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di Francesco Bommartini

Gli Africa Unite sono tornati in grandissimo stile. Provare per credere: il nuovo album, Il punto di partenza, è in free download sul loro sito. Se poi aveste bisogno di ulteriori conferme, quest’estate li potrete sentire in una decina di località. Ma vi ho risparmiato la fatica, andando al concerto che hanno tenuto l’8 maggio al Live di Trezzo sull’Adda. Risultato? Tanta gente, tantissimo divertimento, grande reggae. Certo, sono stati proposti i brani che hanno fatto grande la band. Come no. Ma le nuove canzoni non solo non sfigurano affatto, bensì rilanciano il progetto a vette altissime. La sinergia di musica e testi è così riuscita da far gridare al miracolo. In un nuovo millennio in cui tantissimi hanno ceduto alle lusinghe delle varie figherie proto-tecnologiche, gli Africa Unite rispondono con una grande capacità di scrivere, di comporre. E con un’attenzione nei confronti dei social comunque elevata, tanto che la scelta di licenziare il nuovo album facendolo ascoltare gratuitamente è calibrata. Magari non originalissima, ma non scontata per gente che ha 50 anni (sì, sembra incredibile, non trovate?!). Gli Africa Unite sono un vero e proprio orgoglio italico, in quanto eccellenti interpreti di influenze apparentemente estranee alla nostra cultura, adattate perfettamente alla lingua di Dante. Ma come fa una band nata nel 1981 a mantenere, quasi 35 anni dopo, energia e credibilità? Lo chiedo a Bunna e Madaski.

Perché avete chiamato il vostro ultimo album Il punto di partenza?

BUNNA: Abbiamo deciso di chiamare così questo disco perché abbiamo avuto la percezione che si fosse chiuso un cerchio, esaurito un ciclo. Quando abbiamo cominciato a fare musica si producevano vinili, cassette e poi i CD, ormai tutti questi supporti risultano obsoleti. Per assurdo anche il download è superato. Perché andare ad occupare una parte del tuo hard disk con dei files mentre puoi trovare ed ascoltare tutto on demand? Queste ed altre riflessioni ci hanno portato a pensare che bisognasse trovare delle nuove modalità per proporsi e per proporre la propria musica, di qui la scelta di mettere il disco in free download affinché la musica potesse potenzialmente circolare il più possibile.
MADASKI: Nel 2013 il remake del tour di Babilonia e Poesia, con la formazione originale, ha significato la chiusura di un ciclo. Nel 2015 si riparte con una nuova formazioni, nuovi brani, nuovo tour. Anche dopo così tanti anni sembra di essere agli esordi. Cambia il modo di distribuire il disco, cambiano i personaggi sul palco. Immutata la voglia di proporsi e di salire sul palco.

Il disco è disponibile in download gratuito e lo avete regalato in CD a chi ha partecipato al vostro live al Live Club di Trezzo sull’Adda e all’Hiroshima Mon Amour di Torino. Che tipo di considerazioni vi hanno portato a fare queste scelte?

BUNNA: La scelta, come già dicevo nella risposta precedente, è stata fatta per far si che la musica potesse arrivare a più persone possibili, con la finalità di attirare la gente ai concerti.
La dimensione del live è sempre stata quella che più ci appaga, diverte ed è la situazione dove ci troviamo più a nostro agio. Un CD puoi copiarlo, un concerto lo devi vivere di persona, quelle emozioni che arrivano dal palco e dal pubblico se non sei presente non le puoi percepire. Per questo abbiamo optato per evitare qualunque tipo di distribuzione. I CD ed i vinili si possono trovare solamente al banchetto del nostro merchandising, ai nostri concerti, appunto.
MADASKI: Il potenziamento dell’attività live , a cui è proporzionale la fruizione e la distribuzione del prodotto. Ho sentito molti discorsi in merito alla distribuzione gratuita attraverso il web, ma sono poche le band che hanno realmente la voglia di farlo e di mettersi in discussione, ancora molti rimangono legati ad una idea di discografia che, a nostro parere, non è più attuale. Con più di 30.000 download in nemmeno 2 mesi pensiamo di aver mosso degli ottimi passi in questa direzione, facendo circolare bene il nostro prodotto. Con il tour ci aspettiamo di raddoppiare. Vedremo.

Una frase mi ha colpito: “Amo la mia lingua e la sua bellezza, se un concetto mi sta a cuore cerco di esprimerlo con la massima chiarezza”. Mi sembra che spesso non sia così. Che ne pensate?

BUNNA: Certo, non è sempre così. Quel brano parla del nostro approccio, ci siamo avvicinati al reggae perché ci piaceva l’attitudine rivoluzionaria del genere. Da Marley abbiamo imparato ad usare la musica per dire delle cose, esprimere opinioni, fornire quantomeno degli spunti di riflessione su certi argomenti, abbiamo sempre cercato di parlare di cose riguardanti la nostra realtà, abbiamo sempre ricercato la coerenza. Noi pur facendo una musica che prende spunto dal reggae, siamo italiani ed è giusto che parliamo di cose che ci riguardano, risulteremmo sicuramente poco credibili affrontassimo argomenti che non ci appartengono solo perché fanno parte dell’immaginario del reggae. E poi pensiamo che parlare la propria lingua sia una cosa importante per essere compresi e per sottolineare appartenenza ad un certo tipo di cultura, la nostra.
MADASKI: Per noi lo è da un bel po’ di tempo. Volevamo ribadire il concetto che la lingua italiana è, e rimane, la base del nostro approccio musicale. Non ci interessano i cloni di cultura giamaicana, esprimiamo concetti che interessano il nostro modo di vivere, perché questo raccontiamo nei nostri testi, la nostra realtà ci ispira e il nostro, splendido, idioma ci sembra il più adatto per esprimere le nostre sensazioni.

