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di Francesco Vignani

Prova e riprova, al terzo anno Todays incappa in quella che potrebbe essere la sua conformazione ideale. I nomi di punta convergono tutti nel tradizionale recinto del cortile dello Spazio 211, ad esempio: e la concentrazione di energie (o risorse economiche che dir si voglia) rafforza il clima da festival, con una parte notturna divisa fra l’ex fabbrica Incet e il parco Peccei priva di nomi di enorme richiamo ma ricercatissima, Byetone e Roly Porter su tutti.

Scontato era il fatto che il nome in grado di accelerare le prevendite fosse quello di PJ Harvey il venerdì sera: la buona Polly potrebbe portare in giro questo show per anni e aggiungere ogni sera una tacca sul muretto dei soldout, a sondare le reazioni in giro per il globo. E infatti – rispetto al primo giro del 2016 – le differenze sono minime. Parte del leone sempre affidata a Let England Shake e The Hope Six Demolition Project, un po’ più del primo a bilanciare la scaletta, e qua e là scampoli di quello che la signora probabilmente considera un greatest hits, se alle solite 50ft Queenie, Down By The Water e To Bring You My Love si aggiungono Shame (da Uh Huh Her, il suo lavoro meno riuscito, giusto per intenderci) e White Chalk. Identica poi la band, a metà fra il dream team e il monito alle inseguitrici che negli anni hanno cercato con pochi risultati di invaderle il campo: Mick Harvey, John Parish e James Johnston così come i nostrani Alessandro “Asso” Stefana e Enrico Gabrielli. Merita un secondo giro in platea? Sì, in buona sostanza: lo spettacolo che un anno e più fa pareva sbilanciato su cadenze da teatro piano piano si è scoperto un fisico da festival, ad esempio, con arrangiamenti più gonfi e un po’ di quella sporcizia – The Words That Maketh Murder su tutte – prima sconosciuta e ora regimentata da mesi e mesi di affinamento serale. Così come è lampante che la signora vocalmente sia all’apice della carriera, ma in mezzo a tanta perfezione qualche riserva persiste. Spettacolo suonato come nulla in giro e visivamente potentissimo ma anche qua e là con qualche punta di narcisismo, di quello che non concede al pubblico altre chiavi di accesso se non quelle imposte manu militari dalla quarantasettenne britannica. O, a volere usare un paragone magari vecchio e scontato, se il Nick Cave a cui ha rubato pezzi di band sale sul palco per prendersi (anche e spesso) fisicamente il pubblico, lei preferisce ignorarlo: effetto sicuramente voluto, e in platea ci si strappa le mani. Ma chi la ricorda agli esordi resta con la sensazione che la ragazza dei Novanta avrebbe preferito trovarsi sotto il palco di una Kate Tempest qualunque e tornare a casa con due dubbi in più, piuttosto che immersa in certi attimi di puro tripudio di forma.

Così chi cerca un po’ di empatia – pochi, vista la fuga in massa dal festival di un pubblico sempre più abbonato all’usato garantito – proverebbe a cercarla in Mac DeMarco, non fosse che la serata racconta cosa capita quando il ragazzo canadese è in giornata storta. O, stando ai gossip serali, in preda a dei postumi devastanti: chi scrive lo ricorda fare versioni acustiche di Enter Sandman con la fidanzata sulle spalle o fare gag da querela su una notamarcadibirraolandese su un palco griffato da una notamarcadibirraolandese, ad esempio. Ma problemi coi suoni, difficoltà a entrare in partita e una scaletta buttata un po’ a casaccio – formidabile, quella sì, la cover jazzata del classico della house da classifica Gypsy Woman (She’s Homeless) lo costringono a gestire una serata tutta in salita e di raro mutismo: autore e interprete restano indiscutibili ma per una volta quegli arrangiamenti anni Settanta su cui batterebbe i piedi anche l’enorme contingente di polizia dispiegato nell’area, solo a momenti lasciano entrare la parte di pubblico non composta da quei ventenni che giustamente lo adorano.

