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Di Daniele Ferriero e Federico Sardo / Foto di Sara Scanderebech e Marco Abete LNC

Alla fine del 2012, S / V / N / (sigla attiva dal maggio di quell’anno) inizia a organizzare serate alla Buka: gli studi della ex casa discografica CGD. L’atmosfera è incredibile e i nomi di grande qualità. La partecipazione cresce a ogni appuntamento e i ragazzi cominciano a esplorare altri spazi, a seconda della proposta: il Museo della Scienza e della Tecnica, l’auditorium di una chiesa, il Circolo Filologico Milanese, un ex Strip Club ecc.

Con proposte spesso a cavallo tra la techno e l’avanguardia, sono stati tra i primi a introdurre un’idea di clubbing più consapevole in una città dove non è mai mancata la quantità di proposte, ma spesso appiattita sui gusti della massa. E si sono trovati a tracciare un po’ la linea per altre esperienze meritorie arrivate in seguito, come quella di alcuni collettivi di Macao o il Terraforma.

In un fresco weekend del maggio 2015, per la prima volta S / V / N / si misura con una due-giorni, negli spazi industriali della Fabbrica del Vapore. SAVANA #MASH è un “festival di musiche post-globali e culture elettroniche” – un cartellone fitto di talk, live e dj set, e se sul manifesto il nome più famoso in Italia è quello di Lichens potete capire che l’idea è anche piuttosto rischiosa.

La prima serata è quella più dedicata all’ascolto, mentre la seconda ha un’impostazione più ballabile, sebbene non manchino le contaminazioni tra i due spiriti.

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Lichens

In apertura il venerdì c’è proprio Lichens, con le sue sonorità minimali che crescono progressivamente mutando in un’orchestra di loop e droni, contrappuntati dalla voce effettata e campionata in diretta. Il risultato è la creazione di uno stato di trance che avvolge il pubblico, in buona parte seduto, estatico.

In seguito il set incredibile di Hassan Khan: un artista egiziano che utilizza microsample di suoni del gamelan per creare qualcosa che ricorda una techno berlinese raffinata ma potente. Impressionante e molto diverso da tutto ciò che si ascolta di solito, sicuramente tra gli apici del festival.

Il finale è affidato al dj set di Adam Shimkovitz (Awesome Tapes from Africa), cassette risalenti a decenni diversi ma tutte accomunate dal groove e dalla capacità di far divertire il pubblico fino alla chiusura.

È importante dire che, oltre ai concerti, il festival presentava anche alcuni dibattiti sullo stato della musica ed un’ottima fiera del disco, che vedeva ospiti molte etichette italiane tra elettronica e avanguardia (Die Schachtel, Holidays, Black Sweat, Presto!?, Hundebiss, Haunter, Alga Marghen) e alcune realtà dall’estero (Alter, Pan, Morphine e Honest Jon’s – quest’ultima presente non solo come etichetta ma anche con svariate casse di dischi dal negozio londinese, a prezzi molto interessanti). Nell’area fiera tutte le etichette proponevano anche ottimi djset.

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Adam Shimkovitz (Awesome Tapes from Africa)

Della seconda serata dirà più approfonditamente Daniele, ci limitiamo a segnalare che gli Al Doum & The Faryds (italiani autori di psichedelia di ispirazione africana) sono ormai una sicurezza; che il set di El-Mahdy Jr. (collage di sample fatto di bassi, riverberi e beat improvvisi) è stato grandioso e oscuro, una sabbia mobile nera come la pece; che Islam Chipsy con gli EEK è qualcosa che va visto per poterlo capire, uno dei live più divertenti e divertiti (ridono tantissimo) cui si possa assistere oggi – una tastierina che suona musica da matrimonio distorta a 8bit con due batteristi, e alla fine una cassa spia fumava; e che i dj set di DJ Nigga Fox e Palm Wine a base di kuduro, afro-house e trap hanno mandato a casa tutti – un pubblico mai oceanico ma del tutto soddisfacente, e anche molto attento e coinvolto – stremati e contenti. Nella speranza che questo weekend sia stato solo il primo di una lunga serie di SAVANA #MASH.

Federico Sardo

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DJ Nigga Fox

Mentre la città ciancica al suono degli impiattamenti, delle suppellettili architettoniche e dei presunti pasti luculliani di stretta osservanza venatoria, al suo interno si muovono, come sempre, gli anticorpi necessari a una visione meno ristretta o convenzionale e decisamente più proficua per le nostre menti. Per rispondere alla retorica dell’Expo, e al solito gioco al massacro preso fra riot e intrattenimento politico, c’è difatti poco di meglio della carta Savana.

