charlemagne

testo e foto (tranne dove indicato) di Federico Sardo

Si è conclusa anche la terza edizione di Terraforma, la tre giorni di musica (con possibilità di campeggio) a contatto con la natura nel bosco di Villa Arconati, alle porte di Milano. Se è vero che a fare funzionare Terraforma è sicuramente più l’ambiente che le specifiche della line up, non bisogna però sottovalutare l’impegno e la raffinatezza nella costruzione di un programma coerente e di grande qualità.

Il venerdì si parte alle nove di sera con un concerto per solo piano di un mostro sacro come Charlemagne Palestine. Lo strumento è posizionato al centro di un prato che lascia come sfondo la villa e il tramonto, per un effetto bellissimo e un’introduzione perfetta a tutta la rassegna. Tocca poi all’inaugurazione di una delle novità di questa edizione, cioè il “secondo palco”, o meglio l’area dancehall. C’è infatti un grosso impianto tipo quello dei sound system giamaicani, ideale per i momenti più danzanti e comunitari, con la console a livello terra. A battezzarlo sono Rabih Beaini e il regista Vincent Moon con un progetto audiovideo in cui Rabih manipola e sonorizza video del secondo, di ispirazione tradizionale africana. Ci si sposta poi verso il palco principale, quello storico con l’impressionante struttura di legno, per il live di Biosphere. Nel buio, seduti per terra, è un momento di grande suggestione, anche se purtroppo i volumi sono molto bassi e il set di un’ora molto scarsa avrebbe potuto durare tranquillamente un po’ di più.

Quel po’ di più che poteva tagliare Helena Hauff: il suo dj set è infatti molto buono e coinvolgente – il pubblico giunti a quel punto della serata non vedeva l’ora di ballare – ma forse tirato un po’ troppo per le lunghe (superando le due ore) e non sempre chiaro nella sua direzione. La prima giornata è poi chiusa da Donato Dozzy. Un musicista che stimiamo tantissimo ma che, forse, nei suoi dj set si sta un po’ adagiando su un formato “sicuro”, consapevole del fatto che funziona e che piace al pubblico. Se su disco sta proponendo tante cose molto diverse e di grande valore (il Live at Maxxi dei Voices From the Lake, molto diverso dall’album uscito con la stessa sigla, è per chi scrive uno dei dischi più belli degli ultimi anni), forse il Terraforma – dove ormai è di casa – potrebbe anche per la sua natura sperimentale essere il posto dove portarle dal vivo. Certo non in uno slot come quello all’una del venerdì notte, dove funziona bene quella techno dritta e raffinata che, pur facendo sicuramente il suo sporco lavoro, dopo molti anni fatica un po’ a coinvolgermi.

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Biosphere

Il sabato mattina si apre con un DJ set di Claudio Fabrianesi e poi con la prima parte di Gancio Cielo di Francesco Cavaliere in area dancehall, che sarà seguita poi, più tardi, dalla seconda parte sul palco principale.
È una bella scommessa: un ascoltatore casuale che si trovasse al Terraforma nel mezzo di un DJ set techno, anche non conoscendo magari l’artista, saprebbe comunque benissimo a che cosa sta assistendo, e avrebbe comunque ben chiari tutti i riferimenti necessari per apprezzare la proposta. La cosa non è così scontata per quanto riguarda il lavoro di Cavaliere, costituito da veri e propri racconti sonori, recitati e coadiuvati da effetti e suoni strani.

Dedicare addirittura non uno ma due spazi in scaletta a una proposta del genere può sembrare sicuramente una scelta azzardata, e ci vuole un certo coraggio e una certa fiducia nel proprio pubblico da parte dell’organizzazione. La scelta si può però considerare riuscita se il primo set (caratterizzato purtroppo da un piccolo intoppo tecnico: il sound system alla giamaicana funziona in mono, e questo taglia un po’ degli effetti e delle spazializzazioni dell’artista) richiama sempre più gente nel corso della sua durata. Molti, uscendo dal campeggio si fermano ad ascoltare, finché si forma una vera folla, incredibilmente attenta, che regala un applauso finale molto sentito e non troppo prevedibile.

In mezzo alle due parti di Cavaliere c’è il primo set della giornata sul palco principale ed è il DJ set di Healing Force Project: molto black, molto tendente a uno space jazz creativo e libero ma di piacevole ascolto, non troppo dissonante, che vira anche verso momenti estatici (addirittura con Laraaji). Una buona colonna sonora per una prima parte del pomeriggio da trascorrere sdraiati sul prato. Dopo la seconda parte di Cavaliere e all’inizio del set di Dynamo Dreesen però accade quello che sconvolgerà un po’ la giornata: si scatena un tremendo acquazzone che costringe la musica a fermarsi e i partecipanti a rifugiarsi sotto teloni, tende e varie coperture improvvisate. Ma fortunatamente dopo un paio d’ore la pioggia finisce e si ricomincia.