Perfume Genius - Todays2017 - Torino

Così che, quanto a strane coppie, convince fino in fondo quella del sabato, introdotta da quel Mike Hadreas aka Perfume Genius che pochissimi ricordano appena un lustro fa sullo stesso palco e sotto il sole del pomeriggio, con un fisico da scricciolo e una cover di Heart of Gold di Neil Young ancora indimenticabile. Per metà un trionfo, per metà una storia di riscatto (da violenza, omofobia e droghe) ancora in buona parte da scrivere, visto come in troppi ancora ignorino il suo pop trionfale eppure intimo, su disco come su palco. Uno in grado di coventrizzare a parole un imbecille inglese ancora imbambolato dalla lad culture nella prima fila così come di superarsi in una Die 4 You ancora più fragile e trasparente che su disco, tanto per ribadire la misura della crescita artistica dell’autore di Seattle. Il festival se lo prende lui, e per distacco, anche se davvero nulla si può rimproverare a Richard Ashcroft, soprattutto perché – se lo show è di pura nostalgia verviana, con pochissimo ad arrivare dagli ultimi lavori – almeno finge benissimo. Bastano cinque minuti e Sonnet per vederlo in ginocchio sul palco manco l’avesse scritta ieri, il chitarrista al fianco pare rimasto ibernato dentro il solo di Champagne Supernova degli Oasis e al merchandising si vendono magliette con i testi di Bittersweet Simphony e The Drugs Don’t Work, pezzi che ovviamente chiudono i bis. Solo che di patetico c’è nulla per una volta, e – se non se ne può più di certi carrozzoni – qui almeno per lunghi tratti lo spettacolo è spassoso e godibilissimo. Pensate a lui la prossima volta che andate a vedere il Noel Gallagher di turno pronto ad ammorbarvi per un’ora con i suoi freschissimi dischi solisti.

Richard Ashcroft - Todaysfestival2017 - Torino

È la domenica con la sua struttura a triplo headliner a essere la giornata giornalisticamente più stimolante, probabilmente, visto il suo concedersi a riflessioni attorno allo stato di salute dell’indie rock d’oltreoceano. Partendo da quelli che ci rientrano soprattutto per convenzione, ovvero quei Timber Timbre di cui a forza di aspettare l’esplosione siamo invecchiati: e i motivi li spiega il live, prima ancora di quel Sincerely, Future Pollution ancora fresco di stampa. Sempre più che ottimi sul palco, per carità: geometrici e solidi nei momenti fra il post e il funk, suadenti in quelli in cui le tastiere aprono a soluzioni da Arcade Fire wavers e mai meno che coltissimi nel tracciare le linee fra i due momenti. Il guaio semmai sta in una capacità – in primis nelle partiture jazz del sassofono o nelle puntate prog – di complicarsi la vita assolutamente fuori da comune. Non che sia un male, anzi, figuriamoci poi nei momenti che rimandano a una versione leggermente più solare dei Piano Magic: resta solo da sperare non facciano la stessa fine.

Il punto interrogativo più grosso resta quello relativo agli Shins alla prima in assoluto in Italia, e mica solo perché lo stesso segno di interpunzione compare sulla maglietta del loro frontman. Quanto invece perché il rimpianto resta quello di non aver visto prima James Mercer e soci in modo da poter fare un confronto circostanziato: sentire la Caring Is Creepy messa in apertura nel 2001 doveva avere altro legame col momento storico, per cominciare. Proprio come altri classici di una scaletta che se ne è fatta mancare oggettivamente pochi, non fosse che la sensazione di un materiale sfiorito precocemente spesso si fa netta, prima e più ancora di certi passaggi da stadium rock del finale. E sfugge il senso di una band a tre chitarre, basso, batteria e tastiera se nessuno appoggia il povero Mercer nei passaggi vocali più complessi; in decoroso ma sempre più rapido declino.

Quello che cercano di evitare i Band Of Horses, anche loro non più all’apice della forma creativa ma scafati quanto basta da accorgersene. Così che il live conferma una corsa non tanto sui colleghi quanto sugli anni che passano, quasi l’obiettivo fosse quello di rendere il gruppo un brand di lungo periodo. Dei Grateful Dead indie, magari, nel rispetto dei canoni estetici del genere e con una continuità che prescinde dagli innumerevoli cambi di formazione: qualche punta di aggressività in più raspa via la polvere dalle (perfette) linee vocali di Ben Bridwell, in mezzo ballate come No One’s Gonna Love You ricordano come il gruppo sapesse scrivere come pochi e alla fine ovviamente Funeral riporta tutto a casa. Luci accese e dall’impianto parte Loser di Beck, e un pensiero a quanto è cambiato (o si è istituzionalizzato o imborghesito, fate voi) l’indie in questo quarto di secolo è inevitabile.


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