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Di Stefania Ianne

C’è una canzone per ogni città negli Stati Uniti. Impossibile non avere Walking in Memphis di Marc Cohn nella testa mentre percorro le strade della città, forse la versione calda di Cher, quella dominante. Se dici vado a Memphis, tutti pensano che la tua destinazione sia Graceland, l’associazione più elementare. Elvis mi interessa marginalmente, altri motivi mi conducano a Memphis. Tra l’altro motivi storico-politici oltre che musicali: quanti ricordano che Memphis è il luogo in cui è stato assassinato MLK o il luogo dove è annegato Jeff Buckley? Ma principalmente la storia della musica mi ha portato a Memphis, la città che più di ogni altra ha contribuito alla nascita del rock’n’roll con istituzioni come il Sun Studio e il blues frutto delle strade del sud espresse nell’enorme melting pot che storicamente era Beale Street. Adesso Beale Street è soprattutto un ricordo e una celebrazione incorniciata dalle statue di Elvis, immancabile, da un lato e W.C. Handy, il padre del blues, dall’altro con club ammiccanti a B.B. King e Jerry Lee Lewis e una festa continua per tutta la lunghezza della strada, giorno e notte.

Il ricordo di quella che è stata Beale Street viene perpetrato annualmente in un festival al Tom Lee Park a due passi da Beale Street, lungo gli argini del mighty Mississippi. Bevo un cocktail allo storico Peabody Hotel prima di affrontare il calore del palco. Il barista si lamenta di essere stato intrappolato al lavoro per tutto il weekend invece di essere per strada o meglio al festival. Mi informa che storicamente il festival è segnato dal maltempo, le guide prevedono gli stivaloni e un bagno di fango. E invece quest’anno le temperature sono estive, il sole esplode, il cielo blu intenso si confonde con le acque del Mississippi. Il pianista obbligatorio mi chiede da dove vengo, rispondo Londra e senza preavviso parte in una versione intensa di Yesterday, con la sua voce alla Louis Armstrong mentre le dita antiche scorrono agili sul pianoforte. Mi mostra la foto della moglie, sono insieme da cinquantacinque anni. Memphis e i suoi abitanti mi conquistano con il loro calore.

Mi incammino verso il festival. All’ingresso del parco, da un lato l’attendente mi sorride e mi ripete “welcome quando nota l’indirizzo sul mio biglietto “you sure came a long way for the festival, welcome! mi ripete mentre dall’altro lato un gruppo di bible bashers mi intima di non varcare la soglia del festival e si lanciano in uno sproloquio della serie la strada per l’inferno è piena di buone intenzioni. Ovviamente ignoro il coro greco alla mia destra e mi tuffo nell’esperienza festivaliera. Dire che il programma è misto, è dire poco. Ci sono cinque palchi, tutti sponsorizzati, allineati lungo il Mississippi da nord verso il sud. Il blues è ovviamente prominente nel menu. Il primo palco che incontro è un tendone dedicato al blues tradizionale. Sul palco mi accolgono le note di Jarekus Singleton e della sua band. In un bagno di sudore offrono un blues pirotecnico ma fin troppo ripulito. Non ritornerò più al tendone blues, il primo impatto non mi ha impressionato o semplicemente la concorrenza tra i vari palchi è fin troppo serrata. Tra un concerto e l’altro, quando ho voglia di rilassarmi, per sfuggire al sole cocente preferisco l’ombra offerta dall’altro palco dedicato al blues, la catapecchia del blues, il blues shack. Sul palco si susseguono in ordine sparso nomi improbabili come Blind Mississippi Morris e Deak Harp’N’Lee Williams, i manager antichi fumano sigarette nervose davanti al palco con le magliette e i CD fatti a mano mentre un DJ di altri tempi suona dischi vinili ammiccanti ad assicurare la continuità della serata. La folla balla, i ritmi sono elementari ma coinvolgenti. I messaggi sono inequivocabili: “Muddy Waters is my president” leggo sulla custodia della chitarra di uno dei musicisti sul palco.

