per se non definitivo, come per uno dei protagonisti delle 13 cassette di Hannah Baker, senza mai chiarire da che parte stia. Lacey attraversa la sua vita, lungo la rabbia contenuta a fatica di cinque album, come fossero un diario a cuore aperto, nel bene e nel male.

Senza mai spiegare di più, Lacey e soci hanno annunciato che il nuovo album Science Fiction, uscito quest’anno, a distanza di ben otto anni dal precedente, è la fine del loro viaggio. In futuro Lacey avrebbe voluto fare l’insegnante, di certo gli auguriamo almeno di rappacificarsi con se stesso. Cosi come non è chiaro cos’abbia fatto in questi ultimi otto anni fra il quarto e il quinto album. Probabilmente pieni di sfortunati eventi, scarti del cuore, crisi irrisolte e ordinaria difficoltà del vivere. Tutte le sue ansie nei testi delle canzoni. Tanto basta, a chi li ha mandati a memoria fino a qui, come fossero un’ancora di salvezza esistenziale non negoziabile.

La Bomb Factory è un ex magazzino, utilizzato per produrre bombe durante la seconda guerra mondiale, che può ospitare fino a 4.300 anime nei suoi larghi spazi industriali. Incastonata fra i vicoli di Deep Ellum, quartiere che dagli anni novanta mantiene viva la fiamma alternativa di una città texana, altrimenti regalata al capitalismo più corporativo. Per l’ultimo concerto in terra americana della band di New York (forse l’ultimo di sempre), l’ex fabbrica bellica regala il tutto esaurito a un esercito di fan appassionati, pronti ad urlare tutti i testi, dal primo all’ultimo verso. Studenti all’ultimo anno di liceo o già all’università, muniti di felpa col cappuccio (tratto estetico dei componenti della band) o di cuffia di lana, irrinunciabile espediente, appena in Texas la temperatura tenta di diventare autunnale. Il culto dei Brand New, veri capofila della seconda generazione emo americana, è assimilabile a quello di gruppi affini, che hanno sviluppato la propria carriera in equilibrio fra origini indie e velleità di maggior esposizione, con un seguito comunque di nicchia ma affezionatissimo. Ma mentre Modest Mouse e Death Cab For Cutie hanno visto la loro ispirazione diluirsi inesorabilmente negli anni, il quinto album dei Brand New rappresenta il loro zenith creativo. Forse il miglior modo possibile di dire addio come band.

Una griglia metallica verticale cala davanti a sei musicisti sul palco, a inizio concerto. Solo piccoli led illuminano la scena. La registrazione asettica e descrittiva di 400 ore di sedute psichiatriche introduce Lit Me Up, oscura apertura quasi terapeutica del nuovo album, dove Lacey mette a nudo le turbe non riconciliate della sua psiche, fra ritmiche funebri e chitarre scure. La griglia rimane a dividere il palco dagli spettatori, quasi a mutuare il concetto di incomunicabilità, fino alla prima esplosione in comunione di Out of Mana. I quattro componenti della band sono accompagnati da un secondo batterista e dall’amico di sempre Kevin Devine, cantautore alternativo di NY, alla seconda chitarra. Devine si amalgama alla perfezione alle dinamiche del gruppo, saltando sul palco, durante tutta la scaletta e dialogando al meglio con il primo chitarrista Vinnie Accardi, vero elemento scenografico aggiunto, con le sue sciabolate aeree e virtuosismi hardcore. Lungo gli episodi più accesi (da Can’t Get It Out a Okay I Believe You, but My Tommy Gun Don’t) la risposta dei fan è assolutamente trascinante. La folla urla a memoria tutti i testi e s’aggrappa a quelle parole quasi fossero l’unica possibilità di redenzione da una vita altrimenti priva di comprensione, spingendosi a ondate verso il palco, con passione fisica e calore. Il set ha un contenuto scenografico molto più sofisticato rispetto al passato, con immagini e istallazioni che seguono lo sviluppo dei singoli pezzi, in una costruzione molto vicina ai Radiohead.

Le nubi scure e la foresta di In the Water o le immagini belliche d’archivio che accompagnano l’elegia anti nucleare di 137. E la resa strumentale è quella di una band coesa, matura, potente e assolutamente padrona dei propri mezzi. L’entusiasmo con cui i fan ripagano è commovente, e le parole sofferte di Lacey vengono urlate al cielo da tutti, siano quelle ben note da Deja Entendu (secondo album che prende la parte centrale del concerto) o appena assorbite dalla bellissima e smithsiana Same Logic / Teeth, dal nuovo album. Lacey si affida ad un microfono ironicamente adornato da fiori, per ritentare (probabilmente per l’ultima volta) di rendere il suo linguaggio rock, una faccenda generazionale, fisica e dolorosa. S’illuminano cuori e luci per Jesus Christ (dal sofferto quarto album) dove Lacey mette ancora una volta a nudo i suoi dubbi di fede, per dare poi ancora spazio alla discesa della griglia metallica. You Won’t Know e una monumentale versione di Sowing Season sono le ultime ragioni personali urlate di una band che mancherà a molti, per quello che ha fatto fino a qui. Southern Comfort, amaretto e limone (la ricetta di un cocktail molto popolare fra la popolazione studentesca americana) sono il commiato acustico di Soco Amaretto Lime, con Lacey da solo alla chitarra acustica, che non lascia indizi su quanto succederà in futuro a una platea di appassionati stremati e afoni. Saranno la solita serie di sfortunati eventi, quella girandola di minimi scarti del cuore, o le novità che scopriremo dopo qualche settimana, a determinare i destini di Jesse Lacey e i suoi Brand New.
Guardando la gente lasciare esausta e ordinata la sala oramai silenziosa, viene da chiedersi quante potenziali Hannah Baker abbiano urlato insieme a Jesse in quest’ultima ora e mezza, tutte quelle parole imparate a memoria in lunghi pomeriggi o notti insonni. Una per una, come fossero un amuleto, per cercare di trovare una ragione qualsiasi al loro posto nel mondo. Quanto si sentiranno defraudate, quando l’inesorabilità dei mali dell’uomo prenderà il centro del palcoscenico, lasciato vuoto dall’artista. Probabilmente, non troveremo mai risposta. Non possiamo che augurare a Jesse Lacey di trovare finalmente pace con se stesso.