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di Nicholas David Altea

È abbastanza facile accorgersi quando una band arriva a un livello in cui la parola underground tende a starle stretta. Lo si nota da tanti fattori: dalle collaborazioni che il frontman inizia ad instaurare, da chi fa le tue cover (vedi Rihanna qua sotto), dal pubblico sempre più impaziente e in ansia prima di un live, dall’attesa quasi spasmodica verso un nuovo lavoro. E anche dalle critiche per quel nuovo lavoro. E perché no, da quel senso di tradimento che alcuni nostalgici provano sentendosi ingannati da chi prima era una grossa e immutabile certezza ed ora una semplice band che non piace più. Non può mancare il classico: “Era meglio l’EP” o “Era meglio il primo album”.

Lonerism (2012), secondo episodio lungo degli australiani Tame Impala, aveva definitivamente riaperto gli occhi al ritorno della psichedelia. Chiamatela neo-psichedelia, o come volete. Quella è, con qualche contaminazione in più e qualche abuso di esercizi di stile “ruminati” e reinterpretati. E poi c’è lei: l’Australia, riscoperta sentendosi un po’ tutti novelli James Cook, rivitalizzata dai Pond e dai King Gizzard & the Lizard Wizard, anche loro entrati perfettamente in scia con sviluppi sonori diversi ma intenzioni psicotiche abbastanza simili. Gli UK non sono stati a guardare e hanno rialzato la testa (in parte) con i Toy – che viravano verso derive più shoegaze – e i Temples maggiormente legati ad avventure pop psichedeliche. Chi aveva avuto l’occasione di vedere i Tame Impala dal vivo nel tour del secondo album, aveva probabilmente sofferto durante il live di qualche effetto soporifero. Ottima resa dal punto di vista sonoro ma a tratti dispersiva e poco focalizzata. Un po’ come il seppur buono Lonerism, che troppo si divertiva con i propri eclettismi, perdendo un po’ di vista la forma canzone.

I sentori che qualcosa stava cambiando si erano percepiti circa sette mesi prima dall’ultimo album Currents. Daffodils, brano collaborativo con il producer Mark Ronson, scritto da Kevin Parker e Michael Chabon, era la chiara trasposizione dell’evoluzione che l’australiano aveva in mente. Naturalmente più funk, per entrare in sintonia all’interno del disco di Ronson (Uptown Special), ma con intuizioni fortemente psichedeliche, asciutte e pop al punto giusto. Se Lonerism li ha spinti in alto, Currents gli ha fatto distendere le ali facendoci vedere la reale apertura alare della band, tirando fuori la loro vena pop, gli anni ’80, i synth spaziali e fluidi, senza paura di volare vicino al sole. Kevin ne ha sempre parlato del suo processo artistico/evolutivo e lo ha fortemente voluto, non solo col titolo del disco che significa semplicemente “Correnti” o con la quarta traccia Yes, I’m Changing. Un qualcosa che è cresciuto e si è sviluppato, anche grazie alla produzione, di cui lui non può fare a meno e che ha segnato l’ultima fatica della band di Perth, come dichiarato a Electronic Beats:

«Per me, la produzione è parte del processo di scrittura. Sono completamente incapace di scrivere una canzone senza considerare allo stesso tempo come sarebbe prodotta»

E ancora, nell’intervista di un anno fa – che potete trovare nel numero doppio estivo del quale erano la nostra cover story (Luglio/Agosto 2015 – n° 282/283) – KP raccontava a Emanuele Sacchi:

«È difficile per me guardare indietro e ripercorrere vecchi territori, voglio continuare a scoprire, anche in tema di produzione»

Dopo tutti questi passaggi ci siamo ritrovati di fronte un live diverso, senza vuoti o momenti di stanca, con un Kevin Parker sempre più frontman convinto, sicuro e più sciolto sul palco, rigorosamente a piedi nudi, come sempre. Breve intro e poi Nangs per iniziare al Market Sound di Milano. Proiezioni allucinate e coriandoli. Tanti coriandoli su Let It Happen, dove l’elettronica ne è parte integrante senza dover prendere il sopravvento, seguita da Mind Mischief con la chitarra che torna in spalla a KP. Non tralasciano i brani dell’esordio: c’è Why Won’t You Make Up Your Mind?più avanti troveremo anche Alter Ego. Julien Barbagallo alle pelli si esalta su Elephant, con annesso assolo in chiusura di pezzo e pubblico esaltato. Daffodils aggiunge il giusto groove, e non verrebbe nemmeno da pensarla come una cover, o meglio, un brano non concepito per stare in Currents. Eppure splende e luccica nella setlist degli australiani. E siamo anche più fortunati rispetto al Primavera Sounds, dove Eventually prosegue senza inconvenienti tecnici al contrario della data catalana. Grande assente – ormai da quasi due anni non viene più suonata dalla band – è Solitude is a Bliss, singolo che di Innerspeaker ne portò in alto gli ascolti un po’ ovunque. Ma anche Cause I’m a Man non timbra il cartellino nella scaletta. Poco importa, il set regge senza problemi nel suo perfetto equilibrio tra atti psichedelici, pop, 60s e dinamiche cosmiche. Lo spettacolo non scende mai sotto una certa soglia l’attenzione, continuamente stimolati visivamente. Non ci sono serviti i cuscini per addormentarci sopra, per fortuna. In Francia, invece, i cuscini li lanciano. Come segno di approvazione, sia chiaro.

Get showered in cushions by 4000 french people ✔️

Un video pubblicato da Tame Impala (@tame__impala) in data:

Coriandoli (ancora) ed encore con Feels Like We Only Go Backwards e New Person, Same Old Mistakes a chiusura di un live che ha raggiunto livelli altissimi all’interno di un meccanismo quasi impeccabile.  

Tane Impala @ Market Sound, #Milano #milan #TameImpala Un video pubblicato da Rumore (@rumoremag) in data:

Il 17 luglio Currents compirà un anno e possiamo tranquillamente dire che è stato un disco importante per i Tame Impala, sia sul fronte compositivo ma anche sul fronte live, poiché sono arrivati a quel coefficiente pop che gli mancava, senza perdere dosi allucinogene, ma ampliando gli scenari futuristici che sono andati a toccare. I flussi e le correnti hanno funzionato bene, e finalmente quelle infinite spirali psichedeliche sono diventati cerchi chiusi alla perfezione.