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Respiro a pieni polmoni l’atmosfera rilassata ma è tempo di muoversi, un nome ha attratto la mia attenzione sul palco più mainstream rock del festival, per intenderci il palco dove si esibiranno i Rise Against e Cage the Elephant nella serata. Intorno alle 15.30 è previsto il concerto di Scott Weiland & The Wildabouts. Weiland è un mistero, ancora presente ai margini della scena rock dopo i successi negli anni ’90 del secolo scorso degli Stone Temple Pilots. La sua tossicodipendenza dichiarata e negata a più riprese può solo garantire inaffidabilità. Continua ad essere nelle notizie per le sue performances assenti piuttosto che per degli eventi creativi. E allora perché vado a vederlo comunque? Mio malgrado mi ritrovo tra la folla. Weiland è fin troppo noioso sul palco. Gli occhiali da sole scuri nascondono lo sguardo. Si muove nervoso, ma la performance è professionale e i Wildabouts hanno alzato il volume ma l’impressione è quella di una pop band in crisi di identità, le melodie vocali più pop che rock. Big Bang Baby rispolverata dai tempi degli STP dimostra pienamente la mia tesi. Abbandono il palco mentre Weiland intona Hotel Rio, mi rigiro un’ultima volta prima di abbandonare la scena, Weiland continua a misurare a lunghi passi il palco, monotono, estremamente serio, probabilmente annoiato. Mentre mi muovo verso il palco principale, ascolto in lontananza la fine della performance dei polacchi Myslowitz, sul palco dove per intenderci si esibirà al clou della serata Ed Sheeran, insomma il palco da evitare accuratamente. Forse avrei dovuto scegliere i Myslowitz a danno dei Wildabouts, le poche note che sento sono sicuramente più interessanti.

Raggiungo il palco principale per vedere i Kaiser Chiefs, inglesi di Leeds. Il pomeriggio è ancora afoso quando iniziano il proprio concerto, la folla si è posizionata in attesa degli headliners, sono tutti distesi sulle coperte da picnic, a prendere il sole, il colore della pelle ormai rosso incandescente. I KC fanno di tutto per riscaldare l’atmosfera, ma a parte un tifoso fedele con la bandiera della Union Jack, la maggioranza della folla sembra indifferente. Non ho idea di che seguito i KC abbiano negli Stati Uniti ma questo concerto non cambierà i livelli delle loro vendite. Ricky Wilson si lancia anima e corpo nel concerto, riceve un boato di approvazione quando si arrampica sulla grancassa o sulle transenne che lo separano dal pubblico, ma il pop veloce e le parole politicizzate dei KC non sembrano scalfire l’indifferenza della maggioranza del pubblico. Provano un’altra tattica, è il momento di rispolverare Everyday I Love You Less and Less, il singolo che probabilmente ha avuto il più grande successo nella carriera dei KC. Non rimango a vedere il risultato finale. Mentre mi allontano i fedeli continuano a saltare ma il resto del pubblico inizia a preoccuparsi del livello delle proprie scottature invece di unirsi all’atmosfera leggera della performance. Non li biasimo, dopo un paio d’ore senza un filo d’ombra anche il fan più accanito è intento a leccarsi le ferite.

Ritorno al palco che mi interessa di più, in fondo la performance che mi ha spinta a venire al Beale Street Festival è quella di St. Vincent, meglio mettere le carte sul tavolo direttamente. A precederla un duo tradizionale e spettacolare Bela Fleck & Abigail Washburn. Due virtuosi del banjo, una voce quella di lei potente e melodica al punto giusto. L’atmosfera è quella giusta, la luce è meno accecante. Le melodie tra il tradizionale e il country, spesso politicizzate, fanno ballare e fanno pensare. Storie di minatori, di gente del popolo oppresso, dimenticato dal sogno americano. “I sing because I am happy, I sing because I am free” Washburn intona una canzone tradizionale dedicata alla nonna ormai scomparsa. Ci parlano come se fossimo parte della famiglia, con aneddoti tratti dalla propria vita personale compresi i propri incontri con gli sceriffi di Nashville, in particolare di una serata dalla guida fin troppo spericolata. Sono salvati dall’amore che lo sceriffo locale aveva per la musica country e per il banjo di Fleck in particolare. Washburn persino improvvisa una danza irlandese con le sue lunghe gambe affusolate per la gioia delle prime file prima di abbandonare il palco. Un intervallo musicale insolito per un festival rock, benvenuto.

