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brookton3

(In)Contro: Addizioni. Sovrapposizioni. Manipolazioni. Ibridazioni. Alchimie. Mescolanze di “stili corrotti per formare collage creativi”. Benvenuti nell’era del mash-up pacifista. Benvenuti nella definizione di nuovi scenari. Da esplorare con le orecchie aperte.

di Letizia Bognanni e Daniela Liucci

 

STRAIGHT OUTTA BROOKTON

Dove

Non chiamatela Gentrification. Il processo che ha portato Brookton a diventare il nuovo place to be è un caso pressoché unico, raccontano gli autoctoni, che ci tengono a non essere scambiati per degli hipster qualsiasi arrivati dalla provincia per costruirsi un finto paradiso di appartamenti postindustriali e caffetterie bio. Prima di tutto, perché il novanta per cento dei “new brooktonian” non sono nuovi per niente, essendo nati e cresciuti proprio qui, in questo quartiere fino a qualche anno fa dimenticato da dio e soprattutto dalla legge. Autoctoni davvero, che hanno provato – e ci sono riusciti – a cambiare la casa invece di cambiare casa. Non che adesso si possano lasciare le chiavi attaccate alla porta, sia chiaro. È un dato di fatto però la diminuzione del tasso di criminalità negli ultimi cinque anni, di pari passo con l’aumento del tasso di istruzione, dei lavori creativi e dell’apertura di luoghi dove c’è più musica che scazzottate. Anche se di solito è musica che parla di scazzottate. Per esempio, le canzoni dei musical della compagnia stabile del Martin Luther King Amphitheatre. Oppure il freestyle delle infuocate battle che si tengono ogni mercoledì e sabato al Greenleaf Bowl. O ancora i concerti senza palco, con la band di turno che suona in mezzo al pubblico sulla halfpipe della Skate Hall. Ma visto che non di sola musica vivono i brooktonian (e i turisti che sempre più numerosi si mescolano alla fauna locale) vale la pena fare un salto al Doo’s Candy Store, lo strip club vegano, anche se qui il rischio hipsteria si fa alto. Per lo shopping, tutti allo Swapten Indoor, centro commerciale che, avverte un cartello all’ingresso, ha detto no alle multinazionali e alla vendita delle armi, preferendo concedere i suoi locali al prezzo di un affitto simbolico ad attività e marchi local. Per finire, vietato andarsene senza aver visitato The Bell Court, ex carcere di massima sicurezza, poi rifugio per tossici e disperati, adesso comprensorio di piccole gallerie d’arte e appartamenti da cui nessuno ha rimosso le sbarre alle finestre. Perché qui nessuno vuole cancellare il passato, ma usarlo per costruire il futuro.

Chi

Take the motherfuckin stand / Now drop yourself with no concern”. È scritto a caratteri cubitali al neon su una parete di mattoni color lavagna, tra scaffali pieni di vinili. Non abbiate paura di lasciarvi andare. Dopo aver detto a tutti le cose come stanno, of course. Il Doo’s Candy Store vi accoglie a braccia aperte. Come la Statua della Libertà. Che siate trionfatori o reietti. Basta solo ricordare una regola: l’unica arma ammessa, anzi richiesta, è uno strumento a corda. Aveva corso un rischio André Malone, leader degli storici Dr. Radio, collettivo “padre” dell’indie rop, quando si era rifiutato di vendere quel seminterrato con annesso piano terra, ereditato dalla nonna, per portare avanti una filosofia. Per creare una fucina artistica destinata a cambiare la fisionomia di un quartiere, in cui i termini gentrificazione e globalizzazione sono solo l’eco dell’accento “forestiero” di turisti musicofili. Venuti a conoscere il santuario, lo strip-club vegano, diventato culla di un genere che scoppia come un’esigenza sociale, si evolve, fa profitto e diventa marketing e senza mai apparentemente perdere in spontaneità. Lì, tra spogliarelliste in bikini in fibre maturali, moneta corrente stampata su carta riciclata, vodka eco-friendly e riff lancinanti affogati da beatbox, André scrisse il Manifesto del rop, e con l’aiuto del visionario EazySmith, amico e poi fondatore dei “cugini” DIWA (prima di andare incontro al suo tragico destino), fondò la Captured Row, label da cui nacquero la psichedelia green e sincopata dei Doggy Bear, le atmosferiche urla di rottura lo-fi degli Ice Fossil, le provocazioni alt-noise che si fanno hit del compianto Par-Q-Nate, la darkwave-hip hop degli HiCylum, la psichedelia-hop di Coolsayer. Li chiamano gampster, per quel mix di violento understatement tramutato in marchio di fabbrica, per l’esibizione di potere conquistato affidata quasi sempre solo alle parole e alle chitarre, ma più che fenomeno passeggero sono rimasti una comunità a se stante, una comune di artisti sempre in attività e in evoluzione. Come dimostra la loro attuale portavoce, Vivian Shakur. Con quel basso imbracciato a mo’ di .38. sembra aver raggiunto il suo scopo nella vita: creare la sua girl gang, ispolverare i vestitini a fiori della nonna, mandare in pensione l’estetica cholo (pur conservando le bandane che coprono il frangettone) che impoverisce ogni messaggio e… dimostrare al mondo che i veri gampster sono (anche) donne.

Playlist

The sounds of Brooklyn
Beach Fossils – Generational Synthetic da Clash The Truth (Captured Tracks, 2013)
DIIV – Blue Boredom (with Sky Ferreira) da Is The Is Are (Captured Tracks, 2016)
Grizzly Bear – Central And Remote da Yellow House (Warp, 2006)
Light Asylum – Heart of Dust da Light Asylum (Caroline, 2014)
Parquet Courts – Pretty Machines da Content Nausea (Rough Trade, 2014)
TV On The Radio – Golden Age da Dear Science (Interscope, 2008)
Vivian Girls – Tell The World da Vivian Girls (In The Red, 2008)
Yeasayer – Strange Reunions da da Odd Blood (Secretly Canadian, 2010)

The sounds of Compton
Dr. Dre – Nuthin’ But a “G” Thang (Feat. Snoop Dogg) da The Chronic (Death Row, 1992
Ice Cube – When Will They Shoot? da The Predator (Priority Records, 1992)
N.W.A. – Fuck Tha Police da Straight Outta Compton (Ruthless, 1988)
Coolio – Gangsta’s Paradise da Gangsta’s Paradise (Tommy Boy Records, 1995)
Hi-C – Sitting In The Park da Skanless (Hollywood, 1991)
Snoop Doggy Dogg – Serial Killa (feat. The D.O.C., Tha Dogg Pund, RBX) da Doggystyle (Death Row, 1993)
2pac – I Don’t Give A Fuck da 2Pacalypse Now (Interscope, 1991)
Nate Dogg – Hardest Man In Town da Ghetto Preacher (K-Town Records, 1999)

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