Che rapporto avete, nello specifico, con Bob Marley e con la Giamaica? La fascinazione si ferma all’estetica o c’è di più?

BUNNA: Eccetto la fascinazione iniziale, non abbiamo particolari rapporti con Marley e tantomeno con la Giamaica. Nel nostro percorso artistico abbiamo sempre cercato di prendere le distanze da quell’immaginario solitamente legato al reggae che non ci è mai interessato. Tutto l’aspetto legato, ad esempio, alla filosofia Rastafari non l’abbiamo mai condiviso perché ci risulta parecchio complicato immaginare un despota come Haile Selassie impersonare una figura divina. Aldilà di tutto del reggae ci è sempre piaciuta la filosofia proposta da Marley che inneggiava al rispetto, alla tolleranza, cose che purtroppo negli artisti giamaicani dell’ultima ora, soprattutto di una certa area, sono veramente difficili da trovare. La dancehall, ad esempio, propone dei modelli assolutamente non condivisibili dove il razzismo, l’omofobia e la violenza sono molto presenti nelle liriche delle canzoni. Per quanto riguarda i dreadlocks (i tipici capelli attorcigliati) ci sono sempre piaciuti ma solamente per un fattore estetico, niente più!
MADASKI: Personalmente, nullo. E’ stata una fascinazione ”di partenza”. Marley rimane un autore enorme, la conditio sine qua non del genere stesso, ma la Giamaica attuale e la sua ”presenza” sono molto, molto distanti dalla mia ispirazione. Non mi interessano nè misticismi nè spunti culturali, ammesso che ci siano….

Quali sono le manifestazioni reggae più importanti d’Europa e d’Italia? E quali i paesi che avete visitato che più vi hanno impressionato?

BUNNA: In questi anni sono aumentate tantissimo le situazioni che propongono il reggae e la sua cultura. Un festival che è stato sicuramente importante per la diffusione del reggae è stato il Rototom Sunsplash, che dal 1994 al 2009 ha proposto gran parte degli artisti, che nel mondo, hanno scritto la storia di questo genere. Quello è stato il primo ma, da quando si è dovuto spostare in Spagna perché accusato di propagandare l’utilizzo dellla marjuana, ne sono nati altri. Il Venice Sunsplash, il Gusto Dopa, il One Love Festival. Rispetto ai viaggi fatti per suonare, non potremo mai dimenticare la Giamaica dove nel 1991, dividemmo il palco con Gregory Isaacs, la Palestina in cui abbiamo fatto 2 concerti, all’interno dell’Università di Gerusalemme, e l’Iraq dove abbiamo suonato a Babilonia a questo festival chiamato Un Ponte per Baghdad. I tour europei rispetto a questi eventi passano chiaramente un po’ in secondo piano, ma per fortuna, a volte, si rimane impressionati dal calore e dal trasporto del pubblico e questo può succedere dovunque aldilà della geografia.
MADASKI: Il più grande festival europeo reggae, rimane il Rototom Susplash, in Spagna a Benicassim. Peccato una volta fosse italiano, e ce lo siamo giocati. La nostra presenza rimane un must, ci andremo anche quest’anno. Grossi festival esistono anche in Germania, molte manifestazioni esistono anche in Italia, ma, devo dire, che Africa Unite ha saputo crearsi un pubblico molto trasversale e partecipiamo a festival che non hanno solo il reggae come matrice stilistica. Ciò mi piace molto e penso sia stato una grande conquista, da parte nostra, non amo l’ortodossia.

I social network: grande opportunità o fregatura?

BUNNA: I social network sono sicuramente un’opportunità. Noi abbiamo affrontato questo argomento proponendo una campagna che ha anticipato l’uscita del primo singolo L’esercito con gli occhiali a specchio. La nostra iniziativa, tutta sviluppata su Facebook, si chiamava Social Re-Evolution e voleva semplicemente esprimere quale dovrebbe essere, secondo gli Africa, l’approccio ai social. In poche parole esprimevamo la convinzione che i social network, essendo un media potentissimo, dovrebbero essere usati per amplificare situazioni che avvengono nella realtà, dovrebbero creare connessioni e amicizie reali, dovrebbero aiutare a condividere emozioni vere, non virtuali. Il più delle volte purtroppo invece sono degli strumenti dietro i quali nascondere la propria insicurezza e solitudine.
MADASKI: Argomento lungo e spinoso. Condenserei nella frase che i social siamo noi e dovrebbero servire a socializzare, non a polemizzare, dividere e renderci sempre più soli. Penso sia necessario un uso più cosciente.

Che rapporto avete con la modalità di ascolto? Preferite la classica oppure il digitale?

BUNNA: È chiaro che la nostra generazione analogica preferisce un ascolto old school, è una questione anche di qualità. Ormai le nuove generazioni si sono abituate ad ascoltare la musica in formato Mp3 e su dei dispositivi, come telefonini o lettori, che di qualità sonora ne restituiscono veramente poca, e purtroppo quella scarsa qualità sta diventando la regola, lo standard. Noi di questo ultimo lavoro abbiamo voluto stampare anche la versione in vinile per sottolineare che la qualità della musica la fa anche il supporto. Quindi analogico, tutta la vita!!!!!
MADASKI: io ascolto poca musica, in genere. Ho il mio giradischi e mi piace molto il vinile, specialmente le cose anni ’80, new wave e dark, che hanno costituito la mia infanzia musicale. Ho riscoperto, come molti altri, la bellezza di far suonare i padelloni. Non uso Spotify o altre cose del genere, nella maniera più assoluta.


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