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Primitive Art

Gli headliner del sabato notte sono Lee Gamble seguito da Atom & Tobias. Se i secondi propongono il loro set molto minimale e potente, senza grandi sorprese, dritto al punto, per appassionati del genere ma con un suono più originale di quanto mi aspettassi, è invece il set di Lee Gamble ad avere poi scatenato qualche discussione, generalmente dividendo i commentatori in chi lo ha amato e chi lo ha odiato ritenendolo presuntuoso e inadatto alla posizione in scaletta. Se è vero che si è trattato di un set non facile, fatto di cambi improvvisi e di mixaggi davvero poco ortodossi, per quanto mi riguarda è stato anche molto bello: massiccio e potente, e sicuramente figlio di una visione personale e di un’idea precisa. Anche il pubblico non è sembrato eccessivamente deluso: avrà fatto fatica in certi momenti a seguire il flusso (volutamente frammentario ed epilettico) ma è sempre rimasto abbastanza coinvolto e comunque rispettoso.

La domenica mattina si apre in area dancehall con due ore di Tropical Disco Sound System, seguite da una selezione dub/reggae ad opera di Simone Trabucchi (ora in giro a nome Still) molto riuscita e piena di vocal, con qualche effetto live. A seguire Beatrice Dillon che, partendo da territori similari, contamina il suono in direzioni sempre più elettroniche ed eclettiche per uno dei set più riusciti del festival. Ci si sposta poi sul palco principale per Adrian Sherwood. Se è vero che il maestro è il maestro, e che certi tocchi di classe li infila, dopo svariate ore di suoni giamaicanisi comincia forse ad avere voglia di qualcosa di diverso, e non aiutano certe scelte che davvero fanno pensare di essere capitati al Rototom Sunsplash (insomma, Manu Chao si poteva anche evitare).

È poi il turno di Paquita Gordon, vera e propria resident di Terraforma. Introduce il set con la colonna sonora di Twin Peaks e un lungo crescendo atmosferico, per fare poi prevalere il versante più soul e ballabile delle sue selezioni: dopo i set precedenti questo cambio ha un grande effetto sul pubblico, anche se poi la DJ milanese comincia a spingere molto sul versante di quelli che normalmente vengono considerati “pezzi da chiusura”, tra cui Come Together dei Beatles e il Bolero di Ravel. Il pubblico è molto divertito, anche se contiamo pure qualche naso storto: possiamo considerare il suo set figlio di una visione radicalmente opposta a quella di Lee Gamble, due versanti estremi – da un lato un set volutamente respingente e dall’altro uno che ha come principale intento quello di fare divertire la gente anche a costo di fare scelte poco apprezzabili dai palati più difficili. Direi però che entrambe le selezioni riescono a inserirsi bene nell’anima poliedrica di Terraforma, non risultando mai fuori luogo in un festival a cavallo tra puro divertimento e scelte più sperimentali, rappresentandone anzi le due facce.

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L’uscita dal festival [foto di Philip di Salvo]

A chiudere i giochi il live dei Primitive Art, sempre più tra i migliori act che si possano vedere in giro. Se il nuovo live set, già visto in apertura a Oneohtrix Point Never qualche tempo fa, aveva già esaltato gli animi ma ci aveva impiegato più tempo a crescere, questa versione un po’ più compatta arriva prima al punto e, tra quantitativi di fumo sparato paragonabili a quelli richiesti da The Bug, sviluppa sonorità precise e potenti, coinvolgendo gli astanti in un’atmosfera da altra dimensione, per uno dei migliori set del festival.

Nell’uscire, prima di prendere la via del “corridoio” nel bosco, quest’anno per la prima volta illuminato da una serie di triangoli luminosi che sicuramente avrete visto su Instagram, c’è ancora il tempo per la performance organizzata da Buka che consiste in una rappresentazione live di Erratic di Feldermelder: in mezzo a un’installazione di sbarre luminose nel buio più totale, una serie di giochi di luce sulla colonna sonora di un’elettronica autechriana.
Seduti per terra ad ammirare queste evoluzioni luminose non si può che pensare che questa sia tornata ad essere una grandissima edizione di Terraforma (dopo che le condizioni climatiche avverse avevano un po’ boicottato la riuscita di quella precedente): un festival che ha saputo conquistarsi un posto nel cuore di tutti gli appassionati di musica, ma non solo. Perché davvero non è certo la sola line up il punto forte di Terraforma, quanto tutto quello che la circonda, dall’atmosfera alle facce dei presenti.

Se tre anni fa l’idea di un festival di una certa ambizione, di queste dimensioni e di questa portata costruito senza grossi nomi, senza veri headliner, senza strizzate d’occhio o scelte particolarmente popolari poteva sembrare una scommessa azzardata, dopo questa edizione che ha visto più di tremila presenze – il 40% delle quali dall’estero – e a giudicare da quanto si poteva vedere anche tutte piuttosto soddisfatte, possiamo ormai dire che si è trattato di una scommessa vinta. Vinta proponendo qualcosa di unico, ma che speriamo possa servire da esempio per altre scommesse analoghe – non nasconderemo che l’ultimo giorno è capitato a più riprese di pensare più o meno ad alta voce “ma perché non c’è qualcosa del genere tutte le domeniche?”.