Ovvero di un ente che prosegue con coerenza e continuità la ricerca di una differenza che sia davvero tale, a forza di musica e alterità in grado di tenerci incollati al mondo. Qualcheduno che non si appisola sugli allori della ricerca forzata né sui circuiti più autoreferenziali, dimostrando una voglia davvero non comune di mutare e confrontarsi con il mondo.

L’occasione in questo caso è data dalla due giorni a firma Mash, una curatissima rassegna/festival concentrata in quel della Fabbrica del Vapore – chi ricorda le concilianti sirene che cacciavano carne fresca cantando “Il futuro polo della Cultura milanese…”? – e un poco isolata rispetto al resto del tessuto urbano. Una meraviglia di volti, situazioni, stimoli; e, soprattutto, musiche.

Si parte cercando di conciliare una visione post-globalizzata del mondo, dando dunque per scontati risultati culturali che ad oggi ancora mancano, e si arriva ad attirare dal buio della notte quanti restano intontiti dagli appuntamenti meneghini. Sciamano giovani e quasi giovani, zampettando dagli studi di design, dal circuito delle piccole etichette, dalle casse che pompano a dovere in ogni dove. Il tentativo, qualcosa più che riuscito, si muove comunque un passo oltre il quadro colonialista, alla ricerca del piacere puro dell’ascolto, diversificato e ricercato. Motivo per il quale le lodi vanno in primis alle scelte degli organizzatori, ben congegnate sul contemporaneo e ottimamente organizzate sul fronte della pratica pura e semplice.

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EEK ft. Islam Chipsy

Sabato brilla incandescente la stella di E.E.K. featuring Islam Chipsy, una sorta di miracolo percussivo che riesce a unire, più che cosmi distanti, interni universi, colossali realtà parallele. Si presentano in tre, con Islam Chipsy che maltratta i synth, utilizzandoli in senso percussivo, scratchando senza paura, inventandosi scale che sanno di medioriente e che vengono scomposte strada facendo con semplicità sbalorditiva e sorrisi estesi al massimo. Gli altri due, Islam Ta’ta’ e Khaled Mando, enormi, siedono composti dietro alle pelli, giostrando con una rilassatezza incredibile tonnellate di meraviglie percussive, simmetriche, precise, pesantissime, giuste. Il concerto che ne deriva è nient’altro che una meraviglia: quasi nessuno fra gli astanti riesce a frenare le proprie chiappe, i denti scintillanti e la felicità diventano l’unico orizzonte possibile. EEK, cioè una creatura che partendo dall’electro-chaabi, dal mahraganat e dintorni, ha raggiunto vette d’invenzione, personalità ed efficacia che fanno, letteralmente, sognare. Alle orecchie debilitate del sottoscritto suona pressappoco come una via di mezzo tra Orthrelm, gli Stomp e qualche disco particolarmente straniante di Neil Campbell; una sorta di baccanale trascendente e squisitamente mistico e ciò nonostante declinato come nient’altro che una festa, una danza, la gioia in musica. Superbo.

L’apertura dei concerti, invece, è dettata a inizio serata dagli italiani Al Doum & The Faryds, i quali dimostrano una buona padronanza delle atmosfere più fumose, tribali e lisergiche, giostrando il loro materiale fra jam spaziali ed altre più speziate, e decidendo poi di puntare verso rotte decisamente free-form all’interno di un continuo cambio di strumenti, rilancio di membri, direttive. Un live tanto piacevole quanto a tratti sin troppo dispersivo; o non abbastanza.

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El Mahdy Jr.

Tra i più attesi, El Mahdy Jr. sciorina atmosfere dense e pesanti quanto non le aspetti. Miscelando le sue influenze senza colpo ferire, procede di campione in campione, con l’abilità da chirurgo di chi disseziona le musiche alla ricerca di un nucleo altro che risponda alla sua visione. La visione di El Mahdy Jr pare recuperare atmosfere e pagine care a Kevin Martin, Muslimgauze, illbient, il dub proprio all’On-U Sound, grime e via dicendo; i momenti insomma più scuri e militanti di gran parte del continuum elettronico-ritmico odierno. I riflessi che ne risultano sono scampoli di universi in implosione, dove non fai in tempo a innamorarti di un suono o di una cadenza che il musicista è già pronto a sottrarteli. Il set comunque rimane splendido, benché alquanto cerebrale e sin troppo conciso e tagliente nelle scelte e nei tempi, per l’appunto. A ogni modo, replica l’effetto complessivo della due giorni: stimola, infiamma, piace.

Daniele Ferriero