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Non c’è tempo di riflettere sulla loro performance. La macchina organizzativa è ormai al lavoro per i preparativi per il concerto di St. Vincent. Il roadie che sembra essere al comando delle operazioni indossa una tuta da operaio rosa completa di codino arricciato da coniglietto. Il viso concentrato sui preparativi, rende il tutto surreale. Mi strappa un sorriso. Posiziona una specie di podio rosa al centro del palco mentre Matt Johnson, batteria, e Daniel Mintseris, tastiere, preparano i propri strumenti elevati rispettivamente a sinistra e a destra del palco. Tra il pubblico i fedeli di St. Vincent si posizionano. Sono tutti molto giovani e molto educati. Il profumo intossicante delle immancabili sostanze illegali si fa più intenso. Una ragazza alla mia destra esprime il proprio entusiasmo per l’ultima conquista della Clark, una modella: “how cool is that?” ripete alla sua amica. Sono grata che i pettegolezzi finalmente vengano interrotti dall’arrivo sul palco dei musicisti. È ormai il crepuscolo, la luce naturale è spettacolare e l’ingresso sul palco di St. Vincent e la sua band è spettacolare. Le due front women iniziano la propria routine da bambole elettroniche, coadiuvate dal tastierista ogni volta che si ritrova una mano libera. Annie Clark indossa un vestito futurista, i tacchi altissimi, capelli nerissimi quasi alla Elvis e palpebre verdi intensissimo. La chitarra è dello stesso colore. Iniziano con Bring Me Your Loves. La performance è raffinata, la Clark è professionalissima, le chitarre violente. Dalla musica traspare un elemento predominante elettro-dance dalle sfumature ritmiche jazz ed è per questo che le graffiate alla chitarra della Clark sono ancora più sorprendenti e impressionanti, perché spesso inattese, molto più violente e graffianti rispetto alla musica immortalata su disco. Sicuramente la potenza e l’energia che raggiunge gli spettatori mentre il sole tramonta davanti al Mississippi non si respira nei numerosi video online. Mi sembra che St. Vincent abbia trovato la formula perfetta. I ragazzi si riconoscono nelle parole, e si perdono nella musica. Le scosse elettriche un potente promemoria della forza della volontà di una musicista dominata dalla propria musica, ogni assolo un potente promemoria a ricordarci cosa si può ottenere, non solo sognare.

Clark ci accoglie con molti sorrisi e ci rivolge la parola per un breve discorso probabilmente preparato, provato e riprovato. Ci dice che abbiamo molto in comune, siamo tutti nati nel secolo scorso, le nostre vite sono piene di delusioni, di pregiudizi, tutti siamo stati cacciati dai supermercati perché sembriamo diversi, anche se non abbiamo rubato niente. E tutti siamo pieni di ammirazione per la città di Memphis e la sua storia musicale, per Sun Studio e per Stax Records. E soprattutto siamo tutti uniti dalla determinazione a non abbandonare le speranze, mai: “never give up hope”, Clark misura le parole. La voce determinata e adolescenziale allo stesso tempo di St. Vincent risuona potente, la folla è ormai nelle sue mani.

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Cosa aggiungere, forse il momento meno intenso del concerto è la presa di possesso del podio elevato rosa, per un assolo infuocato al termine del quale l’artista scivola artisticamente fino al palco dopo aver affidato la chitarra al roadie in tuta nera. Ma il momento è guastato dall’unico spettatore in stato di ebrezza avanzata che per la prima parte del concerto ha cercato di iniziare inutilmente il pogo e crowd-surfing. Ma questa era la folla sbagliata. Il suo tuffo finisce nel vuoto alle mie spalle. Gli porgo gli occhiali da sole che ha lasciato cadere, cerca di arraffarli ma riesce a prenderli dalle mie mani solo al terzo tentativo. I ragazzi intorno a me cercano di attirare l’attenzione della security nella fossa tra il pubblico e il palco. Finalmente tre addetti alla sicurezza riescono a tirare l’uomo di statura massiccia dalla folla. L’ovazione è per la security, ma coincide con la fine dell’assolo. Peccato perché quasi tutti si sono perso l’assolo. Ma questi sono solo dettagli, St. Vincent è impressionante alla chitarra, di una precisione e di una creatività inaspettata. Conclude in anticipo sul programma con Birth in Reverse, l’ultimo singolo, ancora una volta in perfetta sincronia con Toko Yasuda all’altra chitarra. Le bambole elettroniche abbandonano il palco, i roadie ritornano al lavoro mentre la folla si riversa a cercare qualcosa da mangiare e la solita birra annacquata che sponsorizza l’evento.

Sono circondata da spettatori e poliziotti in divisa e bicipiti enormi con in mano un osceno corn dog, un hot-dog su stick a mo’ di lollipop circondato da uno strato di pane di mais e lucidato dalla senape gialla. Il tutto è di una comicità surreale, pensate a Josh Brolin in Inherent Vice, impossibile rimanere seri. Aspetto l’inizio del concerto di Wilco, ma St. Vincent ha rubato la scena, il resto appare monotono al confronto. Resisto per un paio di canzoni e mi incammino verso l’uscita. I Cage the Elephant fanno ballare le folle sull’altro palco, ma per me la serata è completa. Ritorno a percorrere le strade di Memphis alla ricerca di un taxi.

St. Vincent setlist:

Bring Me Your Loves
Digital Witness
Cruel
Rattlesnake
Marrow
Every Tear Disappears
Actor Out of Work
Surgeon
Cheerleader
Prince Johnny
Huey Newton
Regret
Birth in Reverse